Area Economia
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Sabato 28 Gennaio 2012 13:40

Monti e le caramelle

Scritto da Maurizio Navarra

di Salvatore Giuliano Franco

Accidenti! Sicuramente Monti ... ha una buona stampa. Berlusconi la stampa la ha sempre avuta nettamente contro. Bisognerebbe riflettere su questo punto. (Red)


Che l’attuale Presidente Consigliori, oltre che un uomo privo di idee, sia anche un cataplasma di semi di lino sul ventre dell’Italia, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti.
L’aspetto più sconvolgente è il continuo, plateale e incondizionato appoggio che gli da un Presidente del Regno che mai aveva speso una parola buona per il Presidente Berlusconi, nemmeno per le opere più meritorie.
Sarebbe bastato metà dell’appoggio che oggi da al Monti per lasciare che la Politica continuasse a governare l’Italia, nel nome e per conto dei suoi elettori.
Ma questa è un’altra storia.
Oggi vediamo che, a fronte di decisioni governative che creano uno scontento sempre più diffuso, e sappiamo che chi semina vento raccoglie tempesta, il Presidente Consigliori distribuisce caramelle e tisane e non perde occasione per tessere i propri elogi e anticipare giudizi positivi che proprio non merita.
Come ho sempre scritto in articoli diversi e in tempi non sospetti c’è solo un  princi-pio da sostenere con tutta la forza occorrente: in Italia è assolutamente necessario creare migliaia, centinaia di migliaia, milioni di posti di lavoro.
La crescita può nascere solo dal lavoro, e quindi dalla pace sociale e dall’attività soprattutto dei piccoli e medi imprenditori.
Altro che tasse a gogò, restrizioni sulle pensioni e sui crediti certi, liberalizzazioni che nulla hanno di liberale, tagli indiscriminati su tutto e tutti, riduzione del danaro corrente con la scusa di colpire gli evasori, incentivazione delle energie pulite che nulla hanno di pulito.
Solo l’impegno dello Stato per realizzare grandi e piccole opere e l’appoggio finanziario incondizionato a tutte le attività imprenditoriali degne e valide possono, non in un lontano futuro, ma nell’immediato, mutare l’incombente Recessione in un periodo di crescita di lunghissima durata.
Posti di lavoro per il Restauro: quello di tutti gli edifici che ne abbisognino, dalle facciate alle strutture interne, adeguandoli inoltre, per quanto possibile, alle norme antisismiche, e migliorandone l’ecosostenibilità e l’impatto ambientale.
Posti di lavoro per rendere meglio adeguate alle richieste tutte le Infrastrutture: co-me le strade, le autostrade, i ponti, le ferrovie, le gallerie, i porti, gli aeroporti, e le grandi opere da tempo in programma.
Posti di lavoro per rendere finalmente efficienti le Opere a Rete, che necessitano tutte di accurate e definitive ristrutturazioni: come le condotte idriche, elettriche e quelle fognanti.
Posti di lavoro per tentare la cura del Dissesto Idrogeologico: la più grande sfida che sarebbe opportuno subito affrontare e che impiegherebbe tecnici e maestranze in numero enorme.
E ogni Regione potrebbe utilizzare le proprie risorse umane in operai, tecnici e professionisti per attivare cantieri e officine solo nel proprio ambito geografico.
Non è certo il Lavoro che mancherebbe in una Italia che sembra appena entrata in un dopoguerra, altro che i pannicelli caldi del Presidente Consigliori!
Ancora una volta mi verrà certo detto: e i soldi?
Ancora una volta ricorderò quel vero genio dell’Economia che rispondeva al nome di Hjalmar Schacht e che reperì tutti i mezzi finanziari per dare lavoro, in soli due anni, a oltre sei milioni di disoccupati, con il sistema delle cosiddette cambiali-MEFO, una geniale forma di “deficit-spending, che però tale non è.
E’ qui che deve intervenire la Politica, la Politica e non i Tecnici!  consigliata però da veri economisti di genio!  ripeto, consigliata e NON guidata.
Possibile che il “deficit-spending” che ha reso grande l’economia degli U.S.A. e le “cambiali-MEFO” dell’eccellente Schacht, che salvò la Germania del’33, non pos-sano insegnare nulla né ai nostri economisti né ai nostri politici?
Se il Monti avesse anche un po’ di sana fantasia, e non solo quel tipo di fantasia finanziaria che ha portato alla bancarotta alcune delle più potenti banche mondiali innescando la grande crisi economica che stiamo soffrendo e subendo, se dunque avesse davvero una qualche balenante idea costruttiva, potrebbe consigliare ai politici, e non ai professori, una vera linea operativa per condurre in porto la nave Italia.
Ma lui, designato da una Costa che sta al Quirinale, è solo lo Schettino di questa nave  e, non trovando altre soluzioni, per evitarne la perdita preferisce farla arenare tra gli scogli.
E lui non sa nemmeno quante perdite umane provocano i suoi provvedimenti!
Il 10% di noi detiene il 60% del tutto mentre ormai il 20% di noi ha seri problemi di sopravvivenza.
Le tue caramelle, caro Monti, possono piacere solo ai bambini.
Come mi sento in sintonia con la Santanché, che ha gridato forte anche per radio: Berlusconi!  sali sulla nave!  cazzo!

