Domenica 09 Maggio 2010 21:41

L’energia dal sole e altre illusioni

Scritto da Administrator

 

di Franco Battaglia

Come non tener conto del pensiero del Prof. Battaglia? Una realtà che non possiamo negare è che la nostra Terra è tonda e finita e non piatta e infinita, e le risorse che essa ci offre sono necessariamente finite. In particolare, petrolio, gas e carbone, che oggi costituiscono la fonte per oltre l’85% del fabbisogno energetico dell’umanità, sono destinati a esaurirsi, nel senso che, per una ragione o per un’altra (che qui non ci interessa analizzare), non sarà più conveniente estrarre e lavorare il petrolio, il gas o il carbone rimasti. La data importante, tuttavia, non è la data di esaurimento di queste risorse, ma quella in cui si raggiungerà il picco di massima produzione (picco di Hubbert) con, da allora in poi, una domanda superiore alla produzione. Non intendiamo qui indagare cosa accadrà nel mondo quando la domanda di petrolio sarà insopportabilmente superiore all’offerta. Molte analisi ci dicono che l’umanità è già seduta sul picco di massima produzione del petrolio, altre, più ottimiste, sostengono che il picco non si verificherà prima del 2030. A questo proposito, val la pena osservare che se siamo, oggi, sul picco di Hubbert del petrolio, il mondo è in grave ritardo rispetto alle azioni da intraprendere per mitigare gli effetti della diminuzione di produzione del petrolio; se invece il picco avverrà fra qualche decennio, allora il mondo ha l’occasione di agire ed evitare alla prossima generazione la scomoda posizione in cui ci troveremmo noi, oggi, qualora fosse vera la prima circostanza. Figura 1 – La civiltà del petrolio: il picco di Hubbert nel contesto di millenni di civiltà. In ogni caso, il picco di Hubbert del petrolio sarà indubbiamente una data storica e solennemente ricordata, dalle generazioni future, come l’apice della civiltà del petrolio, la cui ascesa, splendore e declino avranno nella curva di Hubbert il suo simbolo più significativo (Figura 1). La nostra civiltà, però, più che del petrolio, è la civiltà della disponibilità di energia abbondante e a buon mercato. E l’esaurimento del petrolio (o, in generale, dei combustibili fossili) non necessariamente significherà la fine della nostra civiltà se solo sapremo quei combustibili fossili sostituire. A questo proposito, devo dare una notizia buona e una cattiva. La buona notizia è che avremmo, già da oggi, nella tecnologia nucleare, la possibilità di operare quella sostituzione in modo da minimizzare le sofferenze conseguenti alla minore disponibilità di combustibili fossili. La cattiva notizia è che il mondo non s’è ancora sbarazzato dell’ideologia ambientalista. Questa, armata della più assoluta ignoranza non solo scientifica ma anche di aritmetica elementare, induce a coltivare illusioni che, se perseguite, non solo accelereranno la morte di questa nostra civiltà, ma provocheranno quella di miliardi di esseri umani. L’imperativo categorico, allora sarebbe: ignorare gli ambientalisti e agire in fretta nel settore energetico. A chi non si rendesse conto della gravità del problema, gli basti pensare che l’80% dei costi in agricoltura sono direttamente o indirettamente legati ai costi di combustibile e, pertanto, la moderna agricoltura può definirsi come la trasformazione di petrolio in cibo: niente petrolio, niente cibo. Agire nel modo sbagliato, quindi, ci può essere fatale. Vediamo come. 1. L’illusione dell’energia dal Sole Alcuni vorrebbero farci credere che l’energia dal Sole è l’energia del futuro. Orbene, una verità va ribadita in modo forte e chiaro: la parola-chiave per comprendere l’uso dell’energia nel contesto delle attività dell’umanità non è la parola energia ma la parola potenza. L’affermazione secondo cui dal Sole riceviamo 1000 volte più energia del nostro fabbisogno