Domenica 09 Maggio 2010 22:06

Mercato internazionale dell'arte in crisi. di Simone Verde

Scritto da Administrator
Calo delle vendite, gallerie vuote, collezionisti in bancarotta...Dopo anni di boom, è crisi anche a new York. Calo delle vendite, gallerie vuote, collezionisti in bancarotta, giovani artisti costretti a sperare in un futuro migliore. Dopo anni di boom, è crisi anche nel mercato dell’arte. A New York, dove si concentrano gli affari, la crisi ha un terribile risvolto sociale. Soprattutto a Manhattan che ospita più o meno tutte le ramificazioni del settore: i maggiori collezionisti nel Upper East Side, i mercanti, da Uptown a SoHo, le migliori gallerie a Chelsea. Infine, sparsi in tutta la metropoli secondo la geografia degli affitti più economici, gli artisti. Qui, dove le gallerie sono immense e non fanno qualche metro quadrato, il trenta, quaranta per cento delle attività è a rischio chiusura. In tanta devastazione, però, c’è chi trova il suo conto. Sono i critici, quelli che dagli anni Ottanta, con l’avvento della speculazione, sono stati sostituiti dai mercanti, hanno potuto svolgere il loro ruolo intellettuale solo nei circuiti statali, lontano dal business, deprecando l’arrivo dei nuovi ricchi, di opere sfavillanti sempre più costose e, a loro dire, sempre più vacue. Alfiere della categoria in Italia, Germano Celant, che ribadisce la condanna al sistema in un nuovo libro: Tornado Americano, Arte al potere (Skira, 39 euro), dove il potere è quello del capitale. Obiettivo critico, un’arte vertiginosamente creativa ma soggetta a crisi parallele a quelle della finanza. Vista così, era ora che finisse la sbornia e che si ricominciassero a pagare le cose per il loro valore. A prima vista il ragionamento non fa una piega. Peccato, però, che sin dalla sua emancipazione, l’arte americana si sia rivelata un progressivo superamento dell’opera intesa come oggetto, come pezzo unico portatore di valori assoluti, prodotto dal genio dell’artista e quindi senza prezzo (cioè costosissima). Dal 1953, quando Rauschenberg decise di cancellare un disegno del suo maestro olandese De Kooning e fino agli anni Ottanta con l’arrivo dell’arte globalizzata di un mondo invaso dalla speculazione e dalla finanza (che nel suo libro Celant considera a torto come parte della stessa storia), gli artisti statunitensi hanno praticato un’altra via. Quella di opere a basso prezzo che entrassero nella vita di tutti per migliorarla, esaltando il potenziale democratico dell’industrializzazione. Così sarebbe stato con la Pop Art, il minimalismo, l’arte concettuale, fino alla scomparsa dell’opera come oggetto per diventare nell’happening, nella performance o nella body art, parte della vita. A favore di Celant, tuttavia, c’è un paradosso. Come mai anche questi movimenti sono finiti nella speculazione del mercato? Perché la Pop Art ha acquisito quotazioni altissime, perché degli happening si commercializzarono subito foto e oggetti? Una sedia, uno straccio, una parrucca. La colpa non può essere imputata soltanto al capitalismo. A riprova, l’aneddoto raccontato da Plinio il Vecchio quando il console Mummio mise in vendita un quadro del celebre Aristide e saputo che Attalo II aveva offerto la cifra favolosa di seicentomila denari, paventando nascoste virtù magiche, decise di ritirarlo dall’asta. Seicentomila denari! Pagare le opere per il loro valore, certo. Ma quale valore? In un’intervista al Nouvel Observateur, il famoso consulente Thomas Seydoux assicura: «Sono le quotazioni troppo alte che hanno portato al calo dei prezzi». Troppo alte sì, ma rispetto a cosa? Con l’attuale deflazione, una tela di Pollock a 70 milioni di dollari, anziché 140, sembrerebbe una cifra onesta. Per qualche metro di tela, colori acrilici, una settimana di lavoro e un’intelaiatura di legno? La vera domanda, allora, non è piuttosto questa: perché l’arte non ha un prezzo? Avevano ragione i minimalisti, l’opera d’arte non è un oggetto, è una dimensione estetica che prefigura un mondo migliore interamente realizzato dall’uomo. Esalta le capacità del sistema che l’ha prodotta, celebra i suoi protagonisti (nel caso del minimalismo, gli industriali, i tecnici autori del boom economico; nel caso dell’Arte povera di Celant, una burocrazia intellettuale raffinata e statalista), sottolinea le capacità poietiche di una società, esorcizza la paura del limite, della sofferenza e della morte. Ed è per questo che non ha un prezzo e solo quando il suo valore sociale è stato attribuito viene convertito in denaro. La speculazione, così, non precede, segue, è resa possibile da questa tendenza alla sublimazione e all’utopia. E qui torniamo alla realtà dei giorni nostri. Alla crisi finanziaria a alla caduta dei titoli. Quando negli anni Ottanta la deregulation ha creato i nuovi ricchi della speculazione, l’arte è diventata più che mai uno sfavillante oggetto commerciale per celebrare i nuovi padroni della finanza e il miraggio dell’arricchimento facile. Un sogno commercializzato con poster, mostre e icone a buon prezzo. Più diffusa e meno vale la copia, più vale l’originale. Maggiore importanza sociale essa ha, più sale il suo valore mercantile. Quello che i cosiddetti critici definiscono cattivo gusto, una certa preziosità patinata, è l’estetica in cui si riconosce la maggioranza da cui nascono i nuovi ricchi. «Alcuni artisti – tuonava il celebre dirigente di Christie’s Philippe Ségalot sintetizzando il pensiero di molti critici – hanno prodotto per il mercato invece di concentrarsi sul lavoro». Ma se il successo di un’opera è legata alla sua capacità di sintetizzare un’idea di mondo qualunque essa sia e di rappresentare i suoi protagonisti, le crisi non sanciscono lo scadimento della qualità, una sfasatura tra l’oggetto e il suo prezzo, ma la caduta vertiginosa (non ancora definitiva e per questo aperta a nuove crescite di mercato) di un mondo di valori e dei suoi protagonisti. Simone Verde Roma, 2 Giugno 2009

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