Roma, 28 gennaio 2012-01-28                salvatore giuliano franco

di Salvatore Giuliano Franco

Ma allora dal 1994 ad oggi poco o nulla è cambiato? Rimane da dire "Evviva il prosciutto di tacchino!" ... compatibilmente con ciò che ne  pensa il tacchino! (Red)
Oggi, in questa nostra società, non esistono più certezze (questa esclusa), e con ragionamenti non privi di logica, ma che assomigliano tanto ad un lavaggio del cervello, anche quella che era ancora una certezza, il posto di lavoro, viene ora a mancare.
Ci sono individui che amano il rischio ed altri, e sono la maggioranza, che anelano invece ad una tranquilla serenità.
Questo nuovo dettato del consumismo, propagandato come una conquista, è in realtà un fatto gravissimo, che porterà, inevitabilmente, non essendoci più alcuna garanzia del domani, a vivere senza poter più accarezzare progetti, piccoli o grandi che siano; si dovrà vivere con orizzonti li-mitati e il “carpe diem” diverrà la nostra nuova legge.
Tutto ciò può sembrare logico e addirittura auspicabile, in un’ottica da società industrializzata, ma quanto è lontano da “c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, “un tempo per la fatica e un tempo per il riposo”, “un tempo per la realtà e un tempo per i sogni”.
Nessun ciclo di studi, o specializzazione, o periodo di lavoro, sarà più sufficiente a garantire un minimo di tranquillità: già oggi un medico è obsoleto in sette anni, un ingegnere in cinque, un esperto informatico in meno di tre.
Domani tutti saranno obsoleti nello stesso istante della sospirata assunzione, perché altri, alle loro spalle, avranno già una maggiore conoscenza degli stessi problemi che essi hanno appena cominciato ad affrontare, e si dovrà combattere con le unghie e con i denti per essere sempre a-deguati alla posizione conquistata o per candidarsi altrove.
Il colpo più grave lo subirà certamente l’istituto della famiglia, che non potrà perdurare in una realtà priva di riferimenti sicuri, dove il vivere diventa, ineluttabilmente, arte del sopravvivere; non basterebbe un volume per solo affrontare il problema in tutta la sua vastità e per sviscerare i danni irreversibili che il nuovo sistema porterà con sé, ma certo non è questa la sede più indicata.
Alla luce di queste nuove “conquiste” sociali, quella che era solo una intima convinzione di-venta ora un obbiettivo da perseguire.
Si ritiene che sarebbe giusto distribuire il 40% del pacchetto azionario, di qualunque futura realtà societaria, basata sul lavoro di molti, proprio a coloro che operano all’interno di essa e che potrebbero, da questo fatto, trarre forti certezze per la propria vita e il desiderio di sempre meglio operare, senza essere costretti a correre, senza una vera meta, e sempre sul filo di un rasoio.
La % pro capite diminuirebbe man mano che l’azienda, crescendo, dovesse incrementare il numero dei propri dipendenti, ma non per questo diminuirebbero i profitti pro-capite, e ogni de-cisione nei confronti dei singoli verrebbe demandata al consiglio degli “azionisti dipendenti”.
Il problema è davvero ampio e assai complesso: quello che c’è di simile al mondo non è mai cristallino perché, in realtà, cela sempre il predominio assoluto del capitale sull’uomo; un giusto e sincero compromesso non è ancora stato tentato; il sistema delle cooperative ha tentato di rea-lizzare qualcosa di simile, ma partendo da concetti e realtà diverse.
Io spero che in terre Italiane, con l’aiuto di capitali pubblici e privati, con il sostegno di tradi-zioni che sono un modo di vivere, ma soprattutto con l’ausilio di persone che, senza colore di partito (e questo è pregiudiziale), abbiano davvero a cuore il bene collettivo, si potrà collocare il primo coraggioso tassello del più grande puzzle oggi possibile.

