La concorrenza, vittima illustre della crisi finanziaria.
Di tutte le vittime di questa crisi finanziaria, oltre ai fondi americani, oltre alle ban-che, oltre ai risparmiatori, ce n’è una particolarmente illustre: la concorrenza.
Sull’altare della concorrenza si sono sacrificati fiumi di dotte parole e torrenti di da-naro. Occhiuti signori in America, in Europa e financo in Italia hanno discettato sulle varie forme di concorrenza.,decidendo chi doveva essere punito e chi no, nell’interesse supre-mo della libertà d’impresa e del consumatore.
In nome della concorrenza si sono avviate procedure costose e complesse che, al-meno in Europa, hanno spesso travolto addirittura sistemi industriali, come in Italia, perché pubblici e, quindi, di per sé infamanti.
Si sono costituite Autorità, con lauti stipendi, per disciplinare il fenomeno e sanzio-nare chi avesse sgarrato. Addirittura un intero capitolo del Trattato di Roma è stato dedica-to agli Aiuti di Stato, con deformazioni aberranti fondate sull’assioma: danaro pubblico = sperpero.
Ora, che la crisi avanza, e non saranno certo le fiammate di ripresa azionaria a contenerla, si scopre che era tutto sbagliato. Lo Stato deve intervenire, ovviamente con il danaro dei contribuenti, per sanare situazioni disastrose che l’eccesso di liberalismo eco-nomico ha determinato. L’assioma di cui sopra non vale più e, addirittura, si torma a parla-re di partecipazioni statali.
Due considerazioni generali s’impongono.
La prima è che, in un sistema globalizzato su scala mondiale, discettare di concor-renza è del tutto inutile se non si hanno delle regole internazionali comuni da applicare con il rigore necessario.
Intervenire in Italia od in Francia perché due aziende che producono prodotti simi-lari si mettono d’accordo per non abbassare i prezzi è lodevole, ma non ha senso in un contesto mondiale di rapina dove i grandi monopoli internazionali, le grandi multinazionali, i grandi cartelli, dell’acciaio, dell’informatica, del grano, dei diamanti, del caffé, del cacao, dei medicinali, del petrolio e del gas, dei semi oleaginosi e così via operano nella più asso-luta impunità o libertà. Loro la concorrenza la possono violare, gli altri no. E questo non va bene.
Se la Comunità internazionale non ha la forza ed il coraggio di arrivare ad un con-trollo serio di questi fenomeni, tutto il resto è una presa in giro, con buona pace dei cultori (e sono tanti), delle regole di concorrenza. La decisione, tardiva, di Bush di convocare un G8 allargato per stabilire delle regole per il mercato internazionale va proprio in questa di-rezione. Mercato e concorrenza sì, ma senza truffe e raggiri. Ma sarà davvero arrivata l’ora della verità?
La seconda considerazione è che un sistema economico è cosa troppo complessa perché possa essere oggetto d’una crociata. E di crociate in economia ce ne sono state tante: le nazionalizzazioni, poi i sistemi misti, il cui culmine è stato il fenomeno delle parte-cipazioni statali, poi le privatizzazioni, costi quel che costi, poi la deregulation, ora il ritorno all’intervento pubblico, domani, chissà a cos’altro. E’ stato un po’ come la cavatina del Barbiere di Siviglia: Figaro qua, Figaro là.
Il fatto è che, così come la guerra è cosa troppo seria per farla fare ai generali, al-trettanto lo è l’economia per farla decidere ai politici ed il buon senso del pater familias sfugge ai reggitori del Paese.
Bene o male l’Italia, ad un certo punto della sua storia recente, era diventata u grande Paese industriale, proprio con l’apporto delle imprese pubbliche e delle partecipa-zioni statali. Non è scandaloso che un sapone sia prodotto da un’impresa pubblica. Sa-rebbe scandaloso se fosse venduto sotto costo o fosse di pessima qualità. Facendo dell’ironia sul panettone di Stato o sul parabrezza di Stato, si è smantellato a poco prezzo l’intero apparato industriale dello Stato. I managers pubblici, quasi sempre oggetto di trat-tative da sottobosco politico, hanno affossato uno strumento importante, comprometten-done la funzionalità.
Ed ora, il nostro panorama industriale è quello che è, affamato di crediti, stretto da-gli interessi passivi, privo d’innovazione. Come competere? I Sindacati e la Sinistra chie-dono a gran voce aumenti salariali o detassazioni. Hanno ragione, perché ormai milioni di Italiani sono all’osso, ma se le attività produttive non decollano, non ci saranno risorse, nonostante scioperi o proteste.
Quando la Germania si ritrovò ad essere un deserto, dopo il 1945, la priorità non fu data alla ricostruzione delle città od all’aumento dei sussidi sociali. Fu data alla ricostru-zione delle fabbriche. Non è lo stesso caso, ma ci siamo vicini. L’economia non tira, va stimolata, in un modo od in un altro, non con le crociate, come s’è fatto nell’ultimo mezzo secolo, ma con un’accorta miscela di pubblico e di privato e d’incentivi alla ricerca ed all’innovazione.
Altrimenti scivoleremo sempre più rapidamente nel limbo dei Paesi che arrancano sulla via del progresso.








