Preziosa ed interessante questa intervista della giornalista Barbara Martuscello a Federica La Paglia, critico d'arte e responsabile del CIAC (centro internazionale per l'arte contemporanea).
B.M.) Ritieni la formula delle feste dell’Arte, dei festival, delle Fiere o della Rete tra operatori e/o gallerie sia ancora utile concretamente per l’Arte contemporanea e adatta a stimolare la consapevolezza del pubblico?
F.L.P.) Consapevolezza è una parola impegnativa.
È vero che l’approccio popolare - ma non provinciale - delle feste e festival si è dimostrato in certo modo funzionale. Esempi come il Festival delle Letterature sono la prova di come la qualità dell’offerta si possa accompagnare ad una grande affluenza di pubblico.
Sebbene le arti visive in Italia non abbiano ancora raggiunto una dimensione realmente popolare, le esperienze di altre città e Paesi sono un esempio in tale direzione, basti pensare al fenomeno mediatico del Turner Prize in Gran Bretagna. Il punto cruciale è che le grandi manifestazioni da sole non bastano, dovrebbero innestarsi all’interno di una politica culturale più ampia e strutturata. Altrimenti il risultato è il consumo veloce di un prodotto che, comunque, ha un suo valore che non può essere disconosciuto ma di certo non produce consapevolezza. Fiere e festival, nella diversità dei loro obiettivi, sono un buon strumento di comunicazione, diffusione e forse in alcuni casi sollecitazione.
Discorso un po’ diverso è quello del networking, che l’attualità - nei suoi molteplici aspetti socio economici e culturali - “c’impone” e che per questo si riconferma come modalità operativa necessaria oltre che interessante. In tal senso la rete tra addetti ai lavori non può non avere riflesso sul pubblico, seppure ancora vada constatata una più che frequente distanza tra operatore e fruitore.
B.M.) Pensi che Roma possa competere sul piano del Sistema e del Mercato dell’Arte Contemporanea con realtà strutturate come Milano, Londra, per non dire New York, o con il fenomeno Cindia?
F.L.P.) Oggi no, non c’è competizione ma, trovando la formula più giusta per sé, potrebbe con il tempo. Certo siamo molto indietro.
Non commento nulla di nuovo affermando che probabilmente il connubio tra antico e contemporaneo è l’approccio più opportuno e, se correttamente sviluppato, anche il più fruttuoso sotto vari aspetti: culturali, economici, turistici etc…
Va certamente ricordato che a Roma manca la fascia della grande imprenditoria che, in altre città, direttamente o indirettamente spinge il mercato, ponendosi anche come motore propulsore del sistema nei suoi aspetti più ampi e stratificati.
Anche se Roma è cresciuta moltissimo, risente ovviamente dell’influenza delle istituzioni che qui lavorano e che ancora pensano che il nostro valore sia strettamente nell’antico. L’attuale crisi economica, poi, non aiuta ad investire sull’ “incerto”, il contemporaneo appunto.
B.M.) Giudichi necessaria la presenza di un’Art Fair -anzi, addirittura due-nella Capitale?
F.L.P.) Direi di si. È anche un buono strumento per portare all’attenzione di chi ancora non conosce la Roma contemporanea - e sono moltissimi - una realtà che si muove, produce e propone anche progetti di buona qualità.
B.M.) Le tensioni spesso nate tra Bologna, Milano,Torino, Roma e Roma con Roma, persino, relative alla presenza di Fiere sul proprio territorio, come è stato tra Roma e Venezia per il Cinema, sono specchio di positiva concorrenza o campanilismi che tradiscono la paura di perdere primati, quindi in qualche modo rivelano una debolezza del/nel mercato dell’arte?
F.L.P.) Mi pare che non si tratti di quella concorrenza che alimenta il mercato.
In Italia non si è solidali. Questo tipo di “guerre” se da una parte costituisce una chiara scelta di comunicazione, dall’altra nega la possibilità di creare un fronte compatto nel confronto con le pubbliche istituzioni che dovrebbero maggiormente sostenere la crescita culturale del Paese, cosa che avrebbe anche delle indubbie ricadute in campo economico ed occupazionale.
B.M.) Ritieni adeguata, laddove presente, la collaborazione tra pubblico e privato e possibile che sia concretizzata in maniera fertile e limpida?
F.L.P.) La ritengo auspicabile, con le ovvie riserve dettate dal rischio di conflitto d’interesse.
Troppo spesso si guarda al privato come un nemico ignorando, volontariamente o per scarsa conoscenza, le chiare capacità di gestione del suo management che, nella nostra fattispecie, necessariamente dovrebbero combinarsi con il rispetto dell’interesse collettivo.
Credo nella possibilità e necessità di una bilanciata intersezione tra modus operandi privato e finalità istituzionali del pubblico. Al momento attuale è necessario superare le numerose riserve, pure di certi operatori dell’arte, e lavorare anche in campo giuridico per l’elaborazione di un’adeguata normativa sul conflitto d’interesse.
B.M.) Stimi utile o preoccupante la presenza della politica nelle nomine legate ai Beni Culturali?
F.L.P.) Piuttosto direi che è inevitabile, considerata l’impostazione del nostro sistema.
B.M.) Secondo una valutazione generale e generica, pensi che in campo culturale sia auspicabile un’autonomia totale dall’attenzione partitica e da interventi statali o, al contrario, che questo possa aiutare il sistema culturale?
F.L.P.) Distinguerei tra intervento statale e attenzione partitica. L’incondizionato approccio partitico e non politico alla soluzioni delle questioni è uno dei problemi del nostro Paese. Allo stato dei fatti, dunque, la cultura ne risente così come altri campi del vivere civile.
B.M.) Hai fiducia negli interventi e nei programmi istituzionali che riguardano la “materia contemporanea”?
F.L.P.) Non perdo mai la fiducia. Spero che lo sguardo su ciò che comunque si muove in Italia ed il confronto con le realtà di altri Paesi spinga a voler affrontare il tema con la giusta attenzione, scevra da pregiudizi culturali.
B.M.) Valuti che l’arte contemporanea sia così incomprensibile al pubblico e, quindi, così poco amata e lontana dalla società?
F.L.P.) È innegabile che l’arte contemporanea risulti essenzialmente incomprensibile al grande pubblico. È pur vero che il “pubblico” è comunque spesso curioso e laddove trova disponibilità al dialogo risponde con grande interesse.
La questione, dunque, non è tanto l’incomprensibilità dell’arte quanto la non volontà o non capacità di stimolare il confronto in modo da allargare il più possibile il bacino di utenza del contemporaneo, se non della cultura in genere. Il terreno è fertile, basta solo coltivare.
I modi possono essere diversi. Al di là dei programmi strettamente educazionali, penso ad esempio ai community project di cui a Roma non si sente parlare e che altrove, invece, sono una realtà consolidata.
Barbara Martuscello
Roma, 10 Marzo 2009