non ha neanche il pregio di essere falsa: è un’affermazione inutile. L’energia deve essere erogata quando serve e con la potenza adeguata, altrimenti è inservibile. Quando il Sole non brilla, la potenza solare è nulla: ma il Sole non brilla tra il tramonto e l’alba. Lo stesso, quando il vento non soffia la potenza eolica è nulla. Inoltre, quando il Sole brilla o il vento soffia la loro potenza è incompatibile coi nostri bisogni. Sole e vento, quindi, non potranno mai non dico soddisfare le nostre esigenze energetiche, ma anche solo contribuirvi, se non in modo insignificante. Lungi dall’essere l’energia del futuro, quella solare è, piuttosto, l’energia del passato, visto che per le decine di migliaia di anni alla sinistra della curva di Hubbert (Figura 1) i fabbisogni energetici dell’umanità sono stati alimentati, al 100%, da energia solare: l’adeguata potenza necessaria veniva fornita dalla legna da ardere e dall’energia muscolare di animali e schiavi. Alcuni vorrebbero farci credere che quelli a destra della curva di Hubbert saranno gli anni del Sole, grazie alle moderne tecnologie eolica e fotovoltaica (FV). Gli impianti eolici e FV erogano sì energia, ma non garantiscono potenza (peggio: garantiscono potenza pari a zero quando il vento non soffia o il Sole non brilla). La loro funzione, pertanto, è una sola: consentono di risparmiare combustibile (petrolio, ad esempio). Ma quando si sarà a destra della curva di Hubbert, non ci sarà più petrolio da risparmiare: quando il mondo avrà esaurito i combustibili fossili, gli impianti eolici e FV non avranno alcuna funzione. Perché è una pericolosa manovra installarli? Per almeno due ragioni. Innanzitutto, perché potrebbe distoglierci dal compiere le corrette azioni per affrontare la necessaria uscita dall’economia del carbonio. Poi, perché richiedono, quelle inutili installazioni, un impegno economico che per gli impianti eolici è doppio e per gli impianti FV è 20 volte l’impegno economico richiesto, a parità d’energia annua erogata, dagli impianti nucleari, che sono i più costosi tra quelli convenzionali (si veda la Tabella 1). Tabella 1 – Costo tipico degli impianti di generazione elettrica (i valori sono riferiti a impianti in grado di generare, in un anno, 1 GW-anno di energia elettrica). Turbogas Impianto a carbone Reattore nucleare Parco Eolico Tetti Fotovoltaici 1 G€ 2 G€ 3 G€ 6 G€ 60 G€ Potranno abbattersi i costi dei pannelli FV? Innanzitutto, no, per ragioni che qui è troppo lungo spiegare. In ogni caso, ciò che taglia la testa al toro su questo punto è che la tecnologia FV non conviene economicamente neanche se i pannelli fossero gratis: la metà dei costi indicati in Tabella 1 si riferiscono ai pannelli, ma l’altra metà sono costi di impiantistica e installazione. Ma non è ancora questo il punto. Il punto è che nessuna potenza FV installata potrà evitare alcuna potenza convenzionale: quando il sole non brilla, la potenza FV conta zero, e quindi conta zero il contributo FV alla capacità di un sistema elettrico. Quanto detto vale, naturalmente, mutatis mutandis, per le installazioni eoliche. D’altra parte, abbiamo già la prova del colossale fallimento sia del FV che dell’eolico: tale – un colossale fallimento, voglio dire – è stato in Germania, il Paese che più di tutti vi ha impegnato risorse economiche. La Germania ha una potenza eolica installata di 20 GW (20.000 turbine eoliche!), superiore a quella nucleare; e in Germania vi è la metà della potenza FV installata nel mondo. Orbene, l’eolico contribuisce per appena il 5% e il FV per meno dello 0.5% alla produzione elettrica tedesca (il nucleare, con soli 17 reattori, vi contribuisce per quasi il 30%). Sole e vento, quindi, non potranno mai non dico soddisfare le nostre esigenze energetiche, ma neanche solo contribuirvi, se non in modo insignificante, ho scritto