Domenica 09 Maggio 2010 21:36

E se anche per i grandi problemi si usasse un poco di buon senso?

Scritto da Administrator
di Maurizio Navarra Il buon senso purtroppo non è una variabile indipendente, e per essere correttamente usato deve fare riferimento a dati certi ed oggettivi. Per questo "il Movimento d'Opinione" ha organizzato per il prossimo sabato 27 febbraio un convegno in cui verranno messe a confronto le opinioni dei contrapposti schieramenti sulla ripartenza del nucleare. Molte voci si levano, in questi giorni, sul tema del nucleare. Tra queste, quelle della politica - una politica che è sotto un importante impegno elettorale - manifestano un opportunismo degno di più impegnative battaglie. Il Governo, intervenendo a gamba tesa sui candidati della sua coalizione, ha pesantemente puntualizzato sull’argomento rammentando la politica energetica già decisa e qualche “orecchio”, è molto probabile, è stato tirato più o meno pesantemente. La sostanza, non ci sarebbe neppure da dirlo, è sempre la stessa: la cattiva cultura e la disinformazione ancora la fanno da padrone sul problema energetico, hanno il potere di spaventare un’opinione pubblica già disorientata e battono forte la grancassa imponendo ai candidati alla presidenza di Regioni importanti di sostenere a tutti i costi la politica antinucleare. Bene. A questo punto tutti siamo ritornati al punto fissato dal referendum, un punto che in nome di un ecologismo volutamente ed intenzionalmente cieco ha nei fatti buttato fuori il nostro Paese da una linea di corretto sviluppo industriale. Varrebbe la pena chiedersi quali altri Paesi, magari in crisi di sovrapproduzione energetica, hanno beneficiato di questa nostra scelta. In forza di questa cattiva cultura, mi verrebbe quasi da dire in forza di una grossolana ignoranza, siamo stati portati a credere che possiamo elegantemente fare a meno del nucleare nel “nostro cortile” e che tutto il nostro fabbisogno di energia possa benissimo essere soddisfatto dalla produzione di energie alternative (alternative non solo al nucleare, ma naturalmente a tutte le energie prodotte da combustione di oli o di carbone). Si badi bene: se ciò fosse possibile e realizzabile avremmo raggiunto un traguardo ottimale. Sostenere che trarre energia dal vento, dal sole o dalla geotermia è un errore, chiaramente è sbagliato; sostenere che queste fonti di energia possano colmare il fabbisogno energetico di una nazione moderna è, però, altrettanto sbagliato. Ci sono altre vie, certamente. Ridurre il consumo di energia per non divenire “schiavi” di chi la produce è ovviamente possibile ed - entro certi limiti - è obiettivo raggiungibile; c’è solo l’imbarazzo della scelta per stabilire le priorità: si può partire dal miglioramento delle linee elettriche di distribuzione, dalla più efficace coibentazione delle case, dalla modernizzazione degli impianti e, perché no, dall’obbligo di installare impianti fotovoltaici per la produzione di acqua calda ad uso domestico e via via sino ad arrivare alla simpaticissima iniziativa di una trasmissione radiofonica di Rai2 propagandata come “m’illumino di meno” che consiste nello spegnere per un breve e determinato periodo le illuminazioni pubbliche non essenziali. Poniamo di conseguire in pieno tutti questi risultati. La nostra bolletta energetica diverrebbe ovviamente più leggera … ma potremmo fare a meno delle grandi centrali? L’industria, se in Italia vogliamo ancora avere una industria realmente competitiva in campo mondiale, può andare avanti con le energie “alternative”? Una domanda retorica, una domanda per la quale la risposta negativa è ovvia e scontata. Ma. C’è un “MA”, un “ma” grande come una casa che i signori che difendono a spada tratta l’ostracismo del nucleare non prendono, o fanno finta di non prendere, in considerazione. Da trenta anni a questa parte, che tipologia di energia utilizziamo? Come accendiamo le nostre lampadine, come cuociamo i nostri cibi, come ci riscaldiamo e mandiamo avanti le macchine della nostra industria? E’ errato dire che questa energia proviene da centrali nucleari poste a un tiro di sasso dalle nostre case? Se si vuole essere assolutamente consequenziali, tutti i comuni che espongono il fantasioso cartello “Comune denuclearizzato” dovrebbero o meno rifiutare questa energia e, magari, scegliere coerentemente di rimanere al buio? Che differenza c’è nell’avere una centrale in Italia o averla a venti chilometri dal nostro confine politico? Per un cittadino che vive nel Lazio, che differenza c’è nell’avere una centrale in Piemonte meglio che nella Svizzera o nella Francia meridionale o in Albania invece che in Puglia? In caso di catastrofe nucleare, ovunque questa accada, siamo certi che potremmo considerarci al sicuro solo per la distanza che ci separa da una Centrale? Il 1986 è così distante? Cernobyl non ricorda nulla a nessuno? Mi piacerebbe credere, mi piacerebbe veramente, che un certo tipo di ambientalismo sia portato avanti in buona fede. Maurizio Navarra Roma: domenica 21 febbraio 2010

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