La lettera della professoressa Francesca Romana Passalacqua affronta tematiche di diverso genere, sindacale, strutturale, organizzativo e...
...di filosofia di progettazione della scuola, che a mio avviso andrebbero discusse separatamente.
Da dove cominciamo? Ritengo sia funzionale dall’inizio, anche perché in questa prospettiva mi trovo a condividere il giudizio della gentile interlocutrice sul susseguirsi di “fantasiosi” interventi, senza mai una riforma organica.
La destrutturazione, senza mai una riforma strategica ed organica, ebbe infatti inizio con lo sperimentale “alleggerimento” dell’esame di maturità. È vero, il Sessantotto inteso come movimento non c’entra nulla, semmai è lo stesso disegno ideologico che lega questa prima “cricca” (imperfezione che in un pezzo meccanico può ingenerare rottura a fatica) a quella che sarà la quasi contemporanea cultura sessantottina. Perché?
Siamo negli “anni caldi” della “guerra fredda”. Le truppe del Patto di Varsavia scaldano i motori per invaderci; l’Italia in cui è presente il più forte partito comunista del tempo in un Paese democratico è oggetto di un disegno strategico neogramsciano: disgregare le istituzioni per progressivamente occuparle. Le divisioni che avrebbero dovuto invaderci, all’epoca stazionanti in Ungheria, avrebbero potuto così trovare le precondizioni per un assoggettamento “indolore” all’impero sovietico.
L’involuzione che la scuola italiana ha subito, ma con essa tutte le istituzioni, erano funzionali a questo disegno strategico. È verissimo professoressa Passalacqua, questo “ammorbidimento” ha coinvolto tutte le categorie professionali che esistono in Italia ingegneri, medici, giornalisti, politici, macellai e panettieri, nessuna esclusa compresa - mi consenta come direbbe un personaggio noto - quella degli insegnanti. Il Sessantotto è stata una fase di un processo che ha avuto i suoi prodromi in pieno boom economico, che ha preso forma con gli “autunni caldi” e poi via via attraverso gli “anni di piombo”, il giustizialismo, l’antipolitica e fenomeni degenerativi a seguire sino ad oggi, ad “escortopoli”, no global, onda e varie.
Il documento dell’Ocse era settoriale; faceva riferimento solo alla scuola italiana in comparazione a quelle europee e in quest’ottica era stato commentato dal Presidente Sidoti. Non si può certo fare ogni volta un discorso sui massimi sistemi.
Torniamo alla scuola, perché su questo stiamo verificando le reciproche opinioni. La scuola si trova nel malessere attuale «a causa della maniera dissennata con cui sono state condotte negli anni riforme su riforme, riforme che quasi mai sono state varate dopo un serio dibattito critico. La scuola va alla deriva perché è terreno di scontro tra avverse forze politiche». Come vede professoressa Passalacqua condivido il Suo pensiero, semmai mi differenzio dal Suo giudizio perché ritengo quanto avvenuto non frutto di superficialità, ma di un avveduto disegno strategico di natura ideologica e politica, gestito in monopolio da una esclusiva parte; solo di recente si può parlare di confronto, spesso anche di scontro magari unilaterale (non specifico da quale parte), tra avverse visioni politiche. L’azione del ministro Maria Stella Gelmini ha infranto una situazione di monopolio culturale ed ideologico nel mondo della scuola, alla stregua di come l’azione del ministro Roberto Maroni lo ha infranto nel campo dell’Ordine pubblico, quella del ministro Ignazio La Russa nella Difesa, e così via per non parlare del “demone” del “male dei mali” Silvio Berlusconi. Urca! Ho usato per tutti i comparti la maiuscola e per “scuola” la minuscola. Accetto gli strali e gli improperi.
Gentile professoressa i tempi cambiano, come cambia la cultura prevalente. Se Archiloco si augurava di morire prima del venir meno “dei doni dell’aurea Afrodite”, Solone espressione di una successiva cultura che poneva nella saggezza il fondamento del vivere gli replicava “gherasco aei didascomenos” (mi scuso per la grafia contemporanea) che si traduce (non lo dico per Lei, ma per qualche lettore non altrettanto colto) “invecchio imparando sempre”, cioè è nell’apprendere il motivo e la gioia della vita.
La citazione calza a pennello con la scuola. I tempi archilochei iniziati con la “semplificazione sperimentale” dell’esame di maturità e proseguiti nella «maniera dissennata con cui sono state condotte negli anni riforme su riforme» volgono al termine; non siamo ancora ad una visione solonea, ma qualche distico comincia a venire composto dai provvedimenti del ministro Gelmini.
Certo non bastano «qualche cinque in condotta e qualche bocciatura in più a creare la scuola del merito» (fosse così semplice!) però sono il segno di una inversione di ‘condotta’, del tentativo di reintrodurre il principio del merito, dell’autorità, della disciplina. Spero che non sia l’inversione di tendenza in questa direzione a mettere «in gioco tutto ciò in cui si crede» perché «c'è da morirne!», spero metaforicamente nella tradizione culturale archilochea intesa come vivere la funzione della scuola in maniera ludica, allegra, facile e scontata se non addirittura epicurea (sessantottina), nel senso contemporaneo che diamo a questa filosofia.
