Se uno guida senza patente viola una precisa norma e gli viene impedito di seguitare a farlo indipendentemente dalla sua reale abilità di condurre un veicolo. Il caso di Pino Maniaci, giornalista divenuto simbolo di una pubblicistica combattiva e dirompente, è il traslato del pilota abile e brillante nella guida,...
... divenuto tale senza avere mai conseguito la patente. Un giorno lo ferma la Municipale!
Entrambi i casi hanno degli aspetti surreali e si prestano a più interpretazioni. Se uno è un bravo pilota e conosce a menadito le regole di guida, smette di essere tale o, addirittura, diviene un pericolo solo perché non ha mai fatto l'esame di guida? Certo che no, ma se costui è un bravo pilota e conosce a menadito il codice stradale, perché non ha seguito la prassi e non ha mai sostenuto l'esame di guida?
L'esame altro non è che l'accertamento e la certificazione della sua idoneità attraverso la concessione di una patente. La prassi è a tutela del bene pubblico, oltre che individuale, tanto che sono previste periodiche revisioni. Se, ad esempio con l'avanzare dell'età, il bravissimo guidatore perde le sue attitudini, la patente non gli viene rinnovata e per l'incolumità sua e altrui non gli viene consentito più di guidare.
Già, ma la libera espressione del proprio pensiero è un diritto inalienabile, ancor prima che sancito dalla Costituzione. È vero, ma anche il diritto alla mobilità ed alla libera circolazione è un diritto fondamentale, che viene tuttavia regolamentato e in taluni casi limitato di fronte ad una esigenza prioritaria che è il bene pubblico.
Probabilmente Pino Maniaci ha compiuto una precisa scelta politica nell'avere rifuggito l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti. Sotto certi aspetti può sembrare una scelta contraddittoria con il suo impegno legalitario in un contesto storicamente caratterizzato dalla presenza mafiosa; sotto altri può apparire coerente proprio con questa scelta vissuta all'estremo in un'ottica estrema e rivoluzionaria estesa a forma di contestazione radicale, senza se e senza ma, di ogni forma o istituzione, quale l'Ordine dei Giornalisti, che possa apparire come concretizzazione o emanazione di un potere che Maniaci vuole emendare in assoluto e semplicemente in quanto tale.
Si tratta di una scelta personale estrema. Agenzia Radicale storicamente impegnata nell'abolizione degli Ordini professionali e di quello dei Giornalisti in particolare, ne ha fatta una diversa. Giuseppe Rippa, Direttore di Agenzia Radicale e di Quaderni Radicali, si è personalmente astenuto dal conseguire, pur avendone titolo e competenza, la "patente" di giornalista, ma ha affidato ad un esponente meno emblematico l'assunzione di responsabilità prevista dalla vigenti norme.
Ma poi, quest'Ordine è realmente così vituperando? La prima leggenda da sfatare è quella che si tratta di una creatura fascista. Il progetto è antecedente e venne del tutto accantonato nel ventennio fascista, che istituì le corporazioni. L'idea si concretizzò solo nel 1963 con una legge che oggi è superata ed anacronistica, in quanto mai aggiornata all'evolversi della realtà che nel mondo della comunicazione è stata veloce e rivoluzionaria, in maniera più radicale e caratterizzante di quanto sia avvenuto per le altre professioni ad assetto ordinistico.
Il mio punto di vista al riguardo è differente da quello sostenuto da Agenzia Radicale e i nostri lettori sanno anche che sono Consigliere Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, eletto nelle liste di "Pubblicisti di Stampa Romana", di cui è leader storico e carismatico il collega Gino Falleri. Non deve pertanto meravigliare una mia coerente difesa di esso, che non vuol dire assolutamente il mantenimento dello stato attuale. Una bozza di riforma dell'accesso alla professione e del modo di essere e funzionare dell'Ordine dei Giornalisti è stata peraltro elaborata dal Consiglio nazionale dello stesso in una sessione straordinaria tenutasi a Positano lo scorso ottobre.
