|
La risposta il nostro lettore la darà dopo aver letto l'articolo: la redazione propende per l'ottimismo.
C’è da chiedersi a che punto siamo arrivati o, meglio, ci si dovrebbe interrogare per stabilire fin dove ci ha trascinati questa ondata di piena che ha travolto e destabilizzato l’assetto sociale, economico e politico del mondo. Il bello, o il brutto … scelga il lettore, è che nessuno sembra sia in grado di fare realmente il punto della situazione per rendersi conto appieno di quanto accade e, cosa ancora più grave, è ogni giorno più chiaro che anche i cosiddetti “potenti” del mondo navigano sostanzialmente a vista e non sono in grado di proporre ricette e rimedi validi per curare un mondo che appare sempre più malato. Chi aveva investito la sua fiducia su Obama, ad esempio, non può trovare ancora in lui e nella sua amministrazione soluzioni veramente credibili. Quanto accade oggi è realmente un evento nuovo, non paragonabile alla grande depressione del ’29 in quanto ciò che capita è piuttosto il prodotto di un’economia virtuale, non collegata a valori accertabili e precisi, in uno scenario di riferimento nel quale i governi non utilizzano lo strumento delle frontiere e dei dazi per tentare difese al proprio sistema/paese che, di conseguenza, non è più controllabile mediante barriere artificiali. I consumi, ancora, erano allora molto più contenuti e la filiera produzione – commercio – consumo era sostanzialmente più facilmente tracciabile di quella di oggi. Stavolta, poi, l’investitore è realmente disorientato e non ha più fiducia nel mercato mentre nel disorientamento generale i valori delle merci e delle materie prime si vanno allineando verso il basso spogliandosi del fardello speculativo che finiva col pesare in modo spesso esagerato sui consumi. Un esempio per tutti, il prezzo del petrolio. Parlando fuori dai denti, è impossibile che gli analisti economici di tutto il mondo non siano stati in grado di prevedere nulla e che quindi nessuno abbia cercato a livello preventivo la ricetta giusta per contenere o, comunque, ridurre i danni di quanto stava per accadere. Un crollo non è mai del tutto improvviso ed imprevisto e non trovo congruo che nessuno abbia percepito i sinistri scricchiolii che hanno anticipato quanto oggi succede. Non era molto difficile comprendere che i “prodotti derivati” erano investimenti ad alta redditività, ma nel contempo ad alto rischio, e con scarsissime forme di garanzia. Se, per assurdo, fosse vero che per l’assetto economico mondiale quanto è accaduto ed accade ancora oggi debba essere considerato una sorta di “tsunami” ci sarebbe da chiudere la banca mondiale e tutte le banche centrali, chiudere tutti gli uffici studi e gli osservatori e rimandare a casa con ignominia tutta una classe dirigente. Come corollario poi, passi che privati siano caduti in trappola cercando con proprie risorse facili guadagni: non è assolutamente comprensibile come amministratori pubblici possano avere giudicato percorribile una forma di investimento assai simile, nella concezione, a quella del gioco di azzardo utilizzando pubblico denaro. Nessuno si preoccupi. Non succede nulla o succede assai poco, veramente poche “teste” sono saltate. Serissime e blasonate società di rating che hanno giudicato sanissime quelle imprese che sono fallite ignominiosamente alcuni giorni dopo la valutazione sono ancora li a svolgere con zelo e compostezza il loro compitino attribuendo patenti di affidabilità che, a questo punto, hanno il valore della carta straccia. Il WTO ha proiettato l’economia mondiale in un ambiente che avrebbe dovuto essere virtuoso. Si disse nel 1995 che liberalizzando gli scambi ed abbattendo le frontiere tutto sarebbe stato più facile ed i paesi più poveri avrebbero potuto esportare più facilmente i propri prodotti. La libera concorrenza e la libera circolazione di capitali, poi, avrebbero favorito la crescita industriale e commerciale. L’assenza di regole, è cosa sotto gli occhi di tutti, non ha fatto altro che allargare la forchetta tra paesi ricchi e paesi poveri ed ha reso possibile che l’economia mondiale si drogasse perdendosi in paradisi artificiali. La ripresa ci sarà a partire dal 2009, si dice. La recessione che sta falciando implacabilmente i nostri redditi sarà fermata con pubblici investimenti importanti che creeranno posti di lavoro e ricchezza consequenziale. Il sistema assistenziale non si tocca, il sistema pensionistico non si tocca, nulla in tema di privilegi e diritti acquisiti deve essere toccato e pertanto non si vede come si possa ridurre la spesa pubblica. Spiace essere pessimisti, ma anche essere appena ottimisti è oggi un lusso che forse non possiamo più permetterci.
Maurizio Navarra
Roma, 10 marzo 2009
|