ANCORA  DIVAGAZIONI

Si vorrebbe qui sostenere, con ulteriori argomentazioni, la validità della tesi che mi ha convinto a propugnare l’idea dei Punti di Vendita collegati direttamente alla Ditta Madre Produttrice.
Ipotizziamo allora una grande Società sovranazionale che abbia impiantato, in una qualunque nostra regione, una certa realtà produttiva; il concetto di “villaggio globale” porterà la grande Società ad esplorare modi e percorsi diversi per una sua autonoma crescita senza alcuna preclu-sione territoriale.
In un qualunque Stato, sia pure ai nostri antipodi, potrebbe trovare, ad esempio, manodopera ad un costo molto più basso e anche un sistema di tassazione più equo o addirittura premiante; è davvero facile ipotizzare il passo successivo: cessazione della precedente attività e apertura, al-trove, di una nuova realtà produttiva, gemella della prima.
Questa operazione, che sembra in fondo logica e naturale, anche se spiacevole, è in realtà pro-fondamente assurda, proprio in riferimento al “villaggio globale”.
Si vengono a creare, dove prima c’erano occupazione e benessere, povertà e disoccupazione, ma indotti questi da un doppio ordine di motivi: la prima causa è quella diretta, intuitiva,  dovuta alla cessazione dell’attività, ma è la seconda ad essere più grave e distruttiva della prima; infatti i nuovi costi, assai ridotti rispetto ai primi, generano e determinano, nel luogo d’origine dell’attività, l’impossibilità della concorrenza, della ripresa, della rinascita: la prima realtà pro-duttiva ha così termine, definitivamente; il “villaggio globale” diventa, obiettivamente, più pove-ro; non si delocalizza il corpo, ma l’anima.
La grande Società ipotizzata, dovendo competere con altre a lei simili, deve utilizzare il fiume di proventi attivi, mai ridistribuiti verso il basso, per incrementare costantemente e necessaria-mente la propria crescita, perché, come ben sanno gli economisti, la stasi è sinonimo di morte.
Si tratta di un vero processo cancerogeno, perché la crescita e la distruzione sono in esso con-naturati, e solo quando il processo di appiattimento verso il basso sarà stato ultimato, si avrà fi-nalmente il “villaggio globale”, ma esso sarà privo di vita.
Sappiamo che è impossibile liquidare un tale immane problema in così poche righe, ma si vo-leva qui solo spezzare una lancia a favore delle Realtà Produttive ben radicate sul territorio, con il buon utilizzo delle risorse locali, naturali ed umane.
Coinvolgere gli stessi Operatori alla realtà produttiva, oltre agli aspetti positivi già evidenziati, significa la conseguente salvaguardia degli usi e dei costumi del luogo; ed è proprio questo che, insieme al culto dei morti, fa, di un insieme di genti un popolo, con la sua storia e il suo divenire, disposto sempre all’aiuto e al confronto con i meno fortunati,  ma mai rassegnato alla perdita della propria identità, delle proprie specificità, dell’antico e ancestrale senso della famiglia, della speranza.

