di Massimo Ortolani
L'informazione giornalistica spesso parla a vanvera, senza surrogare il messaggio veicolato a parametri e dati di fatto oggettivi, producendo in tal modo solo emotività e disniformazione.
Ho da sempre ritenuto che più che le opinioni contano i criteri e le modalità espressive con i quali si postulano e si divulgano.
Tale mia posizione appare quanto più avvalorata in un mondo come quello attuale, completamente soggiogato al dominio della comunicazione e dell’informazione che da essa ne deriva.
Se poi aggiungiamo il ruolo di internet, arriviamo a percepire quella nuvola di caos calmo di dati entro i quali viviamo e che non vede al suo interno solo flussi informativi di natura monodirezionale, ma un groviglio indistinto di direzioni tra soggetti generatori e fruitori delle informazioni stesse. L’esempio più eclatante è quello di Wikipedia. Quando ero bambino io erano le costose enciclopedie a generare il flusso monodirezioonale di informazioni: dall’esperto curatore dell’argomento sulla enciclopedia all’”ignorante” lettore-consumatore. Ora Wikipedia ha scardinato questo sacrosanto principio dato che, consentendo a ciascuno fornire il proprio contributo, ha di fatto eliminato la distinzione tra consumatore e produttore e contribuito – naturalmente assieme ad innumerevoli altre fonti informative simili - ad incrementare una massa di dati in circolazione che l’attuale neodirettore dell’Istat non esita a definire cacofonica.
La conseguenza più spiacevole è diventata quella di consentire in tal modo fenomeni di sensazionalismo statistico che, se in generale sono deleterei, non apportano quasi mai alcun miglioramento al soddisfacimento della domanda di genuina conoscenza di chi ascolta.
Prendiamo il caso delle statistiche sulla crisi in atto. La sinistra continua a sottolineare le veritiere quanto generiche statistiche sul peggioramento del PIl e sulla perdita di occupazione. Il centro-destra cerca di smussare l’impatto emotivo della crisi in atto con il riferimento a taluni indicatori statistici (veritieri anch’essi) che denuncerebbero “che il peggio è passato”.
La conseguenza di tutto ciò è che nella mente dell’ascoltatore non si è generato alcun elemento nuovo idoneo a consentire di stabilire se il bicchiere è verosimilmente mezzo vuoto o mezzo pieno. Ma di esempi di callido ricorso alle statistiche “fai da te” se ne potrebbero fare innumerevoli, proprio in un momento in cui si impone invece sempre più frequentemente la necessità di scegliere - tra la molteplicità delle fonti statistiche – quelle i cui dati assicurino un affidabile rigore in termini di qualità, di precisione, oltre ad essere stati generati in condizioni di acclarata indipendenza di giudizio
Ma già saper fare questo richiederebbe un livello di cultura scolastica di cui molta gente non dispone. Eccola allora affidarsi genericamente alle parole del giornalista di turno, novello vate televisivo o della carta stampata; come se i soggetti produttori della informazione in parola fossero essi stessi esperti in questa disciplina del saper scegliere ed analizzare, o addirittura essere di specchiata indipendenza di giudizio, proprio in un paese come il nostro
E chi non ha presente la scarsa attitudine dei giornalisti a fornire dati con un rigore scientifico “presunto” ? Basti ricordare quante volte è stata presentata sulla stampa o la televisione la notizia di nuovi ritrovati della tecnologia e della medicina dei quali si preannunciavano miracolose proprietà di natura investigativa in campo patologico, o curativo. Datosi che, evidentemente, notizie del genere fa sempre piacere comunicarle ai potenziali interessati in anteprima...
Il silenzio più assordante ha poi fatto eco a questi annunci di stampa o presentazioni in TV, allorquando tali ritrovati non hanno soddisfatto i successivi test di scientificità.
Ma il danno maggiore che viene fatto dai media con tale atteggiamento lo si ritrova paradossalmente nelle trasmissioni radio-televisive di informazione e di intrattenimento. Ho recentemente assistito ad alcune di esse in cui venivano discussi, in un consesso di esperti,fenomeni quali il bullismo, le morti per incidente da sabato notte dei nostri ragazzi, casi di violenza da parte dei soliti immigrati, ecc., e mi è molto piaciuta la risposta di sociologi od economisti che, a differenza dei giornalisti, hanno più volte citato statistiche ufficiali sulla incidenza reale e comparativa del fenomeni in parola, sottolineando che, o il fenomeno esiste da tempo ma non veniva in passato proposto all’opinione pubblica, ovvero assume una valenza relativa molto modesta se confrontata in termini statistici con quella di altri paesi UE o limitrofi. Un esempio per tutti. Da noi si parla di sovraffollamento delle carceri in presenza di neanche 60.0000 carcerati ed a fronte di una popolazione di ca 60 milioni. Negli USA il numero delle persone in carcere è di oltre 2 milioni e mezzo, senza che ci sia bisogno di fare il raffronto tra le dimensioni della popolazione.
Ebbene l’effetto mediatico di questi dibattiti, a giudizio dei sociologi intervenuti, è semplicemente quello di ingigantire nella mente dei telespettatori l’importanza di fenomeni che, se invece interpretati con i dovuti supporti statistici al fine di raffrontarne l’evidenza con analoghi fenomeni registrabili in paesi a cultura e reddito assimilabili alla nostra, circoscrivendone territorialmente i focolai di presenza e soprattutto comparandoli con altri fenomeni di violenza ovvero di cultura dello sballo, semplicemente non apparirebbero così virulenti come finiscono per apparire all’opinione pubblica.
Ma ciò che più conta sottolineare al riguardo è che parlare di statistiche non significa necessariamente sciorinare solo numeri su numeri, bensì complementare questo inevitabile atto con le modalità tecniche di un linguaggio televisivo capace di non fare scendere l’audience. Hic sunt leones!
Il vero problema dunque, come detto all’inizio, è allora scrivibile più all’adeguato ed innovativo uso del linguaggio dei media, che alla probabile personale idiosincrasia del singolo giornalista ai numeri delle statistiche.
Ma come fornire informazione suffragata da pochi ma attendibili dati statistici, senza fare calare l’audience?
Massimo Ortolani
Roma: lunedì 10 agosto 2009