Domenica 09 Maggio 2010 22:00

Tutela del Patrimonio culturale. La fabbrica della cultura. di Maurizio Navarra

Scritto da Administrator
Proviamo un attimo a cambiare del tutto la prospettiva di approccio al problema ed esaminiamo il “fare cultura” affrontandolo non sotto il punto di vista dei... ...contenuti e non con un criterio di analisi strettamente estetica. La produzione di cultura, in questo modo, può essere assimilata ad un vero e proprio processo di fabbricazione complesso che a volte è artigianato, a volte è industria. L’artista, la persona di cultura mette infatti in questo quadro mano alla sua personale ed irripetibile creatività, formata da un mixer di preparazione professionale, talento ed intuito, con la finalità di elaborare un prodotto destinato a soddisfare le esigenze di un “panel” di fruitori normalmente ben determinato; di massa o di élite, di palato fine o di palato grossolano non importa: ciascuna opera si rivolge ad un pubblico ben determinato e determinabile. Per dirla tutta, esiste anche un “prodotto – cultura” elaborato più per soddisfare il piacere di chi lo confeziona che per un qualsivoglia pubblico. Si tratta, comunque, di casi isolati, che non fanno testo e che divengono più tecnicamente “prodotto” nel momento in cui un intermediario culturale se ne impossessa per poterlo sfruttare. Sarà forse un sistema riduttivo e un po’ becero esaminare in questo modo ciò che dovrebbe essere praticamente senza prezzo perché bene spesso unico e di grande contenuto, ma tant’è: una scultura di Michelangelo ha un prezzo, un quadro di Leonardo ha un prezzo, la Divina Commedia di Dante ha un prezzo. Più l’artista è prestigioso, più zeri ci sono dietro la cifra iniziale. Anche l’arte, di conseguenza, risponde alla più elementare delle leggi dell’economia, quella della domanda e dell’offerta. L’arte, tutta la produzione artistica ha un mercato ed è per questo motivo, detta in modo brutale, che le opere di un artista defunto (quindi impossibilitato a produrre ancora) divengono più rare ed il loro costo sale. Orbene, anche questo mercato può essere “drogato” e quindi oggetto di tentativi di influenzarlo o indirizzarlo in modo tale che al fruitore arrivi un prodotto a volte non ben confezionato ed a volte assolutamente indigeribile. Nel complesso mondo della cultura esiste una nicchia (più o meno ampia per capacità) di artisti che continuano ad elaborare ciò che definisco in modo molto rozzo “peperoni a cena”. E’ indubbio. Lo spettatore a volte esce dalle sale di proiezione e dai teatri con un indefinibile senso di pesantezza di stomaco che non dipende dal popcorn mangiato durante lo spettacolo oppure il lettore arriva a leggere l’ultima pagina di un libro con un senso di assoluta frustrazione: i titoli di coda o l’ultima riga divengono allora pura liberazione. In questo ultimo caso, ad esempio, io mi libero letteralmente dal libro scagliandolo materialmente lontano da me, in un gesto scaramantico che potrebbe dire “non ci casco più!”. La cultura ha la capacità di trasformarsi da sublime appagamento dell’anima o da intrigante pungolo destabilizzante dello spirito in una amorfa ed appiccicosa creatura parassitaria che non vuole appagare o suscitare nulla, se non il conto in banca di chi la produce. Tutto, secondo questa prospettiva, diviene allora e per necessità magicamente autoreferenziale, si apre una veramente perversa spirale nella quale entra anche il circo dei premi e dei riconoscimenti più o meno prestigiosi. In una parola poco importa se il prodotto artistico è stato visto e fruito soltanto da pochi intimi, l’importante per l’autore è avere intascato lo cheque pagato dallo sponsor che, il più delle volte, è pubblico. Sarebbe molto giusto che lo sponsor pubblico, con l’eccezione degli stanziamenti verso quanto c’è di sperimentale o verso i giovani, elargisse contributi non a vecchi arnesi o giovani tromboni che non sono altro che produttori di “fiaschi”, ma a chi merita veramente aiuto e incoraggiamento. Maurizio Navarra

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