Domenica 09 Maggio 2010 21:46

Polveri fini e cervelli sottili. di Stelio Venceslai

Scritto da Administrator
Le grandi città italiane abbisognano di un nuovo sistema conoscitivo dei pericoli dell’inquinamento. A seconda dei giorni della settimana, la lotta contro la polluzione atmosferica comporta norme ed avventure dello spirito. Un affare stimolante. Da quando sono state installate le centraline per il controllo delle cosiddette polveri fini, il mondo del cittadino di una metropoli come Roma è cambiato. Che giorno è, oggi? Domenica. Non si circo-la. Ma c’è la partita! Allora si circola. E’ Giovedì? Solo targhe pare o targhe dispari. Le Euro 4? Sempre. Anche quando non si circola? E le auto a GPL? Sempre. Anche se a targa diversa da quella consentita? E se mi fanno la multa? E quelle non catalitiche? Orrore: possibilmente mai. Sei revi-sionato? Hai il bollino rosso o blu? Quando ci fu l’invenzione delle marmitte catalitiche uno studio molto serio dell’allora Ministero dell’Industria fece presente che la marmitta catalitica inquinava molto di meno ad una velocità su-periore agli 80 Km/ora, velocità difficilmente raggiungibile in città, ma inquinava di più delle altre a velocità inferiori. Nessuno si prese la briga di controllare se era vero o no. L’industria premeva, i nuovi modelli così equipaggiati dovevano essere venduti e la crociata ambientalista, Deus vult, benedisse gli investimenti delle case automobilistiche con l’acqua benedetta della Commissione CEE. Da allora, l’inquinamento è aumentato nonostante il fatto che nuove “grida” si affaccino a compli-care la vita dell’automobilista. Non basta avere la marmitta catalitica. I giorni della settimana sono amministrati, almeno a Roma, in modo tale da creare problemi nuovi senza risolvere i vecchi. Ad esempio, che senso ha il divieto di circolazione di domenica, dalle 9.00 alle 20.00? Perché tutti escano prima, intasando le vie periferiche e perché tutti escano dopo, restaurando le condizioni d’inquinamento pre-esistenti? Che senso ha impedire la circolazione al centro per riversare tutto il traffico urbano nelle zone peri-feriche? Per far passeggiare i pochi bambini abitanti in centro in bicicletta e vedere i cavalli con il calesse? Quando si osservano le soluzioni attuate o proposte, non importa in quale città, si ha sempre la sen-sazione che gli addetti alle soluzioni si impegnino a non trovare le più semplici. In stagioni d’inquinamento e di risparmio energetico nessuno si preoccupa di sincronizzare i percorsi semafo-rici, di evitare lunghi percorsi obbligati per raggiungere un quartiere, di assicurare percorsi prefe-renziali non solo ai mezzi pubblici. Quanto costa al cittadino tutto questo? Il miraggio dei parcheggi viene agitato ogni volta che si fan-no le elezioni comunali. E’ una bandiera un po’ logora. In tutta Europa il problema s’è quasi risolto. In Belgio, dal secondo dopo guerra, tutte le nuove costruzioni devono avere parcheggi sotterranei, in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, per non parlare dei Paesi nordici, non si vedono auto parcheggiate in duplice e triplice fila, sui marciapiedi, sulle piazze, davanti a monumenti. Solo da noi tutto è al livello delle querule sciocchezze di cui si parla dal barbiere. Un caso a parte, poi, è quello di motociclette e motorini, cui evidentemente non si applica nessun Codice, a partire da quello della buona educazione. Si sorpassa a destra, ci si infila in mezzo, si o-scilla a sinistra, si taglia la strada, non si rispettano né le precedenze né i semafori. Il rosso è un op-tional. A proposito, perché si trovano le macchinette per i parcheggi e non per gli autobus? Mettiamoci nei panni di un turista. Come fa a sapere dove comprare i biglietti? Certo, sarebbe intelligente usare i mezzi pubblici, quando arrivano in orario, quando sono puliti, quando sono utili, nel senso che ti portano dove scendere, quando non devi prostituirti per sapere dove acquistare i biglietti. Tutte ipotesi piuttosto fantasiose. Il degrado delle città e del costume nasce da questo diritto – non diritto di andare in giro con mezzi propri. Ma l’unico diritto è il malcostume, amministrativo prima e privato poi, nel quale siamo im-mersi tutti, tranne chi dovrebbe provvedere, perché da sempre non è un cittadino comune. Con buona pace degli ambientalisti abbiamo cancellato il nucleare, esaltato altre forme d’energia che, in realtà non servono, se non ai costruttori di apparati, il petrolio arriverà a 100 $ al barile, ma chi se ne preoccupa? A parole tutti, nei fatti nessuno. Una politica per l’energia si è cercata di farla ai tempi delle partecipazioni statali, con l’Eni, anche se in modo unidirezionale. Poi, con le privatizzazioni, il nulla più assoluto. Qualcuno autorevolmente sostiene che il grave onere della benzina è dato dalla cattiva distribuzione dei benzinai. Una cosa da ridere, come se il prezzo del pane dipendesse dal numero dei panettieri e non invece, dal costo dei cereali. Il costo di questi aumenta proprio perché l’etanolo prodotto con la loro trasformazione (altro mito degli ecologisti!) sta variando fortemente la destinazione finale dei prodotti agricoli. Una volta andavano esclusivamente sul mercato alimentare mentre oggi, trovando crescenti sbocchi su quello industriale, per la utilizzazione dei suoi derivati al posto del petrolio, il loro prezzo aumenta. Se si getta lo sguardo sui profitti delle compagnie petrolifere, Eni compresa, è un po’ come quando si parla di Banche o di Assicurazioni: sono assolutamente crescenti. Il cittadino paga sem-pre, in benzina ed in tasse, ma nessuno di questi proventi si trasforma in servizi od in attività che ri-tornino a vantaggio della comunità. Certo, i nuovi Paesi emergenti, Cina, India, Indonesia, sono diventati grandi consumatori di energia, in concorrenza con gli altri Paesi dell’Occidente sullo stesso mercato. E il prezzo sale. Ma una poli-tica dei Paesi consumatori potrebbe mettere in ginocchio i Paesi produttori. Se i Paesi arabi non vendessero più il loro petrolio, addio sviluppo, addio rubinetti d’oro o città come Dubai. Vendere è essenziale per chi produce come lo è acquistare per chi consuma. C’è un cartello dei Paesi produtto-ri mentre i consumatori sono divisi. Perché non fare altrettanto?. Si parla tanto di concorrenza, ma su quella internazionale tutti tacciono. Forse è ora di fare qualcosa. Stelio Venceslai

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