| di Alfredo Martini
Alcune considerazioni sul funzionamento o - se si preferisce - sul non funzionamento del sistema bancario nazionale.
Negli anni 1976 e 1977 si registrò una carenza di monete spicciole da cinquanta e da cento. Rendere un resto era impossibile. Si sopperì a tale carenza con l’emissione di assegni circolari all’ordine di Associazioni di Commercianti di varie province ovvero di Società finanziare (la Centrale), Enti provinciali, Confesercenti ed Esattoria di Napoli.
L’affare, per le Banche, a fronte di versamento di contante da parte dell’ordinante, consisteva nell’emissione di assegni che avrebbero avuto un vita lunghissima. Di solito la vita di un assegno circolare non supera i cinque giorni, nel caso di un miniassegno la durata media era di due mesi, con conseguente vantaggio in termini di valuta per la banca emittente. Poter contare su una massa liquida impiegabile per un periodo di sessanta giorni al tasso corrente dell’epoca del 16 e 50 per cento significava, in soldi, lucrare £ 2.750.000 ogni cento milioni di assegni emessi con un costo della raccolta pari a zero. Non solo, il tre per cento di tali assegni non è mai stato esibito per il pagamento e si è perso nelle tasche dei cittadini, siano stati essi collezionisti o distratti. E quindi il mega affare si è accresciuto di un ulteriori lire 3.000.000, ogni cento milioni.
Le curiosità sono numerose. Molti miniassegni, dopo essere stati estinti da una banca, hanno ripreso a circolare, la collezione esaminata ne evidenzia dieci, non solo, ma un assegno è palesemente falso : manca l’indicazione dell’ordinante e la firma del responsabile dell’Istituto di credito emittente.
Molti degli Istituti di credito emittenti sono scomparsi, fusi, concentrati, decotti.
La Banca Cattolica del Veneto, l’Istituto Bancario Italiano, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino, sono confluiti nella Banca Intesa, come il anche il Banco Ambro Veneto, nato sulle ceneri del Banco Ambrosiano che diventò un giallo giudiziario, con la morte per impiccagione del padrone della Banca Calvi che s’impiccò (?) sul ponte Blackfriars di Londra.
Nel c’era una volta del sistema bancario italiano figurano il Banco di Santo Spirito, fondato con breve di Paolo V, il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli.
La storia dei Banchi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), preoccupava fin Guido d’Orso (giurista Avellinese), ma solo lui, e la sua previsione contenuta nel saggio L’occasione storica, si è puntualmente avverata: usciti i soldi dal territorio meridionale, dove i piccoli risparmiatori fieri di avere una libretta al Banco di Napoli, depositavano presso il Banco i loro modesti risparmi, non hanno visto utilizzare i loro soldi per favorire l’economia del Sud, ma quella del Nord, dove i soldi sono scomparsi in operazioni spazzatura.
Fondati come banchi di pegno, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, non perdettero più nella concezione delle popolazioni, questo carattere originario, di paladini dell’economia meridionale.
Il Sole-24 ore del 24 gennaio 2004, raccontando di un’altra banca da c’era una volta, ne evidenziava la scomparsa a causa “un sistema esposto con migliaia di imprese incapaci di pagare ed oberato di titoli spazzatura immobiliari”. La considerazione dell’autorevole quotidiano è del 2004, quando i prodromi del disastro economico, poi manifestatosi nel 2008, già si sentivano, e già ci s’interrogava sul ruolo che avrebbero dovuto avere Consob e Bankitalia, per i casi Cirio e Parmalat. L’analisi contenuta nell’articolo è passata inosservata; evidentemente il Sole non docet.
Alfredo Martini
Roma: sabato 24 ottobre 2009
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