Mercoledì 05 Maggio 2010 09:16

Un Paese tra le nuvole. di Stelio Venceslai

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Quando un Presidente del Consiglio ed un Ministro del Tesoro, in una pubblica conferenza stampa, invitano i cittadini a stare tranquilli ed a non...
...correre in banca a ritirare i propri risparmi, o si ha fi-ducia o si deve fare esattamente il contrario. Ma poiché questo è un Paese fra le nuvole, forse acca-drà di tutto, assieme e male. Vediamo  perché.

Innanzi tutto: l’Euro. Questa moneta  tanto deprecata, divenuta il simbolo dei rincari, se non ci fosse stata, l’Italia oggi sarebbe in ginocchio. E ciò va ricordato ad onta dei laudatores tempori acti e della nostra piccola lira.
I BOT, gloria della finanza pubblica allegra ai bene amati tempi della DC e di Craxi, schifati negli ultimi anni ed origine del più grande debito pubblico europeo, tornano di moda. Li cercano tutti, perché il vecchio Stato è ancora una garanzia, a fronte dei casini che la globalizzazione e la crociata per la libera concorrenza hanno prodotto nel mondo.

Poi, il sistema bancario italiano. E’ inutile che oggi ci si affanni a dire che tutto va bene, che il no-stro sistema è immune dai problemi degli altri, che le garanzie offerte dalla Banca d’Italia, dalla Consob e così via sono più che sufficienti. Non è vero, Il nostro è uno dei sistemi fra i più illiberali e vecchi d’Europa. Banchieri da strapazzo e da galera si sono alternati alla guida (si fa per dire) di sistemi finanziari complessi, in un costante intreccio di affari loschi, spesso mafiosi, di servizi se-greti ed oscure scalate industriali, occupando molto più spesso le pagine dei rotocalchi femminili  che quelle dei giornali economici.

La corsa agli investimenti rischiosi, perché se vanno bene le banche ci guadagnano, se vanno male pagano i risparmiatori, sta rivelando tutti i suoi aspetti più nefasti. L’esempio  viene dagli Stati Uniti e si è propagato in tutto il mondo. Ora è l’Europa, ma non soltanto, a pagarne gli effetti.
Nella tempesta finanziaria che incombe (nell’ultima settimana in Europa sono stati bruciati 450 mi-liardi di Euro !), tutti si affannano a negare che siamo di fronte ad una catastrofe, pur cercando di tamponare le falle di un sistema che non può più sopravvivere. Come sempre l’Europa è divisa, non riesce ad esprimere una politica, al di fuori di quella monetaria (sic !) e l’Italia è stata l’ultimo dei Paesi dell’Unione a prendere qualche provvedimento, come se non  sapessimo che fare ed aspettas-simo l’esempio degli altri. Nelle cose serie siamo i Giapponesi di un tempo: imitiamo gli altri, ma-gari male, come in questo caso.

Gli interventi pubblici a sostegno delle banche in crisi sono stati decisi pressoché dovunque, ma so-lo in Italia i nostri saranno illimitati e silenziosi, perché il Tesoro non vuole entrare nei consigli di amministrazione delle banche cui parteciperà, non interverrà nelle loro decisioni, non voterà sulla destinazione dei soldi del contribuente. Perché? In nome di che? Della politica delle mani nette? C’è da restare di stucco. Questa rischia di essere una cambiale in bianco ad un settore che, per tanti ver-si, oltre ad essere il principale responsabile di questa crisi, non ha mai dato prova di trasparenza e di efficienza.

La legge italiana prevede per le banche l’obbligo di una riserva almeno dell’8% sui fondi depositati. Sono tutte al di sotto di questo limite, ed alcune di molto. Perché nessuno ha mai controllato? Dov’è stata la vigilanza, in tutti questi anni?
Le grandi imprese hanno succhiato fondi a danno delle PMI. Oggi nessuna di esse è in grado di re-stituire soldi alle banche. Altrimenti, dovrebbero dichiarare il fallimento? Il tracollo della grande industria prelude al disastro nel tessuto delle PMI che contribuisce per il 93% al nostro PNL. Ci si rende conto di  che cosa può accadere?

La sinistra invoca, in modo patetico, misure in favore di salari e di pensioni. Come? Con quali sol-di? Detassando le retribuzioni? Ma se si riducono le entrate i servizi vanno a ramengo. Chiedendo agli imprenditori di aumentare i salari? Ma se le imprese non vendono e non fanno profitti, grazie alla globalizzazione ed alla delocalizzazione, dove li trovano i soldi? Dalle banche?

Per troppi anni le multinazionali hanno fatto quello che hanno voluto, Paesi inesistenti hanno lucra-to con le bandiere ombra ed i paradisi fiscali, tutti hanno giocato al  fair play, fingendo che fossimo tutti eguali, Stati Unite e Comore, Germania e Bahamas, Cina e Buthan, Italia e S. Marino, nelle sceneggiate autunnali all’Assemblea delle Nazioni Unite. Lo stesso G8, con o senza Russia, è al di fuori della prorompente realtà economica di Paesi come la Cina, l’India e così via. Il mondo sta an-dando verso un riassetto profondo degli equilibri economici continentali.

La tempesta monetaria, che non è più soltanto monetaria ma anche finanziaria e strutturale, sta spazzando via le ricchezze arabe e sta erodendo quelle europee. Una dissennata politica economica internazionale auspicata dai sacerdoti del liberalismo (ricordate  Prodi, fautore estremo della globa-lizzazione?) sta riducendo l’economia ad un assalto alla diligenza da parte di pochi speculatori e da vecchi riciclatori di danaro sporco (droga, tratta delle bianche, traffico d’armi, di organi, di bambi-ni).
La mancanza di una politica, a tutti i livelli, è evidente. Troppe complicità hanno consentito che si arrivasse a questo redde rationem.

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