Salvatore Giuliano Franco

Scritto a Malta nel 1994 (in calce al progetto “Prosciutto di Tacchino” della “FRM ltd.”
Giovedì 19 Gennaio 2012 21:25

Idee fredde per una crisi calda

Scritto da Stelio Venceslai

di Stelio W. Venceslai

 

Ragionare con freddezza e lucidità e non cercare scorciatoie è esercizio, in questo Paese, estremamente difficile ... forse impossibile? Speriamo veramente di no. (Red)

 

La crisi attuale comporta la necessità di una qualche riflessioni fuori dalla polemica politica tipo i partiti  sono  stati irresponsabili, Berlusconi non ha né saputo né voluto governare,  Monti è espressione dell’oligarchia del Paese, e così via.

Lasciamo stare questi discorsi, che possono pure essere fondati, ma cerchiamo di tornare ai principi, con freddezza.

Dunque: il Paese è in crisi. Ha speso troppo ed è indebitato. Non è un problema. Lo sono tutti, solo che il nostro lo è di più. Dobbiamo cifre enormi a chi ha dato fiducia e prestato danaro.

La prima considerazione è che la rovina del debitore trascina  quella del creditore. Ciò dà una certa forza contrattuale. certo, bisogna essere in grado di usarla. Poiché siamo in un consesso di gente civile, mi sembra difficile che Monti vada dalla Merkel e da Sarkozy dicendo loro: abbiamo scherzato, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Non pago più e cancello il mio debito (in gergo economico, si chiama consolidamento, chissà perché, del debito pubblico). In futuro, si vedrà.

La seconda considerazione, invece, visto che escludiamo a priori la prima, è  che si trovino i danari nel Paese. Dato lo strumento del fisco, due sono i modi: o si tassa di più la gente o si cerca di creare ricchezza aggiuntiva, in modo che aumenti il relativo prelievo fiscale.

Tassare di più è più facile e più immediato, soprattutto nei confronti dei redditi fissi. E qui sorge il problema dell’enorme evasione. D’altro canto, maggiore è la pressione fiscale, maggiore sarà il tentativo di sfuggire ad essa. Creare ricchezza aggiuntiva è molto più difficile ed i suoi effetti sono meno immediati ma più duraturi e, soprattutto, non generano né scontento né evasione aggiuntiva.

Un buon Governo  deve saper scegliere.

Se tassa di più, tappa i buchi ma non risolve il problema. L’imposta è concepita per diminuire il potere d’acquisto del contribuente (consumatore). Se prelevo di più, la gente o non paga del tutto (evasione) o consuma di meno e dà fondo ai risparmi. In ogni caso, l’economia si deprime. Consumi minori significano scorte invendute, profitti  delle imprese ridotti o nullificati, gettito fiscale minore, chiusura di imprese e disoccupazione (quella vera, non quella dei precari). E’ la crisi in tutta la sua grandezza.

Se cerca di creare ricchezza aggiuntiva, deve ridurre la tassazione globale, favorire la crescita di nuove imprese, con esenzione dalle imposte almeno per i primi cinque anni, riattivare il ciclo dei consumi. Ci vuole più tempo, ma il risultato è certamente positivo.

In Europa non siamo al banco del mercato. Tutti subito, pochi e maledetti. Si negozia o, almeno, si dovrebbe. Cosa è meglio, nel breve periodo, tappare i buchi o cercare di riattivare il circuito dello sviluppo?

Questo è il problema. Di misure di emergenza ne abbiamo viste a decine, dall’addizionale pro Calabria al prelievo dalle banche di una quota dei nostri risparmi. A cosa sono serviti questi prestiti forzosi? A poco od a nulla. E’ vero che la storia non è, come dicevano gli antichi, magistra vitae, ma qualcosa dovrebbe pur avere insegnato anche ai nostri pallidi politici.

