La crisi d'identità dei democratici ha radici e articolazioni che poco hanno a che vedere con la privatizzazione dell'Alitalia, le regole della contrattazione e la lotta all'assenteismo, sostiene il noto editorialista del Corriere della Sera in un fondo che pubblichiamo per maggiore diffusione.
L’AUTUNNO DEL SINDACATO - Il coraggio e la fortuna. di Dario Di Vico
La saggezza popolare sostiene che la fortuna aiuta gli audaci. Ma l'Italia è anomala anche in questo. Almeno in un caso, quello del sindacato, la Dea bendata sembra andare in soccorso dei pavidi. Nonostante Cgil-Cisl-Uil vengano da anni di scelte rinviate e di coraggio archiviato hanno ora, in settembre o al massimo nelle settimane successive, la possibilità di ricominciare. Di chiudere la lunga stagione dei no e tornare al centro della scena politica. Il primo nodo riguarda il risanamento e la privatizzazione dell'Alitalia. Si discuta e si negozi la quantità e la gestione degli esuberi ma il salto che i sindacati devono fare è un altro: rinunciare al consociativismo aereo. Quello statuto materiale che ha fatto della compagnia di bandiera un' azienda extra-mercato dove non valgono le regole standard dell'industria privata e le rappresentanze non sono mai elette direttamente dai lavoratori. Per evitare di rompere questo schema il sindacato ha detto no in primavera all'offerta avanzata da Air France, ma ora il tempo è scaduto. Con la consueta lucidità Nicola Rossi ha fotografato così la situazione: «La richiesta Cgil di discutere il piano è irragionevole, spero che evitino nuovi errori».
La seconda scelta-chiave di questi giorni investe la riforma della contrattazione. Il paradosso di cui soffrono i lavoratori italiani è quello di avere il sindacato più forte d'Europa e le paghe più basse. Non può durare all'infinito. E' dunque più che legittimo aspettarsi che i vertici di Cgil-Cisl-Uil si chiudano in una stanza con i rappresentanti della Confindustria e ne escano con un'intesa che scambi incrementi di produttività con vantaggi salariali. Non è difficile. C'è un tavolo di negoziazione aperto, si tratta di tagliarsi i ponti alle spalle e capire, da parte del sindacato, che questa è l'ultima chance per tornare a contare qualcosa in materia di distribuzione del reddito.
Il terzo crocevia è rappresentato dalla «questione fannulloni». L'iniziativa tambureggiante del ministro Renato Brunetta ha aperto varchi tra gli assenteisti professionali. Il sindacato, invece, è stato reticente o è rimasto sulla difensiva (abbracciando il noto slogan: «Il problema è ben altro»). Eppure è facile individuare cosa si deve fare: definire d'intesa con il governo un codice di comportamento sperimentale che elimini le punte più sfacciate di assenteismo e crei i presupposti per costruire un nuovo sistema di sanzioni e incentivi.
Se Cgil-Cisl-Uil facessero queste cose, quasi d'incanto potrebbero recuperare il rapporto con l'opinione pubblica e si ritroverebbero protagonisti della transizione italiana verso il moderno. Se scegliessero questa strada farebbero un favore a se stessi prima che a Silvio Berlusconi. Non sarebbero conteggiati tra i «traditori» perché i governi cambiano e le rappresentanze sociali lavorano su tempi più lunghi. E comunque, restando pregiudizialmente pavido, il sindacato non aiuterebbe il Pd a uscire dal suo travaglio, perché la crisi d'identità dei democratici ha radici e articolazioni che poco hanno a che vedere con la privatizzazione dell'Alitalia, le regole della contrattazione e la lotta all'assenteismo.
Ps, C'è qualcuno nel sindacato che nutre il pur minimo dubbio su cosa avrebbe scelto in una situazione del genere Luciano Lama? Dario di Vico
04 settembre 2008 da corriere.it








