Rilanciamo per maggiore diffusione un interessante articolo tratto dal Corriere Economia dello scorso 22 settembre: Una delle peculiarità della crisi finanziaria in atto è che,..
... più che in situazioni analoghe precedenti, è difficile stabilire l'entità dei rischi e la loro effettiva ripartizione tra i soggetti coinvolti. La natura degli strumenti finanziari oggi in circolazione rendono estremamente difficile capire chiè più esposto, di quanto è esposto, quali sono i canali di diffusione della crisi del '29 o se invece la situazione è meno grave.
L'impatto che la crisi avrà sull'economia reale dipenderà innanzitutto dalle ripercussioni sulla disponibilità di fondi per le imprese. Nel corso del decennio, le imprese in gran parte dei paesi industrializzati hanno migliorato la loro situazione finanziaria. La capacità di autofinanziamento delle imprese è stata sempre ancora piuttosto elevata. Molto dipenderà quindi da quanto la crisi tradurrà in una caduta dei profitti delle imprese. Va tenuto conto del resto che in via prioritaria la finanza innovati negli scorsi anni è stata utilizzata soprattutto per finanziare operazioni straordinarie di fusioni e acquisizioni e non per finanziare gli investimenti fissi lordi. In Europa le imprese dipendono maggiormente dal finanziamento degli intermediari e questo potrebbe far si che in presenza di difficoltà delle mbanche europee, le imprese ne subiscano in via diretta le conseguenze negative. Sono soprattutto le piccole imprese quelle più esposte al rischio di un credit crunch, sia negli Stati Uniti sia in Europa. Ma l'altro canale di trasmissione della crisi all'economia reale è legato alle famiglie, soprattutto negli Stati Uniti.
Nell'ultimo decennio si è avuta una vera rivoluzione dei consumi nell'economia statunitense. I consumi sono stati ritenuti come una componente negativa del processo di crescita. Erano l'accumulazione di capitale, l'acquisto di nuovi macchinari il motore <<reale>> della crescita. La finanza in questo senso veniva vista come una infrastuttura passiva che doveva solo consentire all'imprenditore d'investire senza avere il vincolo delle risorse proprie disponibili. I consumi privati dovevano servire per sostenere il livello di produzione raggiunto.
Per gran parte del dopoguerra si è osservato che le famiglie consumatrici, per non ridurre in propri consumi nelle fasi negative del ciclo attingevano ai risparmi. La novità degli ultimi anni è che invece le famiglie statunitensi hanno iniziato a ridurre i risparmi nelle fasi espansive del ciclo. I consumi sono cresciuti in maniera più che proporzionale rispetto all'aumento del reddito, la domanda è aumentata in modo continuativo per lunghi anni alimentata dal crollo del risparmio e dal crescente indebitamento delle famiglie. E' venuto meno il vincolo tra reddito disponibile e consumi, questo grazie alle infinite opportunità di indebitamento offerte dal settore finanziario.
Gli ormai famigerati mutui subprime sono,ad esempio, prestiti ad alto tasso di interesse concessi a persone che sarebbero state considerate troppo rischiose per un mutuo tradizionale. Si tratta di famiglie del ceto medio già molto indebitate , magari con qualche episodio di mancato pagamento delle carte di credito o cambiali, e famiglie a baso reddito.
Questo fenomeno ha radici lontane. A partire dagli anni Ottanta molti politici americani si sono battuti affinchè tutte le famiglie americane potessero il sogno di possedere una casa e hanno attaccato le banche tradizionali per la loro eccessiva prudenza nei riguardi dei bisogni essenziali dell'America profonda. Nel 1980, in piena era reaganiana, il Congresso americano approva il Deposity institutions deregulatory and monetary control act che elimina una serie di vincoli e di obblighi da parte delle istituzioni finanziarie e rende possibile l'avvio dei mutui sbprime. In moltissimi casi i mutui subprime venivano concessi senza che il richiedente dovesse dichiarare il proprio reddito mensile o la propria storia in materia creditizia.
Come reagiranno le famiglie italiane al nuovo scenario? Come reagirà la politica americana di fronte a milioni di famiglie abituate a indebitarsi le vacanze e le spese universitarie dei figli? Non vi è dubbio che vada ripensata la regolamentazione finanziaria, sapendo però che le economie di mercato sono intrinsecamente soggette a fasi di boom e di depressione. Non esiste una regolamentazione che annulla la probabilità di crisi finanziaria. Così come non esiste una polizia in grado di condurre a zero il numero dei delitti.
E forse per l'Europa è venuto il momento di superare il frazionamento e di completare l'architettura di regolazione della finanza dando finalmente l'avvio a un'Autorità europea di vigilanza che si affianchi alla Bce quale prestatore di ultima istanza. Ma certo non si può condannare tutta la finanza in blocco e dimenticare che il sistema finanziario è indispensabile per lo sviluppo economico. Le moderne economie di mercato non sono dicotomiche: non c'è un sistema reale al quale si sovraimpone un sistema monetario e finanziario. I due aspetti sono interconnessi. Senza i mercati finanziari non ci sarebbe stato il progresso tecnologico di questi decenni. Senza la finanza non si potrebbe avviare una nuova impresa, non si potrebbe espandere la propria azienda.
Contrapporre la minifattura alla finanza è una visione antica che richiama Francois Quesnay (1694-1774), secondo il quale la terra era l'unica fonte primaria di ricchezza e che quello dei contadini era l'unico lavoro <<produttivo>> al quale si contrapponeva il <<lavoro parassitario>> degli artigiani. dello Stato, della Chiesa, e di tutti i lavoratori intellettuali.