Se vediamo cosa sta succedendo nel nostro Paese, siamo amaramente nella prima fase.

Aspettiamo la seconda. Diamo il via alla liberalizzazione dei treni, ad esempio. Succederà qualcosa? Liberalizziamo farmacisti, tassinari, notai, ordini professionali. E’ giusto, badate bene, perché sono bardature corporative medievali. Ma con quale effetto?

La ricchezza la producono le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, che le banche stanno strangolando negando crediti e che lo Stato manda al fallimento, non pagando loro le proprie forniture. Non va bene, perché le imprese che producono danno lavoro. Il lavoro produce redditi, tassabili, e la gente torna a spendere, perché ha un salario, e se le cose vanno bene, si è costretti ad aumentare le produzioni, a fare investimenti, ad occupare più gente e così via, in un circuito, diciamo, virtuoso.

Non dimentichiamo che lo Stato è un grande fornitori di servizi ed è un grande investitore di risorse.

In questi ultimi cinquant’anni s’è fatto poco o niente, in opere pubbliche. Abbiamo gli acquedotti che sono uno sfacelo, carceri miserabili e fatiscenti, edifici scolastici inadatti e, spesso, fuori regola, strade strette ed insufficienti, infrastrutture obsolete. Ci sarebbe da fare tantissimo e da occupare centinaia di migliaia di persone.

Per uscire dalla crisi, occorrono sviluppo e fantasia.

 

Stelio Venceslai

 

Roma, li 16 gennaio 2012.

Domenica 08 Gennaio 2012 21:57

“LA FOLLIA DELL’EUROZONA SEGNERÀ IL 2012″

Scritto da Edward Luttwak

di Edward Luttwak

da ECONOMIA, PRIMO PIANO che commenta: Sbagliano i paesi dell’Ue a sacrificare i loro figli pur di rimanere nel club con Francia e Germania. L’Italia è vittima di un’ossessione europea. Uscire dall’euro creerebbe competitività e lavoro, mentre l’imposizione fiscale deprime l’economia. 3 gennaio 2012

Davvero un punto di vista interessante, da sottoporre all'attenzione dei lettori. Soprattutto se questa analisi viene da una persona che - lungi dall'essere "storico dilettante" -  è da sempre studioso attentissimo della storia. (Red)

Il “fattore dominante” degli scenari internazionali nel 2012 sarà “la questione delle finanze pubbliche europee”. Non ha dubbi Edward Luttwak nel tracciare una previsione per l’anno appena iniziato. La crisi del debito dell’eurozona, ricorda parlando con l’Adnkronos, “causa un rallentamento dell’economia globale”.

L’economista e politologo Usa, che si definisce “storico dilettante”, traccia un inquietante parallelo con due crisi del secolo scorso, quando, dice, “gli europei diventarono folli: il 1914 e il 1939, e il risultato fu una crisi globale. Ora, siamo al terzo appuntamento con la follia: la crisi dell’euro“.

“Nonostante l’enorme crescita di Cina e India, l’Europa rimane comunque centrale”, afferma Luttwak, che non ha peli sulla lingua nell’evocare “la follia dei governanti dei paesi dell’Europa del sud ossessionati dall’idea di farsi accettare da Francia e Germania”. E che, sostiene, a causa di questa “ossessione”, “stanno sacrificando i loro figli per rimanere nel club dell’euro”.

L’alternativa alla moneta unica per “i paesi che non ce la fanno”? La risposta è semplice: “Uscire dall’euro e pagarne le conseguenze, ma anche averne i benefici che ne deriverebbero”. E i benefici, dice Luttwak, “si chiamano competitività e lavoro per i giovani, invece di disoccupazione”.

Tra i paesi vittime di questa “ipnosi collettiva”, l’economista Usa inserisce ovviamente anche l’Italia e “l’ostinazione di fare qualcosa di aritmeticamente impossibile”, come uscire dalla crisi del debito attraverso “l’imposizione fiscale, che non fa altro che deprimere l’economia”. È “aritmeticamente impossibile”.