Con i tempi cambiano i paradigmi culturali, persino quelli scientifici, non solo quelli umanistici del “latinorum” o del “grecorum”. Quale rivoluzione più grande del passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano e, soprattutto, quali resistenze conservatrici ed ideologiche si sono opposte ad esso. Più di recente il passaggio dalla fisica classica a quella relativistica e, più oltre, alla meccanica ondulatoria. Si figuri la realizzazione delle armi relativistiche delle cosiddette “guerre stellari” del Presidente Reagan veniva ritenuta impossibile da illustri scienziati che potremmo definire “neotolemaici”; avrà in queste pagine letto che in certi specifici campi il parere di Nobel del calibro di Carlo Rubbia viene contestato, persino con certo sarcasmo, da “peones” della scienza, da dei “praticoni” quali gli ingegneri.
Nel primo dei casi citati i “neotolemaici” ignoravano, o almeno non tenevano conto delle implicazione che la formula di De Broglie ha introdotto tra materia ed energia, per cui diviene possibile attraverso sue applicazioni persino trasformare fasci di particelle, quali gli elettroni, in distruttivi raggi gamma, i soli in grado di abbattere un missile balistico in volo; nel secondo affascinati dall’ideologia della sfida alla scoperta impossibile non si tenevano in debito conto la termodinamica (disciplina tipicamente ingegneristica) e la resa (in versione inversa l’onere che comporta) economica di certe realizzazioni.
Ma torniamo ai problemi della scuola, anche se non è l’unico comparto che ha subito lo sconquasso del terremoto di decenni di cultura rivoluzionaria di sinistra, il cui obiettivo era distruggere per edificare il “socialismo reale”, la dittatura del proletariato sulle rovine del sistema liberale, liquidato come capitalistico. Le macerie da rimuovere sono dovunque, non solo nella scuola. Ad esempio tra i giornalisti, come avrà notato da queste pagine, sono in corso un aperto dibattito, un vivace confronto e conseguenti concrete iniziative se non per ricostruire il distrutto o solo il superato dai tempi (questo compito spetta al legislatore), almeno per rendere il comparto, tra cui l’accesso e l’esercizio della professione, meno distante dai tempi che viviamo.
Ed ancora, indossando il “cappello” da tecnico, credo che sempre da queste pagine appaia evidente la diversificazione dei pareri, ad esempio in campo energetico, dove sinora il dibattito è stato a senso unico. Dappertutto è prioritario sgombrare il campo dalle incrostazioni del passatismo marxista, del suo sogno di costruire anche in Italia uno Stato ad immagine e somiglianza di quello sovietico, inefficiente e sanguinario, sotto quest’ultimo aspetto persino più del regime nazista.
Gli insegnanti hanno bassi stipendi? La invito a visionare un documentario di inchiesta che l’Ordine dei giornalisti ha realizzato sulla diffusissima precarietà nella professione. Ripeto decenni di sogno rivoluzionario marxista e di cattocomunismo hanno prodotto sconquassi e macerie, che ora devono venire rimossi. Se la Scuola (questa volta lo scrivo con la maiuscola) è, come buona parte del pubblico impiego, divenuta un dozzinale “stipendificio” per proletarizzare la società italiana, diviene necessario ricondurla alle giuste dimensioni per garantire anche una dignità economica a chi ci lavora. Il problema è generalizzato, non riguarda solo il mondo scolastico, dove magari può influire la riduzione della popolazione scolastica, almeno in certe aree del Paese.
Tagli con la mannaia? Cosa propone per gli esuberi, forse continuare con un inefficiente e costoso (poi gli stipendi generalizzati sono inevitabilmente bassi) assistenzialismo? Devono venire trasferiti gli insegnanti o la popolazione scolastica? Se ha delle alternative concrete le prospetti, non attribuisca gli effetti che sono preesistenti all’azione del ministro Gelmini. Cosa fanno i sindacati oltre a contestare per principio il Governo Berlusconi? Evidentemente nulla se Lei denunzia nella sua lettera certi apocalittici problemi.
Mi sono dilungato molto. Devo concludere. Penso a una lapidaria citazione. Ma quale?
Democraticamente ne riporto una pluralità; scelga Lei quella che più Le aggrada o ritiene più consona dal suo punto di vista. Per facilitare la consultazione sono in ordine alfabetico.
“Absit iniuria verbis”, “Ab uno disce omnis”, “Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt”, “Acta est fabula”, “Caput imperare, non pedes”, “Castigat ridendo mores”, “De gustibus non est disputandum”, “Doctum doces”, un oraziano “Eripit persona, manet res”, “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, un berlusconiano “Facta non verba”, “Fallacia alia aliam trudit”, “Ne quid nimis”, “Qui gladio ferit gladio perit”, “Veritas filia temporis”, “Video meliora proboque: deteriora sequor”.
Per concludere: “Sine indignatione” quia “Omnia munda mundis”.
Giorgio Prinzi








