Mercoledì 05 Maggio 2010 08:56

CRISI ED EMERGENZA ECONOMICA. di Dario Di Vico

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"Mentre la nostra politica si faceva circo, il resto del mondo discuteva d'altro"  afferma il noto editorialista del Corriere della Sera,  "si discute tra gli addetti ai lavori se la crisi che stiamo attraversando sia paragonabile al '29 "  e conclude affermando che  "archiviata la settimana del nostro Carnevale politico, non resta però molto altro tempo"

Dopo un'inutile settimana in cui il destino politico di un Paese del G8 è rimasto appeso alle scelte dei senatori Stefano Cusumano, Luigi Pallaro, Giuseppe Scalera e Tommaso Barbato il voto di Palazzo Madama ha dato almeno una certezza. L'esperienza del governo Prodi, così come è uscita dal risicato risultato delle elezioni del 2006, è terminata. I costi sono stati elevatissimi.

Lo sconcerto degli italiani, compresi una buona parte di elettori del centrosinistra, è cresciuto via via per l'immondizia accatastata nelle strade di Napoli, per l'assurda querelle che ha impedito al Pontefice di parlare all'università La Sapienza, per gli alterchi televisivi tra ministri dello stesso governo, per il mercanteggiamento intercorso con oscuri senatori per modificarne l'orientamento pro o antigovernativo. Mentre la nostra politica si faceva circo, il resto del mondo discuteva d'altro.
Era appeso alle notizie che provenivano dalle Borse, vagliava le opzioni dei banchieri centrali di Washington e di Francoforte, si riuniva a Davos per cercare le ricette giuste. L'ansia è giustificata: il timore è che gli Stati Uniti replichino la vicenda del Giappone degli anni 90 quando a causa di un doppio shock, immobiliare prima e finanziario poi, il Sol Levante ripiegò verso un lungo ciclo di crescita piatta durato 20 anni.
Una recessione nel Paese più ricco e sviluppato del pianeta si trasmette oggi con grande velocità sulle economie collegate. La buona politica attenua gli shock all'economia, la cattiva invece — ed è purtroppo il nostro caso — li amplifica.
E così la crisi si abbatterà con maggior virulenza in quei Paesi che hanno derubricato le riforme necessarie per aprire l'economia e renderla più competitiva. Mentre aspettavamo che Cusumano e Scalera consumassero i loro dubbi, in alcune fasi le Borse sono state capaci di bruciare oltre 500 miliardi di euro in poche ore.
Si discute tra gli addetti ai lavori se la crisi che stiamo attraversando sia paragonabile al '29 (tesi che Giulio Tremonti ha sostenuto per primo), sicuramente il terremoto che ha colpito i mercati ha già evocato a mo' di precedente addirittura l'11 settembre 2001.
Archiviata la settimana del nostro Carnevale politico, non resta però molto altro tempo.
È noto che il capo dello Stato ha intenzione di prendere risolutamente la situazione in mano e nel più breve tempo possibile — riducendo al minimo il rituale — dovrà lavorare per costituire un governo d'emergenza che possa affrontare le scadenze politiche e economiche. Come è logico si tratterà di un esecutivo di breve durata ma non per questo il compito sarà meno delicato. Anzi. A guidarlo sarà bene che venga indicata una personalità di alto rango e di altissima credibilità. Il nuovo premier dovrà portare in Parlamento una riforma del sistema elettorale capace di produrre maggioranze certe e ridurre il potere di veto delle formazioni minori.
Ma la vera mission, il tratto che dovrà caratterizzare il nuovo governo e che ne richiede il varo in tempi brevissimi, consisterà nell'impostare un pacchetto di misure economiche capaci di affrontare la tempesta recessiva e riavviare il meccanismo della crescita. A Davos ieri il commissario europeo Joaquin Almunia ha affermato che stiamo vivendo «un periodo di grandi difficoltà economiche, di turbolenze, di volatilità» e che «tutti i Paesi hanno bisogno di governi forti con il sostegno di tutte le parti del Parlamento, non solo delle maggioranze ma anche delle opposizioni ». Ben detto.
Dario Di Vico, Corriere.it

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