C’è quindi un “nuovo fattore” negli scenari internazionali tracciati a tinte fosche dal politologo ed economista americano per il 2012. “Si tratta del disprezzo crescente che c’è fuori dall’Europa per l’Europa: se tu vai a Londra, a Washington, a Singapore, a Pechino, a Tokyo il nuovo fattore è il disprezzo per l’Europa. Perché gli europei fanno finta di non sapere che la crisi del debito non è risolvibile“.

Edward Luttwak

(3 Gennaio 2012)

Domenica 08 Gennaio 2012 00:05

Soluzione Italia 3

Scritto da Salvatore Giuliano Franco

Terza parte - Conclusioni

di Salvatore Giuliano Franco

 

Ma chi oggi ci governa ci starà a sentire? Crediamo di no. Per attuare un piano di risanamento così occorre creatività e genialità: due mezzi dei quali sono sprovvisti i nostri governanti (Red)

E’ nell’interesse di tutti, Popoli e Stati, mettere subito un calmiere alla speculazione, anche se, per ora, solo a quella sui debiti sovrani, ma è anche certo che i benefici derivanti da nuove e più umane regole avrebbero presto una ricaduta positiva su tutto il sistema economico e finanziario.

Non va nemmeno dimenticato, e lo voglio ricordare a chi inorridisce al pensiero di non onorare, alla loro prima scadenza, i titoli di Stato italiani, che la Spagna, nel suo passato, è andata in default per ben 16 volte, e che l’Argentina, unilateralmente, azzerò il suo debito pubblico rifiutandosi di pagare tutti i suoi creditori, ed oggi vanta una crescita a due cifre.

Comunque, riandando all’origine di questa memoria, se il tasso di disoccupazione venisse azzerato dall’operosità di uno Stato tornato ad essere buon imprenditore, magari attraverso il federalismo fiscale e la devoluzione alle Regioni di alcune sue funzioni, i tassi d’interesse sul nostro debito Sovrano, tornando la fiducia nel Sistema Italia, anch’essi tornerebbero ad essere accettabili, scendendo probabilmente persino sotto la soglia del 2%.

Ovviamente le diverse soluzioni proposte prescindono dall’essere l’Italia in o fuori della zona Euro.

E’ invece nel reperimento delle risorse finanziare per attuare i diversi progetti che tale appartenenza risulta determinante.

L’Ente che può reperire ed attivare tali risorse è solo uno Stato arbitro dei propri destini attraverso una Banca Centrale d’Emissione.

O la Banca Centrale dell’Euro, per l’Europa dell’Euro, o la Banca d’Italia, per il solo Sistema Italia.

Va qui assolutamente ricordato che non è deficit spending l’emissione di valori o titoli se vengono rispettate certe condizioni, già enunciate in altro contesto.

  • Se la Banca d’Emissione di uno Stato Sovrano emette titoli di credito, diciamo pure “cambiali”, che vengono attivate solo a fronte di uno scambio di merci da una mano all’altra, poiché la circolazione di beni e quella monetaria si compensano, l’operazione è fattibile e, ogni seria politica valutaria non può non tenerne conto.
  • Se la Banca d’Emissione, e quindi lo Stato, garantisce i pagamenti e riconosce un buon interesse sui titoli e la loro rinnovabilità per “n” volte, non ci sarà la corsa allo sconto, anche perché quei titoli godrebbero di una tripla garanzia, il traente, l’accettante e lo Stato.
  • Tali titoli acquisiscono quasi il carattere di danaro corrente, ma, in più, di danaro fruttifero.
  • Essi non concorrono alla crescita dell’inflazione finché circolazione di beni e di moneta sono perfettamente equivalenti e, rispetto ai titoli a lunga scadenza, sono migliori per la loro liquidità fruttifera.

Come già detto non si tratta certo di un “deficit spending”, che è sempre la prima causa d’inflazione e di crescita abnorme del debito pubblico, ma di una possibile politica di autofinanziamento, da parte di uno Stato Sovrano.

