Mercoledì 05 Maggio 2010 09:40

La morte invisibile.di Franco Valentini

Scritto da Administrator

Pubblichiamo, nell'ottica neutrale del nostro Osservatorio, anche pareri contrari al nucleare.(Prima parte)

Diventa sempre più urgente trovare una soluzione definitiva per lo
smaltimento delle scorie radioattive, il cui accumulo negli ultimi sessant’anni
ha compromesso la vita in intere regioni.

Lungo le strade nella provincia russa di Čeljabinsk, negli Urali meridionali,
si notano strani cartelli stradali che esortano chi transita a chiudere
finestrini e prese d’aria. Fino al 1991 questi luoghi erano severamente vietati
agli stranieri (in parte lo sono ancora) ed erano sconosciuti al resto del
mondo. Alcune città della zona non compaiono neppure nelle mappe geografiche
perché ufficialmente non esistono. L’aria, la terra e le acque apparentemente
normali della provincia di Čeljabinsk contengono la morte. Una morte invisibile
fatta di radiazioni.
È qui che sorgono e sono ancora abitati Čelyabinsk-40, Čelyabinsk-65 e
Čelyabinsk-70, i centri segreti russi dove furono installati, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Čelyabinsk-40, più nota come Mayak, che in russo significa faro, è considerato
il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Tuttora sede di un impianto per la produzione di plutonio destinato alla
fabbricazione di bombe atomiche, l’area attorno a Mayak dal 1949 al 1967 è
stata oggetto di continui e sistematici rilasci di enormi quantità di
radionuclidi (elementi radioattivi) nell’ambiente, soprattutto nelle acque del
fiume Techa e del lago Karachy (ormai non più potabili e prive di vita),
nonostante se ne conoscessero perfettamente i pericoli.
In tutti questi anni la popolazione della zona, formata perlopiù da contadini
che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza, è stata esposta ad una
quantità di radiazioni paragonabile a quella ricevuta dai superstiti di
Hiroshima e Nagasaki. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono
morti e continuano a morire per tumori e malformazioni congenite, nell’
indifferenza delle autorità.
La Russia è una bomba nucleare ad orologeria. Nessuno sa con esattezza qual è
la quantità esatta di scorie radioattive disseminate nell’ambiente in 40 anni
di guerra fredda (si parla di parecchie decine di milioni di metri cubi tra
rifiuti liquidi e solidi). Il problema è particolarmente grave perché le
risorse economiche russe sono insufficienti ad affrontarlo e mancano adeguati
controlli a causa dello scenario di completo caos nell’amministrazione statale,
seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Gli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari però non
sorridono. Negli Stati Uniti, esattamente come in Russia, la gestione dei
rifiuti nucleari è stata in mano ai militari fino a vent’anni fa. Ciò ha
comportato l’assenza di una supervisione civile e pubblica sulle modalità di
smaltimento.
Oggi l’eredità della gestione militare americana, non molto attenta all’
ambiente e alla salute dei cittadini, ammonta a 37 milioni di metri cubi di
scorie radioattive disseminate in vari siti, spesso semplicemente sepolte sotto
terra senza alcuna protezione (sono 10 le principali aree contaminate). Il
Dipartimento dell’energia (DOE), che da un decennio sovrintende tutto il
settore nucleare, compresa la produzione di armamenti, stima un periodo tra i
70 e i 100 anni, con una spesa da 200 a 1.000 miliardi di dollari, per
risolvere la questione.
In Europa i rifiuti radioattivi provengono per lo più dal settore civile, non
essendoci stata la corsa agli armamenti atomici come per gli USA e l’URSS. La
produzione attuale di scorie nell’Unione Europea ammonta a circa 40.000 metri
cubi l’anno. La dimensione del problema è variabile nei vari Paesi secondo i
diversi sviluppi dei programmi nucleari. Francia e Gran Bretagna sono i
principali produttori, avendo non solo il maggior numero di reattori attivi
(rispettivamente 59 e 19), ma anche importanti programmi militari.

L’Italia è stato il primo paese industrializzato ad uscire dal nucleare con
il referendum del 1987, in seguito all’incidente di Černobyl (in Germania nel
2000 il Governo Federale ha concluso un accordo con le industrie per una
graduale uscita del Paese dall’energia nucleare entro il 2020; Spagna, Svezia e
Belgio tra gli anni Ottanta e Novanta hanno avviato programmi simili). Nel
nostro Paese, perciò, non c’è il problema di una produzione continua di scorie
dai reattori, però ci sono quelle accumulate nel passato per le quali non è
stata ancora trovata una soluzione definitiva.
La Sogin, la società subentrata ad Enel nella gestione delle centrali
atomiche italiane, valuta in circa 60.000 metri cubi il volume complessivo di
materiale radioattivo da smaltire (comprese le strutture delle vecchie centrali
chiuse e da demolire), a cui bisogna aggiungere le 500 tonnellate di rifiuti a
bassa radioattività prodotte annualmente da ospedali, acciaierie e impianti
petrolchimici, più alcune decine di tonnellate di scorie ad alta radioattività
che ci torneranno indietro dagli impianti di riprocessamento di Sellafield, in
Inghilterra e di La Hague, in Francia (gli unici due in Europa). Qui il
combustibile spento, che contiene ancora una grande quantità (94-95 per cento)
di uranio e una piccola (2 per cento) di plutonio, potenzialmente
riutilizzabili, viene ripulito dai cosiddetti prodotti di fissione (3-4 per
cento), che non sono più utilizzabili e devono quindi essere smaltiti.

( Prima parte )

Franco Valentini

Roma, 30 Marzo 2009



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