Mercoledì 05 Maggio 2010 08:57

Mercati virtuosi e mercati virtuali. (di Stelio W. Venceslai)

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Il capitalismo italiano è sempre stato tanto avventuroso quanto fragile. Si diletta in pericolosi giochi di banca, ma non investe un euro nella ricerca. E lo Stato? Pochissimo e sempre di meno….

Le elezioni nordamericane stanno proponendo, come nuovi, temi vecchi quasi un secolo, anche se rivestiti di termini nuovi. Mi riferisco agli effetti della globalizzazione.
Dalla politica del new deal si è gradualmente passati ad una politica liberista sempre più accentuata che ha portato, infine, alla globalizzazione economica su scala planetaria, in nome della libera concorrenza.

Moltissimi sono stati sacerdoti di questa evoluzione, profeti di una crociata dalle motivazioni indiscutibili come precetti biblici: nessun vincolo pubblico, libertà per le imprese, abbattimento del capitalismo di Stato o semi pubblico, privatizzazioni ad ogni costo, ognuno deve cavarsela da solo: meno Stato e più privato. E tutto l’Occidente, ossequiente, ha seguito questa strada.

Ora, ad esempio, il candidato alla Presidenza USA, Obama, comincia a sollevare qualche dubbio. E’ possibile che negli Stati Uniti milioni di poveri che non sono in grado di pagarsi l’assicurazione possano essere abbandonati al loro destino? E’ pensabile che il mondo possa essere sottoposto, senza reagire in alcun modo, al ricatto dell’OPEC?  Come può l’economia americana competere con quella cinese? E, d’altro canto, un miliardo e mezzo di Occidentali può mantenere tutti gli altri? Dove finisce la libertà di concorrenza? Nell’inquinamento? Nei prodotti tossici? Nel raddoppio in sei mesi del prezzo del petrolio?

A queste domande, ovviamente, non si può rispondere semplicemente. Ma il problema esiste.
In Europa, scimmiottando gli Stati Uniti, OCDE ed Unione europea hanno messo in piedi un’impalcatura burocratica e concettuale  per la disciplina del mercato che, in tal modo, dovrebbe essere virtuoso. In realtà è più virtuale che virtuoso: se non si controllano (e sanzionano) le grandi multinazionali che detengono il monopolio del greggio, dei cereali, dei metalli, dei diamanti, delle assicurazioni, dei trasporti. Di quale concorrenza si parla? Monopoli ed oligopoli con la globalizzazione e la complicità di Governi deboli o corrotti si sono consolidati e dettano legge ed il volume dei loro profitti cresce con il crescere della domanda mentre scendono i prezzi delle materie prime.

Lo smantellamento del settore pubblico, con la crociata delle privatizzazioni, in Italia condotte in modo insensato, ha reso forse il mercato più libero, ma per gli altri e, soprattutto, per le multinazionali.
Dove sono i grandi benefici per i consumatori, come conclamava Prodi, allora Presidente della Commissione europea? La delocalizzazione delle industrie europee avviene a danno dei mercati nazionali, dei consumatori e dei lavoratori. Il caso Nokia, in Germania, l’ultimo della serie, è sintomatico.

In Italia, praticamente, non abbiamo più nulla. Fatta salva la FIAT, che per un miracolo manageriale s’è ripresa, la grande industria è scomparsa. Non produciamo più né vetro né acciaio né prodotti alimentari, non abbiamo più la grande distribuzione, la BNL è diventata francese, l’Alitalia sta facendo la stessa fine, per poco le autostrade non passavano alla Spagna. Se altri settori industriali in Europa fossero in mano italiana ci sarebbe una compensazione, ma non è questo il caso. L’Italia, privatizzata in fretta e male, è diventata terra di rapina. Una colonia.

Qui non si tratta di fare dell’autarchia, ma di decidere quale sarà il destino industriale del Paese nei prossimi anni. Solo le lavorazioni per conto ed i settori di nicchia?
Le grandi mutazioni economiche internazionali stanno cambiando il volto industriale dell’Occidente. Le lavorazioni di massa sono finite. Solo settori di qualità ed a tecnologia elevata avranno un futuro. Ma per ottenere questo risultato non basta dirlo od auspicarlo.
Occorre innovazione e l’innovazione discende dalla ricerca e questa, dalle risorse intellettuali e finanziarie destinate a questo scopo.

Se le Università non sono in grado di preparare gli uomini e se le risorse finanziarie sono paurosamente ridotte, come si può fare ricerca?
Non bastano l’intuizione e l’inventiva, in cui gli Italiani sono maestri, per sfuggire ai nuovi vincoli del mercato internazionale. Occorrono risorse ed investimenti. Il capitalismo italiano è sempre stato tanto avventuroso quanto fragile. Si diletta in pericolosi giochi di banca, ma non investe un euro nella ricerca. E lo Stato? Pochissimo e sempre di meno. Spendono più le Regioni per mandare all’estero in viaggi promozionali consiglieri e famiglie, legali o di fatto, che lo Stato italiano nella ricerca.

Sono questi gli assi centrali della questione: l’istruzione, che affonda le sue radici in un sistema scolastico ed universitario distrutto da riforme, controriforme e baronie e la finanza, pubblica e privata, che non va nella direzione della ricerca e dell’innovazione. Ma qui è invece il futuro per il quale occorre prepararsi.

Riusciranno i nostri Governi, qualunque essi siano, prima o poi a capirlo?

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