Inoltre, anche se non si chiamano "ordini" ed hanno un diverso ordinamento e una diversa tradizione, esistono in tutto il mondo consimili istituzioni, a volta sotto forma sindacale altre sotto forma associativa, spesso con poteri maggiori di quelli che il legislatore italiano ha attribuito a tali organismi. Quella di stabilire e fare rispettare regole etiche e di deontologia professionale è un'esigenza universalmente sentita. Di recente si è infatti parlato di introdurre regole omologhe a quelle che l'Ordine dei Giornalisti impone ai propri iscritti a tutti gli operatori della comunicazione, dove ancora vige l'arbitrio della mancanza di regole. Se il progetto, già in fase avanzata, divenisse operante, Pino Maniaci, in quanto non giornalista regolare, verrebbe assoggettato a questa disciplina, senza godere della tutela di un Ordine professionale, alla stregua di un qualunque persino coreografico operatore della comunicazione non giornalista. Inoltre, mentre qualsiasi Ordine professionale ha giurisdizione solo sui propri iscritti, la prospettata Autorità o Commissione di garanzia nell'ambito di una già esistente Autorità, avrebbe giurisdizione su tutti gli attori della comunicazione non iscritti, e pertanto anche tutelati, da un Ordine professionale.
Comunque si può avere un'idea dell'azione svolta in campo deontologico consultando le delibere disciplinari nella pagina "Attività del Consiglio Nazionale" del sito www.odg.it e nelle pagine omologhe dei vari Ordini regionali dei giornalisti.
Per questo sono propenso ad una riforma, piuttosto che a una cancellazione del medesimo. Non entro nel merito di altri Ordini professionali, ma a maggior ragione a mio avviso si pone l'esigenza di organismi consimili per professioni a grande impatto sociale, quali ad esempio quella dei Medici e degli Ingegneri, più in generale delle tradizionali cosiddette professioni liberali.
Quali linee seguire allora nella riforma dell'Ordine dei Giornalisti al fine di eliminarne incongruenze ed anomalie che lo rendono atipico rispetto all'ordinamento in materia? Quelle di seguire il dettato costituzionale sancito nell'articolo 33 di un esame di Stato al termine di un istituendo finalizzato corso di laurea che abiliti all'esercizio della professione. In questo modo si accederebbe alla professione per titolo ed esame, in assoluta parità tra tutti gli aspiranti. L'iscrizione all'Ordine sarebbe obbligatoria solo per l'esercizio effettivo della professione e vincolato al superamento del relativo esame di Stato. È quanto avviene ad esempio in relazione all'abilitazione e all'esercizio della professione di ingegnere.
A mio avviso, la laurea in giornalismo dovrebbe venire conferita da una Scuola postlaurea a cui si accederebbe se in possesso di un qualsiasi altro diploma di laurea, sia pure breve. L'attuale impostazione delle Scuole di Giornalismo, privilegia infatti da un lato materie di tipo umanistico, con il rischio di immissione di nuove leva a esclusiva formazione monoculturale, dall'altro materie sui comportamenti delle opinioni pubbliche che, se non ancorate ad una diversa e solida preparazione di base, rischiano di sfornare non giornalisti, ma manipolatori d'informazione.
Verrebbe in questo modo anche meno la differenziazione tra pubblicisti e professionisti, attualmente caratterizzata da diversa modalità di accesso ai rispettivi Albi, che diverrebbe in tal modo di tipo contrattuale e sindacale con differenziazione tra impiego a tempo pieno ed esclusivo (attuali professioni) e collaborazione con attività giornalista non esclusiva (attuali pubblicisti).
Resterebbe da definire il ruolo degli Iscritti all'Elenco speciale (pubblicazioni tecniche e bollettini di vario tipo e finalità) al quale potrebbero accedere, dopo avere sostenuto un esame che attesti la conoscenza delle vigenti leggi in materia di stampa e comunicazione oltre che quella del codice deontologico della categoria, richiedenti in possesso di un titolo meno elevato della laurea, ma comunque non inferiore a quello di scuola media superiore od equipollente.
Queste le mie personali proposte, che si discostano, tra l'altro, da quelle elaborate lo scorso ottobre a Positano nella Sessione straordinaria del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti. In quell'occasione è prevalso l'orientamento di emendare l'esistente, fortemente condizionato peraltro dalle proliferanti Scuole di Giornalismo, piuttosto che investigare vie del tutto nuove. La maggiore carenza di questa impostazione è la scarsa, anzi la mancata attenzione nei confronti di una cultura scientifica e tecnica nella preparazione di base del plasmando giornalista, che si troverà invece ad operare in un mondo in cui anche l'informazione dovrà essere gestita da un adeguato numero di fisici, ingegneri, chimici, medici, comunque operatori che non abbiamo carenze in questi settori culturali.
Giorgio Prinzi
Roma, 8 Aprile 2009








