L’attuale aggregazione politica al Governo del Paese ha impostato una parte consistente della campagna elettorale sulla sicurezza dei cittadini. Non occorre essere grandi analisti per comprendere che...
...buona parte dei consensi raccolti possa essere provenuta proprio dall’aver centralizzato questo tema nell’agenda politica. Il cittadino italiano è, nella sostanza, stanco di essere costretto a subire il clima di criminalità diffusa che si respira, di fatto, non soltanto – come nel passato - nelle estreme periferie delle grandi città, ma un po’ dovunque, ivi compresa anche la provincia sino a qualche tempo fa considerata sicura e tranquilla.
Si badi bene che il disagio che avvertono i cittadini non origina dalla presenza della criminalità “organizzata” - delle grandi aggregazioni criminali che purtroppo oggi caratterizza non solo specifiche regioni tradizionalmente più “a rischio”, ma tutto il nostro territorio - ma è piuttosto rappresentato da ciò che molti definiscono sbrigativamente “microcriminalità”, una parola composta di taglio giornalistico che non entra ancora nel compendio nostra lingua ufficiale.
La scelta lessicale di definire il fenomeno con il termine “microcriminalità”, voglio essere il più possibile chiaro, non mi piace. Attesta, in chi sceglie questa definizione, in modo probabilmente non equivoco l’intenzione di sminuire il problema per tentare di relegarlo tra le cose di scarso o secondario interesse. Non vi è nulla di più sbagliato e fuorviante. Se si prova a sostituire il vocabolo “microcriminalità” con il più giusto ed allarmante termine “criminalità diffusa” si arriva con immediatezza a percepire con più precisione l’origine del bisogno di sicurezza che oggi ha la gente. Tutta la gente. Dall’estremo nord all’estremo sud del nostro Paese.
Appare giusto, a questo punto, porre l’attenzione sul fatto che in ambienti sociali caratterizzati dalla presenza di criminalità diffusa – mi si perdoni una sottolineatura quasi lapalissiana – la “criminalità organizzata” trova un terreno assai fertile sia per imporre proprie attività illegali diffuse (pizzo, commercio di droga …) sia per reclutare nuovi elementi. La sicurezza di un contesto sociale parte quindi proprio dalla capacità di combattere questo fenomeno, di togliergli la possibilità di gestire o controllare porzioni anche infinitesimali di territorio, di eliminare tutte le attività che danno reddito diretto, in buon denaro contante che costituisce l’ossigeno che permette di far respirare e prosperare la criminalità.
La criminalità, in tutto il mondo, vive ed è potente quasi esclusivamente per la sua capacità economica di gestire enormi masse monetarie, denaro contante che è sovente collocato sul mercato con grande oculatezza sino ad avere la forza di modificare ed influenzare l’economia, un’economia a questo punto fuorviata e “drogata” dalle operazioni di riciclaggio. Questo denaro, dovrebbe essere chiaro, viene dalle attività di criminalità diffusa, dalle attività ritenute di scarso allarme sociale e persino quasi “giustificate” da qualche bella mente. Si provi soltanto a calcolare quanto denaro contante provenga al crimine dalla prostituzione o dallo spaccio di sostanze stupefacenti e si arriva subito a cifre da capogiro, sicuramente paragonabili al bilancio di una multinazionale.
Tutto quel che è fatto per combattere questa fenomenologia è ben fatto. Rimango, però, dell’opinione che ci sia bisogno di tutto tranne che della promulgazione di nuove leggi. Sarebbe sufficiente riuscire a far funzionare e rispettare quelle che già ci sono. E sono molte. Troppe. Lo Stato si deve, in senso letterale, riappropriare della sua sovranità sul territorio e della sua capacità di fare giustizia in modo rapido ed efficace. Non occorrerebbe altro.
La lotta all’immigrazione clandestina, la decisione di gestire correttamente la presenza delle comunità ROM sul territorio, il rafforzare la presenza delle Forze di Polizia, sono di fatto palliativi che non portano alla soluzione del problema. Con buona pace di qualche mente illuminata e garantista a tutti i costi divengono nulla quando il delinquente (a questo punto non importa se “nazionale o di importazione”) sa di essere sostanzialmente impunito in quanto la “rete” della giustizia ha le maglie allargate a dismisura soprattutto per macchinosità delle procedure e per lentezza nel giudizio.
E c’è qualcuno che grida allo scandalo e si mette a “girotondare” nelle piazze se si vuole porre le massime cariche dello Stato al riparo (per il tempo che sono in carica) dall’iniziativa giudiziaria. Non era meglio, non sarebbe meglio manifestare contro la sostanziale impunità di chi delinque in modo professionale, non sarebbe meglio manifestare contro il cancro della “decorrenza termini” che mette facilmente in libertà chi ha commesso omicidi, non sarebbe meglio manifestare perché divenga difficile superare quei “termini” decorsi i quali un delitto rimane impunito? Non sarebbe meglio, infine, manifestare per chiedere una giustizia rapida, capace di giudicare con immediatezza ed in modo definitivo per lo meno le persone colte nella cosiddetta “flagranza di reato”? Ecco un impegno politico serio, tanto serio da non essere preso in considerazione da nessuno.
Maurizio Navarra