sopra. Qualcuno potrebbe pensare che questo “mai” sia azzardato: dopo tutto, cosa sappiamo degli avanzamenti tecnologici che verranno in seguito alla ricerca? Bisogna essere consapevoli che nessuna ricerca e nessun avanzamento tecnologico farà mai brillare il Sole o soffiare i venti diversamente da così. Insomma, ciò che deve essere ben chiaro è che non sono i costi il vero limite dello sfruttamento dell’energia dal sole. Il vero limite allo sfruttamento dell’energia dal Sole è…il Sole. 2. Altre illusioni La parola risparmio energetico è affascinante ed evoca comportamenti virtuosi. Ma va appropriatamente, prima, definita in sé, e poi applicata al settore energetico. Innanzitutto, risparmiare non significa non-sprecare: sarebbe banale. Risparmiare un bene significa evitare di usarlo ove, invece, si desidererebbe goderne. In secondo luogo, l’energia è un bene particolare, diverso da tutti gli altri: noi non vogliamo energia in sé, ma perché essa ci consente di produrre tutti gli altri beni, e risparmiare energia nel senso detto può significare una sola cosa: accettare di ridurre il nostro benessere. Ora, dobbiamo chiederci perché vorremmo risparmiare energia. Forse per risparmiare denaro, visto che l’energia costa? Sarebbe, questa, un’ottima ragione per farlo. Ma, così fosse, se è il denaro che si vorrebbe risparmiare, allora certamente la via non può essere impiantare eolico e FV, visti i costi di questi impianti. No, coloro che invocano il risparmio energetico intendono farci risparmiare energia in quanto tale. Più in particolare, intendono proporre un’azione che dovrebbe servire ad alleviare il problema, posto sopra, della diminuzione della disponibilità dei combustibili fossili: «il petrolio – dicono – finirà fra 50 anni, quindi dobbiamo risparmiarlo». Vediamo ora quanto illusoria sia questa manovra. Vediamo, in particolare, quali sarebbero le conseguenze di un risparmio italiano di petrolio pari al 100%: ogni risparmio inferiore avrà conseguenze inferiori. Da domani, quindi, in Italia smettiamo di usare petrolio e mettiamo in cassaforte tutto quello che avremmo usato. Quando, fra 50 anni, il petrolio del mondo sarà finito, apriamo le nostre casseforti, e siccome l’Italia consuma il 2% del petrolio consumato nel mondo, il petrolio che per 50 anni abbiamo così gelosamente custodito finirà dopo 1 anno: il nostro draconiano risparmio del 100% avrebbe l’effetto di far finire il petrolio del mondo fra 51 anni anziché fra 50! E se fosse il mondo intero a risparmiare petrolio? In questo caso, non avrebbe senso ipotizzare una riduzione del 100% (equivarrebbe a considerare il petrolio già finito). Una riduzione del 10% sarebbe già una riduzione colossale: basti pensare che il mondo non è stato capace di implementare neanche il protocollo di Kyoto, che prescriverebbe di ridurre i consumi di petrolio solo del 2.5%. Comunque, nella improbabile ipotesi che il mondo fosse capace di attuare ben 4 protocolli di Kyoto e diminuire del 10% i propri consumi di petrolio, questo finirebbe fra 55 anni anziché fra 50. La lezione da imparare da quanto detto è che risparmiare un bene finito ha poco senso: significherebbe solo guadagnare pochissimo tempo. Gli unici beni che ha senso risparmiare sono quelli infiniti ma erogati in modo razionato. In particolare, l’unica energia che ha senso risparmiare è quella solare corrente: dobbiamo bruciare la legna dei boschi e consumare l’acqua dei bacini idroelettrici con parsimonia per dare al Sole il tempo per ricostituire quei boschi e riempire quei bacini. Di fronte alle argomentazioni precedenti, c’è chi sostiene che risparmiare energia significa aumentare l’efficienza energetica: fare le stesse cose consumando meno. Come è un’ottima cosa risparmiare energia se ciò significa risparmiare denaro (e solo in questo caso), anche aumentare l’efficienza energetica – diciamo anche questo chiaro e tondo, a scanso di equivoci – è un’ottima cosa. Tuttavia, bisogna stare attenti: se aumenta l’efficienza con cui è disponibile un bene, aumenta anche il suo consumo. Grazie al servizio di e-mail, inviare e ricevere lettere è oggi più efficiente di una volta e, grazie alla telefonia mobile, fare e ricevere telefonate è oggi più efficiente di una volta: tutti noi, oggi, inviamo e riceviamo più lettere di una volta e facciamo e riceviamo più telefonate di una volta. Lo stesso vale con l’energia: da quando siamo stati capaci di produrre frigoriferi più efficienti ci siamo dotati di congelatori. Una misura dell’efficienza energetica è l’intensità energetica (cioè la domanda d’energia per unità di Prodotto Interno Lordo): se l’intensità energetica diminuisce (cioè se si fanno le stesse o più cose con minore consumo d’energia), vuol dire che l’efficienza energetica è aumentata. Orbene, nei Paesi dell’OCSE, l’intensità energetica sta diminuendo da alcuni anni al ritmo costante annuo dell’1.3%. Nonostante ciò – anzi, proprio grazie a ciò – i consumi energetici, in quegli stessi Paesi, stanno aumentando al ritmo annuo dell’1.7%. In definitiva: aumentare l’efficienza energetica è un’ottima cosa, ma comporta un aumento dei consumi d’energia. Il che significa che aumentare l’efficienza energetica va nella direzione di aggravare il vero problema dell’umanità, che è il problema della diminuzione della disponibilità dei combustibili fossili: aumentare l’efficienza energetica farà aumentare i consumi d’energia e, quindi, i consumi dei combustibili fossili. A fronte di una possibile crisi conseguente la diminuzione di disponibilità dei combustibili fossili, alcuni ritengono di poterla affrontare creando posti di lavoro nel settore della produzione d’energia. Dicono costoro: «per la realizzazione e gestione di una centrale nucleare servono mille addetti, ma per un parco eolico o un impianto FV ne servono cinquemila: quindi, sono questi i settori che danno più lavoro e mitigherebbero l’aumento di disoccupazione conseguente alla crisi». Chi ragiona così non comprende come l’umanità si serve dell’energia. L’abbiamo già detto, l’energia è un bene particolare: essa non serve in sé, ma serve per produrre i beni che ci danno benessere. Non la produzione, quindi, ma il consumo d’energia è ciò che crea posti di lavoro. Né può essere diversamente, altrimenti faremmo presto: dotiamo 3 milioni di disoccupati di una bicicletta e facciamoli pedalare per produrre energia elettrica. Creare posti di lavoro nella produzione dell’energia è come creare squadre d’operai che scavino buche di notte e le riempiano di giorno. Indubbiamente si saranno creati posti di lavoro; ma questo tipo di posti di lavoro non crea ricchezza; questa, piuttosto, è trasferita dalle tasche di molti (i contribuenti) a quelle di pochi (chi prduce o installa parchi eolici, impianti FV o… buche – che è la stessa cosa). In breve tempo, i nodi verrebbero al pettine, la crisi si acuirebbe e si perderebbero molti più posti di lavoro di quelli “creati” nel settore della produzione d’energia. Per fortuna non siamo condannati né a subire passivamente le conseguenze della picco di Hubbert né ad affossarci coltivando le illusioni dell’energia dal Sole, del risparmio o dell’efficienza energetica, e della creazione di posti di lavoro nel settore della produzione d’energia. Esiste una via d’uscita: la via del nucleare da fissione, una tecnologia matura, sicura, economica e che si serve di una fonte abbondante e disponibile per millenni. Non è la soluzione ai mali dell’umanità, ma sicuramente un modo per affrontare il problema della sicurezza di approvvigionamento energetico, cioè di mantenere solido il pilastro su cui la nostra civiltà è fondata.

Roma,8 Aprile 2010

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