Nell’Economia è noto il principio che recita come la creazione di debito per la fornitura di soli beni materiali è una forma possibile di deficit spending proprio perché tale non è e, ripeto, non è generatore d’inflazione.

Ora i termini del problema sono stati tutti sufficientemente chiariti.

Non ci si deve eccessivamente preoccupare per il Debito Sovrano dell’Italia perché, in un modo o nell’altro, esso può essere contenuto, così come la speculazione internazionale, insufflata o meno proprio dalle Agenzie di Rating.

La Merkel va contrastata con le sue stesse armi, a muso duro e non Montianamente, che, nel suo ultimo messaggio, nulla dice agli italiani e slinguazza i tedeschi.

La recessione va combattuta con il lavoro di tutti e per tutti.

Se l’Europa della zona Euro non ha la capacità e la forza di rendersi indipendente da tutti gli Stati che la compongono e dall’asse franco-tedesco, dando vita a una Banca Centrale d’Emissione, ebbene, è meglio allora staccarsi, finché siamo in tempo, da chi cura solo gli interessi di pochi e pensare al nostro orticello, che in troppi attaccano proprio perché molto lo temono.

Rendiamo chiare le nostre intenzioni a tutti, ma questo lo può fare solo la Politica e non un Governo Tecnico.

I tempi sono maturi per una scelta epocale, che non vuole assolutamente significare l’uscita dall’Europa, ma solo la presentazione a Bruxelles di un aut-aut chiaro e chiarificatore, che molto si discosta dalla misura e dalla curvatura delle zucchine!

 

Roma, 29 dicembre 2011                                             salvatore giuliano franco

Lunedì 02 Gennaio 2012 10:31

Soluzione Italia 2

Scritto da Salvatore Giuliano Franco

Seconda parte - Strategia ed economia

 

di Salvatore Giuliano Franco

29 dicembre 2011

 

Continua l'interessante lettura, come una colta ed appassionata conversazione (Red).

Ora, prima di parlare di come reperire le risorse finanziarie necessarie per attivare una ripresa lavorativa ed economica così globale, è opportuno parlare del grande debito che grava sulle spalle di tutti gli italiani e della vergognosa speculazione che viene mossa contro l’Italia dai grandi capitali, sostenuti e indirizzati proprio dalle società di Rating.

Non sono certo i piccoli investitori che muovono le Borse, anche se, spesso, vengono guidati, come pecore al pascolo, dai cani dell’aggiotaggio, reato penale sancito all’art. 501 e in particolare, per ciò che ci riguarda, al capoverso 2., dove le pene vengono raddoppiate “se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato …”.

Non vedere di quale discutibile potere si siano appropriate le società di Rating, espressione dei massimi gruppi di potere mondiali, significa davvero tapparsi il naso per non sentirne la puzza.

Il nostro Debito Sovrano è, comunque, un problema davvero grande e, i titoli in scadenza, senza per ora soluzioni di continuità, vengono onorati con la cessione di sempre nuove emissioni.

Con il diminuire della fiducia nel Sistema Italia, per convincere i possibili acquirenti dei nuovi titoli, è necessario aumentarne il tasso d’interesse.

Un esempio palese è dato dai 450 miliardi di Euro in titoli che andranno a scadere nel prossimo anno, e di cui il Presidente Napolitano, giustamente preoccupato, non tralascia di parlare, chiedendo a tutti, ma proprio a tutti, i più duri sacrifici.

Facciamo allora qualche semplice calcolo.

Se quei 450 miliardi potessero essere rinnovati al 2%, che è più del tasso d’interesse pagato sui debiti sovrani tedeschi, essi ci costerebbero “solo” 9 miliardi di Euro l’anno, fino alla loro scadenza, che necessiterebbe ancora di un rinnovo.

