Mercoledì 05 Maggio 2010 09:29

Aspetti esoterici del libero mercato

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di Stelio W. Venceslai

Anomalie nel funzionamento del libero mercato, che ci sono, sono evidenti, ma rimane un mistero il loro permanere quando tutti dicono di volerle eliminare.

L’economia sembra essere una scienza difficile, ma alcuni principi sono universalmente noti.

Ad esempio, se un prodotto non si vende, si cerca di ridurre o di eliminare la produzione oppure se ne fa un altro tipo, analogo ma diverso, confezionato e magari pubblicizzato in modo diverso.

Ancora, se in magazzino ho delle scorte di prodotti invenduti perché non vanno, cerco comunque di venderli a prezzi ribassati, con sconti o saldi di fine stagione.

Se si tratta di prodotti deperibili, o vanno alla distruzione o addirittura li regalo, perché anche lo stoccaggio è un costo per l’impresa.

Ma questi principi universalmente noti soffrono di vistose eccezioni.

Nel settore dell’automobile, ad esempio, avvengono fatti strani che sono sotto l’occhio di tutti ma cui non sembra che si dia particolare rilevanza. È noto che il mercato è in crisi, che i piazzali dei concessionari sono pieni di macchine invendute, ma il prezzo non scende. Perché?

Poiché l’industria dell’automobile è un’industria trainante, i governi si affannano a cercare di salvarla in vario modo, inventandosi incentivi di varia natura che, di fatto, riducono il prezzo d’acquisto delle autovetture per il cliente ma non riducono i rendimenti per le aziende produttrici. Il prezzo delle automobili non scende

Per effetto della crisi, le imprese riducono la produzione e, talvolta, addirittura chiudono alcuni impianti, liberandosi della manodopera rivelatasi eccessiva. In Italia, ad esempio, si ricorre alla Cassa Integrazione che è un sistema con il qua,le, con i soldi di tutti, si assicura, almeno per un certo periodo di tempo, la sopravvivenza degli operai e delle loro famiglie. Ma il prezzo delle automobili non scende.

In conclusione, un’impresa come la Fiat, ad esempio, in tempo di crisi:

licenzia o mette in cassa integrazione i propri operai. Spende di meno per il costo lavoro perché subentra lo Stato;

riduce la produzione e, quindi diminuisce i costi delle materie prime e dei subfornitori;

fruisce degli incentivi governativi per smaltire le scorte e, magari, di particolari sgravi fiscali.

Ma il prezzo non scende. Evidentemente, nel settore dell’auto, le regole dell’economia non contano: i profitti sono certi, i prezzi stabili, le differenze le pagano i contribuenti. Ma va bene così?

In teoria i prezzi dovrebbero scendere, lo Stato non dovrebbe dare alcun incentivo, se non di natura sociale, i consumatori dovrebbero essere attirati dalle nuove condizioni di mercato.

Altro mistero: la delocalizzazione. Il costo del lavoro, in Occidente, è più alto che altrove. Se un’impresa decide di spostare i suoi impianti in un Paese dove la manodopera costa di meno, è affar suo, ma il prodotto finale che va sul mercato internazionale perché ha prezzi diversi a seconda del Paese dove viene venduto? Specie in Europa, dove vige il mercato unico, che razza di mercato unico è se poi non c’è un livello unico di prezzi?

Ma parliamo di giornali. Perché Le Monde in Italia costa uno sproposito come il Corriere della Sera in Francia?

Se un giorno il Piemonte diventasse un dipartimento francese o la Corsica una regione italiana, Le Monde costerebbe a Torino come a Parigi ed il Corriere della Sera ad Ajaccio come a Milano. E non è questione di distanze, perché l’Herald Tribune o la Chicago Tribune hanno lo stesso prezzo in tutto il continente USA.

Come si giustificano queste discrasie di prezzi?

Quando si parla di economia si sacrifica sempre alla Dea Libera Concorrenza. Ma qui, dov’è la concorrenza?

Dov’è un’Authority internazionale regolatrice degli eccessi del mercato? Nessuno la vuole, anche si parla di riformare le regole dell’economia internazionale.

Stelio W. Venceslai

Roma: 8 agosto 2009


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