Mercoledì 05 Maggio 2010 09:43

ENERGIA: un bene pubblico. di Massimo Ortolani

Scritto da Administrator

All'interno dell'Ossservatorio de il Movimento d'opinione inauguriamo la rubrica Energia con un articolo del capo redattore Masimo Ortolani.

Il giorno 16 maggio scorso ho avuto il piacere di partecipare al convegno de Il Movimento di Opinione sul tema: Politica Energetica Tra Cultura e Tecnica.  Le pregevoli relazioni presentate hanno consentito di esaminare a tutto tondo le molteplici implicazioni economico-ingegneristiche sottese al perseguimento di diversificate tecniche di produzione di energia.

Particolare interesse hanno suscitato, come c’era da aspettarsi, le argomentazioni concernenti il ricorso al nucleare nel nostro paese.
Ma anche le fini analisi sulla modesta efficienza tecnica ascrivibile alle fonti alternative quali eolico e solare hanno grandemente attratto l’attenzione del qualificato uditorio.
Ho voluto mirare il mio intervento, nella seconda parte della giornata,  a fornire taluni elementi conoscitivi indispensabili quando si parla di tale tema, ed in particolare quelli connessi con la definizione dell’energia quale bene sociale e, dall’altra , con i vincoli di natura politico istituzionale alla articolazione di una  politica energetica ottimale.
Come noto  l’energia non è un bene a cui chiunque può sottrarsi, come se si trattasse di un prodotto dolciario che dipende dai singoli gusti individuali, ovvero di un prodotto oggetto di hobbies cui si potrebbe anche rinunciare. L’energia serve per vivere. Come tale appartiene alla categoria dei public goods ai quali i governi dedicano una attenzione particolare, in quanto solo una sufficiente disponibilità  di energia in un mercato liberalizzato, ed  a costi concorrenziali, non ingenera limiti allo sviluppo economico di una nazione.

In tema di vincoli, merita citare  in primo luogo il rispetto del protocollo di Kyoto che ci impone, per così dire,  il ricorso alla produzione di energia da fonti rinnovabili, avendo il nostro paese assunto impegni irrinunciabili quanto a miglioramento della salvaguardia ambientale a livello mondiale.
In secondo luogo gli impegni assunti verso la UE, che comportano:
- in linea con il protocollo di Kyoto il  taglio delle emissioni di gas serra;
- l’adozione di misure idonee a consentire in prospettiva un risparmio energetico almeno pari al 20% del consumo attuale;
- la previsione di medio-lungo temine di arrivare al  20% della produzione nazionale di energia attraverso il ricorso a fonti rinnovabili.
L’adesione agli obiettivi posti con le politiche energetiche dell’Unione, se da una parte sembra vincolante, dall’altra risulta invece rafforzare il potere negoziale di ciascun paese nei confronti dei produttori di energia. Non vi è infatti bisogno di aggiungere che il potere negoziale dell’Unione verso una controparte quale Gazprom  risulterà  sempre ben maggiore di quella che ciascuno singolo stato potrebbe esercitare in un confronto isolato.  Queste scelte assumono una valenza programmatica per l’Italia, anche se sarebbe meglio calarle nel contesto di specifici piani energetici nazionali, come un tempo si faceva.  Nel contesto di questo diversificato scenario di forme di produzione, dunque,  gli investimenti in fonti energetiche alternative - quali il nucleare e le rinnovabili - devono essere valutati sul piano macroeconomico in primo  luogo in termini di riduzione del rischio di approvvigionamento.
Poiché viviamo in una epoca dal futuro molto incerto sul piano previsionale, aumentare il grado di libertà a disposizione degli operatori del settore energetico (tanto produttori che venditori) è sicuramente una scelta ottimale, che ci libera sia da possibili incresciosi accadimenti di natura politica (situazioni di rischio nei paesi o nelle aree geopolitiche sia dei principali produttori che dei paesi di attraversamento dei gasdotti od oleodotti), oltre a mitigare l’impatto sulla nostra bilancia dei pagamenti.

