Conciliare sostenibilità ambientale con la produttività, questo è il problema. Un amletico dilemma tra l’ evidente disagio di...
...dover forzosamente scegliere tra due opzioni, oggi sempre meno coniugabili, tenendo conto di un altro comune denominatore da rispettare, quello del raggiungimento dell’obiettivo costi-benefici. Il pacchetto clima-energia era nato proprio per questo: soddisfare le nuove e peculiari esigenze di questa società sempre più industrializzata. Le proposte della Commissione Europea per conseguire l’obiettivo UE del “20-20-20” consistevano, con l’abbattimento, entro il 2020, delle emissioni del 20%, la riduzione dei consumi energetici del 20% e la produzione di energia di fonti rinnovabili al 20%.
Ma l’Italia oggi non ci sta e, attraverso il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ha manifestato, appena conosciuto l’ammontare dei costi vincolanti che ne sarebbero derivati per il nostro Paese, molte perplessità, soprattutto alla luce della grave situazione finanziaria che attaglia il mondo intero. Questo gesto ha una spiegazione che parte da dati concreti: in una economia globalizzata, dove tutti gli Stati sono chiamati a fare la loro parte per permettere che il sistema regga all’onda d’urto della crisi, anche la lotta all’inquinamento diventa un problema dal quale nessuno può più prescindere o lottare da solo. I Paesi “ più inquinatori”, come India e Cina, USA compresi, dovrebbero assumersi le loro responsabilità negli stessi termini ed accettare le stesse regole, cosa che non accade.
In più, con la clausola Ets, che consente lo scambio di emissioni di CO2, potrebbe accadere che un’azienda che inquina meno dei parametri previsti possa acquisire inquinamento dietro compenso da altre aziende che altrimenti rischiano di infrangere il tetto di emissioni fissato. Insomma, una specie di mercato economico sullo smog, una specie di “ borsa delle emissioni”, che rischia di mettere in ginocchio Paesi con realtà economiche manifatturiere come la nostra.
Da qui la richiesta dell’Italia per una rinegoziazione, nell’ambito delle politiche di lotta all’inquinamento, dei tempi e dei costi in ordine al riequilibrio tra le industrie europee a forte utilizzo di energia e gli obiettivi sul clima.
A fianco delle richieste di Roma, a favore di un più vasto margine di tempo per ben valutare l’appropriatezza, se non la correttezza, dei costi stimati, ci sono Polonia, Romania, Bulgaria, repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. 25 miliardi di euro l’anno, tanto viene stimata dal Governo Italiano la cifra da impegnare per ridurre le emissioni di C02. Secondo Bruxelles il calcolo è superstimato ma il problema resta e deve essere risolto. Al momento l’orientamento è quello di uno slittamento a fine anno per siglare un accordo europeo più consapevole e soprattutto unanime su un tema di così vasta portata. Sì quindi agli obiettivi di riduzione delle emissioni ma condizionato a soluzioni che non penalizzino troppo i singoli Paesi nella loro piattaforma industriale ed economica.
L’Italia non demorde ed in questo momento particolare, con una economia stagnante e a rischio recessione, deve presentarsi al tavolo europeo con dati e proposte che rafforzino questa convinzione:la lotta all’inquinamento è una cosa seria nella quale tutti devono fare la loro parte in modo proporzionale alle proprie produzioni e ai propri bilanci interni. In caso contrario anche questa iniziativa rappresenterebbe una battaglia persa in partenza.
Lilliput