di Massimo Ortolani
Una legislazione rigorosa, ma non realistica, rischierebbe di penalizzare ulteriormante il prodotto italiano "verace" di fronte a Paesi concorrenti dalla legislazione più possibilista.
Dovremmo ormai essere alle battute finali dell’iter legislativo che conduca alla introduzione in Italia della certificazione di origine dei prodotti italiani 100%. Ma il condizionale è d’obbligo dato che le spinte lobbysti che in senso opposto e le effettive difficoltà di natura tecnico-amministrativa non sono poche.
Proviamo a fare una rapida sintesi della problematiche in atto in relazione ai danni - palesi od occulti - generati appunto dalla mancata certificazione di origine, ma anche alle problematiche che ne conseguono.
Si legge su Il Giornale di Sabato 21 scorso che chi acquista un prodotto Burberry pensa inevitabilmente di avere comprato un prodotto inglese, quando invece è cinese. È notorio d’altra parte che quasi tutte le grandi griffe della moda che producono in Cina ed Asia sud orientale, Turchia, o Tunisia, immettono sul mercato un paio di blue jeans ad un prezzo superiore a 100 Euro, quando il costo di produzione è inferiore a 10.
Sostiene allora qualcuno che poiché lo stesso blue jens potrebbe essere prodotto in Italia a poco più di 10 Euro, il differenziale di profitto rimarrebbe così elevato che si potrebbe certamente giustificarne la sua produzione nel nostro paese, con benefici impatti economici, in primo luogo occupazionali. In un momento, peraltro, quello cosiddetto “del fine crisi”, in cui di disoccupazione se ne è creata tanta.
Ma esiste anche un fattore di natura giuridica da considerare in proposito. È giusto che qualunque capo di abbigliamento possa fregiarsi di una etichetta Made in Italy sia che sia fabbricato al 100% avvalendosi di tecnologia, maestranze e beni intermedi italiani, sia che di italiano abbia invece solo l’attaccatura dei bottoni, essendo tutto il resto importato dalla Cina? Evidentemente no.
Da qui l’origine del cosiddetto Decreto Ronchi, (DL 25/ 09/ 09) n 135, nonché di alcune proposte di legge di prossima discussione in parlamento, ed in particolare quella degli onorevoli Reguzzoni e Versace (R-V).
Il decreto Ronchi specifica che “si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made in italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”, oltre a declinare pesanti penalità per i contraffattori in tal senso. Mentre la proposta di legge R-V, che pure intende tutelare il sacrificio dei nostri imprenditori del settore tessile intenzionati a far valere la rilevanza del vero Made in Italy, presenta requisiti di produzione meno stringenti per la qualifica del Made in Italy, riservandola alle sole lavorazioni di prodotti tessili che siano state eseguite per almeno la metà sul territorio italiano.
In attesa dei decreti ministeriali di applicazione del DL 135 è bene considerare ora le obiezioni più marcate all’introduzione della etichettatura 100% Made in Italy.
In primo luogo qualcuno ha già fatto rilevare che tale certificazione del 100% rappresenterebbe un super Made in Italy rispetto al Made in Italy basato sulle regole doganali della Unione Europea, ai sensi di precedenti disposizioni normative.
Secondariamente è vero che le grandi firme hanno buon gioco in un sistema cosiffatto, ma è anche vero che – se riescono a spuntare prezzi così elevati – è in ragione della forte componente estetico-progettuale dei loro prodotti, componente sicuramente tutta italiana. Inoltre assicurano una qualità del prodotto che non necessariamente potrebbe aversi in un prodotto fabbricato tutto in Italia da cinesi, ad esempio.
Inoltre, in merito alla certificazione del 100% o del 50% di realizzazione in Italia, siamo sicuri di essere in grado con i soli strumenti contabili di poterne garantire le caratteristiche di produzione nazionale senza avvalerci degli strumenti propri della filiera di produzione?
Infine si sostiene che se si applicasse l’obbligo della etichettatura del 100% italiano, merci con etichette Made in France o Germany, ma fabbricate in Cina, godrebbero di un vantaggio competitivo, data l’assimilazione concettuale dei due paesi al nostro sul piano della qualità della produzione industriale.
Come si intuisce, uno dei problemi fondamentali alla base della complicazione della etichettatura discende dal fatto che ancora manca un Made in UE, che – a determinate condizioni – risolverebbe una miriade di obiezioni. Ma, anche qui, siamo sicuri che una merce prodotta in Romania – visti gli standard di legge locali per affidabilità e sicurezza per la salute del consumatore - potrebbe fregiarsi di un marchio Made in UE come una prodotta in Italia o Germania?
Se poi si passa a considerare l’ambito della contraffazione e della esigenza di tutela della certificazione nel comparto agroalimentare si scopre che le problematiche sono alquanto diverse, dato che la contraffazione si realizza principalmente sui mercati esteri e con modalità molto diverse da quelle suindicate.
In realtà in questi casi nessuno si azzarda ad etichettare con il Made in Italy formaggi, prosciutti, ecc. prodotti localmente con latte e carni del luogo. Ma in tal caso le subdole modalità (Italian Sounding) con le quali si inganna il consumatore estero sono quelle di far apparire surrettiziamente il prodotto locale (con confezione, uso del tricolore e, soprattutto, di nomi molto simili a quello originario italiano) il più possibile eguale a quello fatto in Italia.
È però possibile, a parere di chi scrive, porre in atto sistemi di informativa del consumatore, e di verifica informatica dell’apparentemente vero Made in Italy, idonei a ridurre la portata del fenomeno dell’Italian Sounding.
Quanto sopra è solo una breve sintesi delle problematiche che saranno dibattute nel corso del convegno “Il fenomeno Contraffazione e la Tutela del Made in Italy” che il Movimento di Opinione ha indetto per il prossimo 28.novembre. presso la Sala convegni dell’Archivio Centrale dello Stato, piazzale degli Archivi 27 Roma Eur.
Massimo Ortolani
Roma: lunedì 23 novembre 2009