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di Donato Di Pelino
Per l’uomo il mondo è una continua traduzione: per questo scopo, e non solo, operano mezzi come la fotografia e il video. La capacità di questi strumenti di cristallizzare frammenti di spazio e tempo ci svelano quanto la realtà e i fatti attorno a noi convivano in maniera telescopica. A tale concezione quasi astrofisica rimandano i celebri Televisori, ideati ed elaborati da Mario Schifano nei primi anni settanta, con la collaborazione tecnica di Marcello Gianvenuti. Gianvenuti, esperto conoscitore della tecnica fotografica, concorre a creare, nell’unione del suo lavoro a quello di moltissimi pittori (Schifano, in primis, ma anche Franco Sarnari, Tano Festa, Franco Angeli, Cy Twombly, Sol Lewitt e molti altri) un interessante binomio artistico. Foto e pittura nell’arte contemporanea non si comportano da rivali ma si integrano per mostrarci il flusso interminabile di condizioni spaziali in cui ci muoviamo. Donato Di Pelino: Come inizi la tua attività di fotografo? Marcello Gianvenuti: Ho iniziato giovanissimo, credo che non avessi nemmeno vent’anni, con piccole cose come servizi per matrimoni etc. Poi,nel 1965, ho conosciuto un fotografo di nome Renato Gozzano che lavorava nel mondo della pubblicità e dell’arte, è stato lui ad introdurmi nel settore e a farmi incontrare con Mario Schifano. D. Di P.: Per un periodo sei stato anche assistente di Ugo Mulas, un nome importante nel campo. Cosa hai imparato da lui? M. G.: Mulas mi ha insegnato tutto senza dirmi niente. Non era solito dare spiegazioni ma io osservavo molto attentamente il suo lavoro e specialmente mi piaceva come sapeva interagire a livello umano con gli artisti che doveva fotografare. Questa capacità di sapersi porre in un certo modo con gli altri è uno dei suoi insegnamenti. Inoltre Mulas era entusiasta delle mie competenze tecniche e in particolare apprezzava le mie capacità nella fase di stampa delle fotografie. D. Di P.: Ricordi qualche altra esperienza significativa per la tua formazione? M. G.: In particolare quella fatta con la fotografa Elisabetta Catalano, che eseguiva ritratti di moda e arte. Fu nei primi anni settanta, Schifano voleva prendere uno studio con lei, poi rinunciò ma io le feci da assistente per un po’ e imparai delle nuove tecniche per l’esecuzione del ritratto. D. Di P.: Cosa ti interessava nell’unire il tuo lavoro a quello di un artista come Schifano? M. G.: Principalmente c’era la voglia di sperimentare nuove cose. In quegli anni infatti lavoravo con parecchi artisti come Tano Festa, Franco Angeli ed altri, che si affidavano a me per ciò che riguardava alcune particolari elaborazioni fotografiche come la solarizzazione. Sai cos’è…? D. Di P.: …spiegaci meglio… M. G.: E’ una tecnica che venne affermata inizialmente da Man Ray: durante lo sviluppo, in camera oscura, si fa prendere un po’ di luce alla foto in modo da creare un’inversione del positivo-negativo nelle zone illuminate. Questo effetto piaceva molto agli artisti dell’epoca e mi capitava spesso di sperimentarlo. D. Di P.: Com’è stato il tuo rapporto con Mario Schifano? M. G.: La nostra collaborazione è andata al di là del semplice legame professionale; tra noi si instaurò una profonda amicizia nonostante il suo carattere complesso e talvolta difficile. Nemmeno lui era un tipo di molte parole quando si trattava di lavoro: dava delle indicazioni sintetiche e fulminee, spettava a me interpretarle cercando di cogliere il risultato che voleva ottenere. Era contento di come lavoravo e ricordo che i primi tempi si ingelosiva molto quando collaboravo con altri pittori. D. Di P.: Hai mai partecipato a delle esposizioni o mostre con le tue fotografie? M. G.: No, non mi è mai interessato. L’unica volta è stata nel 2006 alla Galleria di Mara Coccia (storica Gallerista romana attiva sin dagli anni Sessanta e meritevole di aver evidenziato il lavoro di molti grandi artisti contemporanei. N.d.a.) qui a Roma. Lei ha insistito molto e io le ho fornito delle mie foto che ritraggono Mario Schifano al lavoro mentre realizza un grande quadro per la famiglia Agnelli nel 1968. Per quel dipinto Mario mi chiese delle foto di un casolare di campagna e io gli portai alcuni scatti che avevo fatto a delle case rurali nei dintorni di Roma, lui poi ingrandì una delle mie foto con un proiettore che inserì nell’opera di grandi dimensioni. A parte questa occasione, sono sempre voluto rimanere nell’ombra. D. Di P.: Oggi ti dedichi ancora alla fotografia? M. G.: Un po’ meno di prima, ma la passione resta comunque. E’ più faticoso portare con se l’attrezzatura fotografica professionale, il banco ottico etc. ed anche perché con il digitale non si ha la stessa qualità . Recentemente mi è capitato di realizzare delle fotografie per una giovane artista, Chiara, che voleva il lavoro ancora in pellicola 6×6. Mia figlia Claudia si occupa da qualche anno di fotografia e anche mio figlio Alessandro è tornato ad appassionarsi a questo mezzo e insieme stiamo iniziando un nuovo progetto fotografico. D. Di P.: Il lavoro di Gianvenuti, negli anni Ottanta, include anche interventi di vario tipo e documentari svolti per associazioni con finalità umanitarie come il C.I.C. (Centro Internazionale Crocevia), l’UNICEF e il Ministero degli Esteri. Compie alcuni viaggi in Africa, uno dei quali con la finalità di documentare lo scavo di un pozzo per l’acqua in un villaggio del Niger… Raccontacene alcuni passaggi… A. G.: Si trattava di un progetto in collaborazione con il Ministero degli Esteri. Ricordo una scena in particolare che mi emozionò moltissimo. Una notte mi trovavo nel luogo dove gli operai stavano scavando il pozzo, nel villaggio mancava la corrente elettrica e solo l’area dove si svolgevano i lavori era illuminata. Mi guardai attorno e mi resi conto che tutti gli abitanti del villaggio erano seduti in silenzio proprio fuori dal cerchio di luce, incuriositi dai macchinari necessari per la trivellazione. E’ un’immagine che conservo sempre nella mia memoria. D. Di P.: Quando ci si siede nell’ombra, è per guardare meglio la luce. Del contrario ne abbiamo abbastanza e poco ci importa.
Roma, 27 Aprile 2010

