di Stelio W. Venceslai
Ad un convegno di espertissimi il normale uditore, il cosiddetto uomo della strada, rimane frastornato e disorientato. Perché? Sarebbe od è in qualche modo possibile documentarsi in maniera autonoma, terza e non di parte? Richiede questo approccio particolari requisiti di cultura tecnica?
Esco da un Convegno organizzato dal Movimento, sul tema Nucleare si, nucleare no. Una specie di derby calcistico su una cosa seria.
Credo che mai titolo sia stato proprio azzeccato: il nulla, paludato di nomi illustri e di prestigiosi docenti che si accapigliavano dandosi l’un all’altro epiteti il più riguardoso dei quali era ”bugiardo”.
Non ho capito molte cose, nonostante tanti illustri relatori. Ma io sono soltanto un uomo della strada. Ad esempio, non ho capito perché si è fatto un referendum contro il nucleare. Sarebbe stata la stessa cosa farlo un referendum contro l’uso del computer, visti i danni che spesso ci procura lo stare davanti allo schermo.
Non ho capito che cosa è successo dopo. Il referendum è servito a fermare per ventidue anni la ricerca, la formazione e l’industria nucleare. Pazienza. Se torneremo sulla scena del nucleare, pagheremo solo i brevetti risultanti dalle ricerche altrui. Però, che s’è fatto in questo lungo, anzi lunghissimo periodo di tempo in cui il mondo e la tecnologia corrono? Nulla. Ci si è baloccati con i divieti dei Verdi, con le illusioni del solare e dell’eolico, un mare di chiacchiere. E il Paese? Chi se ne cura del Paese?
Non ho capito quale sia la situazione energetica italiana: c’è chi diceva che abbiamo fame di energia e che avremmo bisogno di aumentarne la nostra disponibilità e chi diceva,invece, che no, ne abbiamo anche troppa.
Non ho capito che cosa accade sul nostro povero pianeta. C’è chi diceva che gli impianti nucleari nel mondo si stanno riducendo e che quindi l’industria nucleare nordamericana sta cercando nuovi mercati e l’Italia è, appunto, uno di questi, e ciò provoca il ritorno del nucleare, vista la sensibilità dell’attuale governo alle sirene dell’industria d’oltre atlantico.
TABELLA SULLO STATO DELL'ARTE DEI REATTORI NEL MONDO
C’è, invece, chi sostiene che sono in corso d’opera o di programma altri 4/500 impianti nucleari, in tutto il mondo. Statistiche opposte, snocciolate con spirito di sufficienza, a sostegno di tesi tra le più svariate. Uno show illuminante solo sul livello del dibattito scientifico in Italia.
Non ho capito, poi, perché chi è a favore del nucleare sarebbe di destra e chi è contro sarebbe di sinistra. Mi è sembrato di stare sulla luna, con il Barone di Münchausen.
A me pare che la questione del nucleare sia un questione troppo seria per essere confinata nel limbo quadrilustrale di polemiche senza senso.
Il problema vero, di cui ci dovremmo occupare, è se il nostro Paese ha o non ha energia per il suo futuro industriale. Più ancora, esiste nello sviluppo della globalizzazione un futuro industriale di tipo tradizionale per il nostro Paese? Oppure dovremmo pensare ad una società post industriale, dove l’innovazione e la ricerca la facciano da padroni, con poche mani operose e tante teste intelligenti per competere nel mondo? Nessuno risponde a questa domanda, che è preliminare a qualunque scelta.
Seconda questione: se gli impianti nucleari sono tanto pericolosi, e su questo pochi sono i dubbi, anche se la tecnologia cerca di ridurne il rischio, ha senso opporsi nel nostro Paese all’introduzione del nucleare, quando siamo circondati dagli impianti nucleari altrui? Se, Dio non voglia, una seconda Chernobyl dovesse verificarsi in Francia od in Germania, siamo davvero convinti, come sembra che lo siano i Sindaci di molti Comuni, che basterebbe un cartello stradale con la scritta Comune denuclearizzato, a fermare le radioattività che si sprigionerebbe da questo disastro? Credo proprio di no.
Terza questione: fare nulla è più comodo che fare qualcosa. Inoltre, non si spende danaro pubblico. Ma è questa del far nulla una politica sensata in un Paese come il nostro dove si ha fame d’investimenti, dove il lavoro comincia a scarseggiare e nel quale si precipita a livelli da terzo mondo quanto a produttività industriale? Può questo cicaleccio inconcludente essere una risposta sensata ai problemi del Paese?
Quarta questione: qual è il reale impatto delle cosiddette energie alternative? Per quel che ne so e che si vede, solo dai rifiuti solidi urbani si cava energia significativa. Ma da noi che si fa? I Comuni pagano treni, navi e camion per trasportare in Germania migliaia di rifiuti urbani. La mafia s’ingrassa, i contribuenti pagano ed i Comuni si svenano. Un vero affare. In Germania li riciclano e li trasformano in energia che poi noi acquistiamo. Un capolavoro di efficienza produttiva e di ripartizione internazionale del lavoro. Solo che noi paghiamo tutto e nessuno pensa d’impostare una politica seria per effetto della quale i rifiuti li bruciamo a casa nostra e da soli ci procuriamo l’energia che ci serve. Si può andare avanti così?
Ancora, in un Paese come il nostro, dove la politica industriale è materia da facoltà di teologia, dove non si spende un euro nella ricerca ma si buttano i soldi a fiumi in inutili progetti che servono a locupletare questa o quella cosca, più o meno influente, non sarebbe il caso di dare un taglio a tutte le sovvenzioni a pioggia e di varare, invece un programma d’azione vero, cercando di fare delle nostre, in genere inutili, Università dei centri di studio e di ricerca veri e propri, come in tutti gli altri Atenei del mondo civile, dove sono il motore dell’innovazione e ci guadagnano addirittura sopra?
Ed infine, in questo marasma che d’intellettuale ha assai poco, siamo in grado di continuare a produrre ingegneri nucleari che poi trovano lavoro solo all’estero o, in Italia, solo se insegnano matematica ai Licei? Ma davvero è possibile che dobbiamo continuare ad esportare risorse umane perché non siamo in grado, dopo averle formate, di utilizzarle a casa nostra?
Il Convegno dal quale esco è stato illuminante ma disastroso per la mia condizione di contribuente, di elettore e di uomo della strada.
Stelio Venceslai
Roma: mercoledì 3 marzo 2010