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Sarebbe il caso di dedicare un poema sinfonico (dopo i Pini e le Fontane) anche a queste secolari istituzioni che...
...la così detta Legge Merlin ha cancellato dal 20 settembre 1958. A cinquanta anni dall’apertura o dalla morte nessuno ha pensato di commemorare tale “benemerita” istituzione nella piazza più idonea: Piazza Navona. Sicuramente la commemorazione non è stata resa possibile perché il solo pronunciare la parola casino crea imbarazzo.
Difatti si premette alla parola casino un «con rispetto parlando». Si plaude invece al ministro ombra che inneggia alle palle. La ritrosia ad usare la parola casino e l’esaltazione delle palle evidenziano quanto l’ ignoranza stia contagiando il genere umano. La parola casino ha origini primordiali : Eurimone, Dea di tutte le Cose, emerse nuda dal Caos….Sistemò il mare il cielo e la terra e tante altre cose. Si dimenticò qualche dettaglio e nel mondo rimase qualche piccolo caos o caosino che, perdendo una “o”, divenne un casino. Le palle sarebbe più appropriato chiamare con il vero nome di testicoli diminutivo di testis testimone. I testicoli, secondo il poeta latino Persio, sono i testimoni di un atto amoroso e quindi perché vergognarsene ? Le palle danno un senso di sconfitta…..specie se moscie, da politico.
La morale corrente ha stabilito che la parola casino non si deve pronunciare. Si possono usare i sinonimi case di appuntamento, case di piacere, case di malaffare, case chiuse, case di tolleranza, ma mai casino. Eppure, i casini, o lupanari, sono stati sempre fiorenti fin dai tempi dei Romani. La zona di piazza Navona, famosa già ai tempi di Domiziano, ha proseguito tale vocazione nel medio evo e l’ha conclusa il 20 settembre 1958.
Le mura sotterranee che facevano parte delle sottostrutture dello stadio di Domiziano hanno consentito di stabilire che in tale edificio avrebbero potuto trovare sede le taverne e altre case meno rispettabili: i lupanari. Nella zona tali istituzioni, i casini, hanno resistito nei secoli, e, fino al fatidico 20 settembre 1958, erano famosi i «lupanari», o «case chiuse», di Via dei Pellegrino, Via del Teatro della Pace (ce ne erano due), Via dei Coronari e Via dei Cappellari. In un giornale del 4 marzo 1995, un articolo di Enrico Vanzina riporta l’elenco delle case chiuse che venivano frequentate dai maschioni romani: Leonetto, Cappellari, Pellegrino, Capo le Case, Laurina, Leuto, Capocci, Fontanella, Coronari, Fontanella Borghese, Campanella, Mario dei Fiori (sala A e sala B), Cimarra (sala A e sala B), Avignonesi, Grottino e Teatro della Pace (sala A e sala B).
L’edulcorata qualifica di «case chiuse» derivava dal fatto che gli stabili avevano persiane ermeticamente chiuse da un lucchetto L’ingresso era consentito ai maggiori di diciotto anni e la rispondenza di tale requisito era controllato da una donna anziana che, di solito, era una professionista del sesso in pensione. L’esercizio domenicale della visita delle “Sette Chiese” era praticato dai liceali dell’ultimo anno che, privi di mezzi, si attardavano nella sala grande della casa. Questo sostare nella sala di attesa, se arrivava a tempi lunghi, veniva represso dalla “badessa” che stava alla cassa con il classico « ragazzi in cameraaaa! ». La camera era, spesso, di uno squallore infinito. Un armadio con uno specchio rimandava l’immagine della prestazione da letto che il protagonista avrebbe poi raccontato agli amici come fosse stato lo stallone d’oro.
Luciano De Crescenzo dedica alle case di tolleranza il pensiero 254 nel suo I pensieri di Bellavista Mondadori Editore marzo 2005 : «Ho avuto la fortuna di frequentare le case di tolleranza prima che venissero chiuse. L’ultimo giorno piangevamo tutti: piangevano le prostitute, piangevano i clienti e piangeva la signora Gianna, la tenutaria. Era il 20 settembre 1958. Il giorno prima, san Gennaro non aveva fatto il miracolo, e questo già la dice lunga».
Il privilegio della frequentazione fu, con tale provvedimento, limitato ai giovani nati nell’Era Fascista. A quelli nati nell’era del biancofiore, simbolo d’amore, fu riservata la castità.
Alfredo Martini
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