Se, invece, per poca fiducia nei confronti dell’Italia, sfiducia giusta o, come invece è, ad arte creata, dovesse risultare necessario aumentare il tasso d’interesse, a favore dei compratori, fino all’8%, (e purtroppo ci siamo vicini), ecco che il costo annuale, per il solo mantenimento del debito, arriverebbe a ben 36 miliardi di Euro l’anno!

E’ tutto chiaro?  e voglio qui ripetere considerazioni già fatte in altre occasioni.

Gli speculatori, nel clima generale d’incertezza, ci imbibiscono il loro pane e, muovendo grandi capitali, sono essi stessi a determinare quel clima e, giornalmente, a moltiplicare all’infinito i loro profitti.

E’ per questo che non si investe più nell’industria, nell’artigianato, nel giusto commercio, nell’ecosostenibile, sulla famiglia, sulla scuola, nello sviluppo e in tutte quelle tante altre attività dell’uomo che sono sempre state alla base del suo essere e del suo divenire.

No!  ora il capitale, sul cui impiego nel lavoro discettava il buon Marx, più poeta che economista, viene invece impiegato solo per accrescere se stesso, togliendo aria e risorse ad ogni impresa, sia pure la più degna o la più remunerativa.

Oggi il danaro chiama solo danaro, come sangue chiama sangue!

Tale stato di cose non è più tollerabile.

Va ridotta, subito, la colpevole assoluta libertà di cui godono l’economia e la finanza, e vanno subito ridisegnate le sponde entro cui possono e debbono scorrere.

Il mio pensiero indecente è questo.

Che nessuno gridi allo scandalo o rabbrividisca prima di averlo ben digerito.

Deve essere imposto, per accordi internazionali, tra politici e reggitori di Stati, un tetto massimo all’interesse sui debiti sovrani, per esempio, proprio del 2%.

Il nostro debito in scadenza, di 450 miliardi di Euro, renderebbe sempre, agli acquirenti dei titoli a rinnovo, ben 9 miliardi di Euro l’anno.

Ma l’Italia, ingiustamente sfiduciata, non potrebbe trovare compratori dei nuovi titoli se il loro tasso d’interesse non fosse molto, ma molto appagante e, forse, tutti quei miliardi di titoli potrebbero anche non trovare acquirenti!

Sti cazzi! (direbbe un mio amico plurilingue).

I titoli in scadenza dovrebbero allora restare nelle mani dei portatori, sempre mantenendo il loro tasso originale, fino all’acquisto dei nuovi da parte di terzi.

Già sento le urla: tradimento! impegni non onorati! insolvibilità! bancarotta! truffa!

Tutte balle! proprio tutte balle!

Se i titolo tedeschi vengono rinegoziati all’1,5%  perché mai quelli italiani dovrebbero rimanere invenduti pur offrendo il 2% d’interesse?

La mancanza di fiducia è, in fondo, solo una scusa per giustificare la speculazione.

Un accordo fra Stati, a reciproca garanzia e nel rispetto di regole amministrative assolutamente vincolanti e immediatamente operative, metterebbe fine ad ogni speculazione.

E non dobbiamo dimenticare che il nostro stato economico, il raffronto cioè tra debito e credito, non è secondo a nessuno, proprio a nessuno; non a quello francese, non a quello inglese e nemmeno a quello tedesco, per non parlare poi di tutti gli altri, Spagna e Grecia comprese.

E’ evidente che solo chi specula sulla viva carne dei poveri e dei popoli ha interesse a mantenere lo statu quo, a proseguire lungo la strada della sopraffazione del debole e della santificazione del massimo guadagno a tutti i costi.

I politici debbono subito darsi una mossa: sarà certo duro difendere, imporre e giustificare il mancato pagamento di titoli, da sempre, sempre onorati.

Ma solo essi hanno il diritto-dovere di operare, anche contro regole e principi mai messi in dubbio o contro la stessa legge, perché essi e solo essi sono i portatori della vera Legge, quella che dovrebbe garantire e proteggere tutti coloro che lavorano per vivere, costretti invece oggi a vivere, peggio, a sopravvivere, solo per lavorare.

di Salvatore Giuliano Franco

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