Mercoledì 05 Maggio 2010 09:00

POLITICA ED ECONOMIA: Le amnesie di Zapatero. di Maurizio Ferrera

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"Alla fine Zapatero è stato costretto a riconoscerlo pubblicamente: la Spagna è in crisi. Forte del suo secondo successo elettorale, negli ultimi due mesi il premier iberico aveva scelto di ignorare i sintomi sempre più evidenti di rallentamento dell'economia..." ecco una chiara analisi del noto editorialista del corriere Della Sera che pubblichiamo per maggiore diffusione

 

POLITICA ED ECONOMIA: Le amnesie di Zapatero. di Maurizio Ferrera

Alla fine Zapatero è stato costretto a riconoscerlo pubblicamente: la Spagna è in crisi. Forte del suo secondo successo elettorale, negli ultimi due mesi il premier iberico aveva scelto di ignorare i sintomi sempre più evidenti di rallentamento dell'economia, peraltro chiaramente segnalati dalle principali istituzioni finanziarie nazionali e internazionali. Chiudendo i lavori dell'ultimo congresso Psoe, il 6 luglio scorso, Zapatero ha infranto il tabù, ammettendo peraltro che la crisi ha cause non solo esterne (il prezzo del petrolio, l'instabilità dei mercati finanziari) ma anche interne (soprattutto le difficoltà del settore edilizio, che ha trainato il boom spagnolo dell'ultimo decennio). «Più che le parole a me interessano le decisioni», ha poi aggiunto Zapatero in una intervista televisiva. Ma quali decisioni? In realtà, sul fronte propositivo il premier spagnolo è rimasto finora sul vago. Data la cattiva congiuntura internazionale, nessuno si aspetta ricette miracolose.

Molti cominciano tuttavia a chiedersi: il «modello Zapatero» ha un suo progetto economico, capace di promuovere crescita e competitività? Oppure è solo ed esclusivamente un progetto di modernizzazione civile e sociale? Durante la legislatura 2004-2008, gli ideologi del Psoe avevano teorizzato in forma esplicita che la modernizzazione (in particolare la promozione dell'eguaglianza di genere e di più ampie opportunità per tutti gli outsider) era di per se stessa uno strumento di crescita. L'ingresso di più donne e più giovani nel mercato del lavoro e la valorizzazione dei loro talenti avrebbe dato una bella «scossa» all'economia e stimolato dinamiche di innovazione e cambiamento non solo nella società, ma anche nel mercato e nella pubblica amministrazione. Erano sì previsti anche interventi più tradizionali di liberalizzazione, di riduzione della pressione fiscale, di razionalizzazione della spesa pubblica.

Ma il piatto forte del modello Zapatero era, appunto, il disegno di modernizzazione civile e l'ambizioso pacchetto di riforme varato su questo terreno (nuovo diritto di famiglia, legge sull'eguaglianza fra uomini e donne, diritti delle coppie omosessuali, politiche per promuovere l'autonomia dei giovani) è stato il vero tratto caratterizzante della passata legislatura. Le misure adottate hanno indubbiamente provocato varie «scosse», dando un contributo non secondario al dinamismo spagnolo degli ultimi anni. La scarsa incisività delle politiche economiche (soprattutto sul fronte delle liberalizzazioni) ha però impedito l'attivazione di un circolo virtuoso durevole, basato non solo sull'inclusione degli outsider, ma anche su specifici incentivi volti a stimolare produttività ed efficienza. Per superare la crisi, Zapatero sarà ora costretto a prendere decisioni coraggiose e impopolari proprio su questo fronte. Seguendo l'esempio di Blair, dovrà riformare la pubblica amministrazione, aprire alla concorrenza i settori protetti, riformare fisco e previdenza.

A giudicare dalle dichiarazioni programmatiche formulate in occasione del congresso, il premier non sembra però molto interessato a procedere su questa strada. Nei suoi due discorsi Zapatero ha parlato soprattutto di diritti civili e sociali, laicità dello stato, temi eticamente sensibili (dall'aborto all'eutanasia). Vi è stato il cenno alla «crisi» e alle sue cause. Vi è stato un breve ragionamento sul crescente disagio economico delle famiglie spagnole e sulle necessità di farvi fronte. Il premier non ha tuttavia formulato proposte concrete. Ha sostenuto che il suo governo ha già operato una profonda trasformazione dell'economia spagnola nel segno dell'efficienza e della competitività (una evidente esagerazione), ribadendo generici impegni ad accrescere gli investimenti pubblici in ricerca e innovazione.

E ha annunciato una nuova politica economica «di sinistra», capace di far prevalere «i valori umani al di sopra del denaro e del potere». Sono parole pronunciate durante un congresso di partito, volte a soddisfare gli «spiriti animali» di quadri e militanti ancora molto attaccati alla tradizione operaista del socialismo spagnolo. Nelle interviste successive al congresso, Zapatero avrebbe però potuto chiarire, integrare, precisare. Non l'ha (ancora) fatto. E a chi gli chiede lumi sulle strategie programmatiche, risponde che chiarimenti e proposte saranno presto fornite dal nuovo think tank del Psoe, la Fundacion Ideas. Il nome è un acronimo che sta per: Igualdad, Derechos, Ecologia, Accion, Solidaridad. Si tratta di simboli e obiettivi senza dubbio importanti per una formazione politica di stampo social-riformista.

Ma l'economia dov'è? Dove sono la crescita, la produttività, la competitività? Se non si occupa seriamente di queste tematiche è ben difficile che il modello Zapatero riesca a fronteggiare la crisi economica in cui la Spagna sembra essere improvvisamente precipitata. Su alcuni blog spagnoli di centro-destra, comincia a circolare una tagliente battuta: «con Zapatero, pais bananero». Ossia politiche pasticciate, eccessi laicisti e «buonisti», misure estemporanee da «Repubblica delle Banane», appunto. Si tratta di una caricatura fattualmente inesatta e politicamente ingenerosa. Le riforme sul terreno dei diritti civili e sociali hanno davvero portato una salutare ventata di modernità nella società spagnola (una ventata di cui avrebbe tanto bisogno anche il nostro Paese). Ma Zapatero deve ora dimostrare di essere efficace anche sul piano economico. È troppo presto per la frutta: il premier deve proporre un nuovo e diverso «piatto forte» per la legislatura appena iniziata, resistendo alle sirene del massimalismo vetero-socialista e del trionfalismo auto-celebrativo.

Maurizio Ferrera, da corriere.it 14 luglio 2008


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