E, a questo proposito, è opportuno aggiungere che le fonti rinnovabili esercitano un effetto positivo sulla bilancia dei pagamenti, poiché il valore aggiunto che esse generano rimane per così dire all’interno del nostro paese in misura percentuale molto maggiore di quanto non avvenga con le produzioni a base di idrocarburi. Mentre lo sviluppo del nucleare genera sicuramente impatti positivi sul miglioramento delle patrimonio tecnologico del paese, miglioramento rivendibile a terzi in prospettiva, come ora stanno cercando di fare i francesi con noi.

Per quanto attiene invece al settore della distribuzione, ho fatto riferimento al miglioramento della efficienza della rete di distribuzione ed ad una incrementata liberalizzazione del  mercato dell’energia, quali fattori idonei anch’essi a consentire il raggiungimento di una più efficace politica energetica.  E pur tenendo conto del fatto che il nostro paese ha già raggiunto livelli di liberalizzazione che paesi vicini ci dovrebbero invidiare. Al riguardo non ho avuto esitazione ad  affermare che in Italia siamo vicini alla soglia oltre la quale minori costi economici per gli operatori – anche grazie agli elevati livelli di capacità produttiva installata -  vanno a tradursi in minori prezzi per l’utente. E ciò anche grazie al buon operare di organismi quali il Gestore del Mercato Elettrico che  ha saputo affinare modelli di competizione oligopolistica per gli operatori e di efficiente funzionamento della borsa elettrica.
Ho infine aggiunto,  a proposito ancora una volta del ricorso ad un mix appropriato di fonti energetiche,  che esso ci conferirebbe  un maggiore grado di libertà operativa nel fornire con  continuità crescenti livelli di energia senza soggiacere in toto alle bizzarrie speculative di chi – avvalendosi di una liquidità internazionale così ampia come quella attuale - manipola disinvoltamente il prezzo del petrolio sui mercati delle commodity.  Il petrolio, ricordiamolo, è una commodity per antonomasia rappresentativa sul del rischio paese. Basta ricordare quanto è avvenuto all’indomani del settembre 2001, con il petrolio alle stelle e l’inizio di una discesa del dollaro che ancora non si è assestata.  
Ciò premesso, ho cercato di spiegare in conclusione come produrre energia significhi oggi in ciascuna nazione – eccezion fatta per i paesi OPEC – assumersi l’onere di correre dei rischi, ma si deve trattare di rischi calcolati. Meglio sarebbe dire di una serie  di rischi accettabili in relazione ai benefici che ne derivano in termini di sviluppo economico e di miglioramento dell’habitat. E piu’ in specifico in riferimento al tipo di sviluppo che il policy maker intende perseguire nell’interesse della collettività.


Ho poi sottolineato l’aspetto concernente la difficoltà, per il comune uomo della strada, di effettuare mentalmente un confronto di costi/benefici il più possibile fondato su dati scientifici e non su preconcette ideologie o sui luoghi comuni dello junghiano collettivo. E questo in particolar modo quando ci si deve confrontare con le ipotesi di ritorno al nucleare.
Purtroppo il mondo dei media, la scuola  e la stessa politica di governo,  non sembrano operare con la necessaria determinazione nel tentativo di sradicare tali luoghi comuni, al fine di porre le basi di una nuova cultura dell’energia fondata su di fattori conoscitivi il più possibile scevri da aprioristiche o gratuite prese di posizione.  
Basti pensare che i nostri studenti imparano si le nozioni di KW e di KWora, ma non sono in grado di vivificarne il contenuto in alcuna discussione o valutazione in classe su temi quali il risparmio energetico ed i pro e contro delle diverse tecniche di produzione di energia.
A questo punto mi piacerebbe concludere con la nota asserzione  che forse basterebbe appena un poco di impegno in più in questa direzione e che si estrinseca nella frase: “basta poco, che cè vo!”


Massimo Ortolani

Roma, 20 Maggio 2009

 


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