di Maurizio Navarra
Il Movimento d'Opinione sta strutturandosi in Dipartimenti affidati a Soci di grande professionalità ed esperienza quale il generale Maurizio Navarra, già Alto Dirigente dell'ex Sisde e ora Responsabile del nostro Dipartimento Sicurezza, che con questo articolo avvia una serie informativa e didascalica sull'argomento.
La sicurezza è un bene del quale nessuno può fare a meno. Si può ancora facilmente asserire che, soprattutto per soddisfare il primario bisogno di protezione da offese reali o potenziali, l’uomo ha associato, e dall’inizio dei tempi, lo stesso concetto di progresso civile con quello della sicurezza. L’oggetto in trattazione corrisponde quindi ad un valore importante e di interesse comune, un valore essenziale e di conseguenza, nel contempo, un concetto sovente tirato in ballo a proposito o a sproposito dai media che invariabilmente si scatenano sull’argomento soprattutto quando, sotto la pressione di fatti di cronaca o accadimenti negativi, i cittadini ne percepiscono la carenza. Un argomento di grande presa mediatica, che rende agibili agli operatori dell’informazione periodiche e sterili lamentazioni, subito però percepite con allarme da lettori o spettatori.
Un bene, questo, del quale è facile parlare a tutti, ma che per il quale nessuno sembra rendersi fino in fondo conto che, proprio come per tutti gli altri beni, per ottenerlo ad un livello adeguato alle esigenze occorre pagare un prezzo. Un prezzo a volte più alto di quanto si pensi.
Facciamo l’esercizio di cercare di quantificare questo prezzo: ci renderemo facilmente conto che l’impresa non è affatto facile. Prima di iniziare, occorre comprendere che soltanto uno sprovveduto potrebbe limitarsi a valutare l’impegno dello Stato nell’importante settore prendendo esclusivamente in considerazione la voce di bilancio relativa al mantenimento ed al funzionamento di tutto l’apparato di sicurezza. Questo costo, in quanto misurabile in moneta contante, ha senza dubbio più semplici termini di valutazione. Eppure questo costo, anche se fosse ponderoso come voce di bilancio, anche se assorbisse una fetta non indifferente di ricchezza nazionale non è il prezzo più pesante che il cittadino paga per ottenere sicurezza. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che sull’altare della sicurezza l’agnello sacrificale da immolare è soprattutto la libertà individuale.
Mi propongo di esaminare tutta questa complessa problematica con trattazioni differenziate. Mi permetto a questo punto una similitudine. Poniamo che l’argomento sicurezza sia un toro: per cercare di prenderlo e domarlo, proverò ad affrontarlo dalla parte delle corna. L’arma più appariscente dell’animale e quindi più semplice da percepire. La prima parte in trattazione sarà quindi quella della sicurezza, esaminata come puro costo economico.
L’apparato che nel nostro Paese è impiegato per soddisfare l’esigenza di sicurezza è veramente imponente: di questo fanno parte l’Intelligence, le tre principali Forze di Polizia nazionali (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza) alle quali vanno aggiunte il Corpo delle Capitanerie di Porto, il Corpo delle Guardie Forestali, il Corpo degli Agenti di Custodia, il Corpo dei Vigili del Fuoco e tutte le Polizie locali (Regionali, Provinciali e Comunali). Una elencazione che non è assolutamente proposta a livello di importanza gerarchica in quanto a tutte le organizzazioni che si occupano a diverso titolo di sicurezza deve essere attribuita pari dignità. La valutazione numerica, impostato in questo modo il problema, non è a questo punto facile. Si ha tuttavia l’impressione motivata che in un dato di sintesi si possa parlare di più di quattrocentomila donne e uomini che quotidianamente scendono in campo per assicurare, negli specifici settori di competenza e per le diverse specialità, sicurezza ai cittadini.
Da questo conteggio rimane ancora esclusa la Protezione Civile, alla quale tuttavia vengono assegnati sempre maggiori e differenziati incarichi, in quanto questa organizzazione si mobilita (ovvero si dovrebbe mobilitare) in base ad emergenze e si basa essenzialmente sul volontariato, pur non essendo totalmente a costo zero. L’impiego delle Forze armate nel mantenimento della sicurezza è, infine, divenuto nel tempo sempre meno “eccezionale” ed il cittadino percepisce oramai come normale la presenza di militari in moltissimi punti della città.
Andrebbero, infine, compresi ancora in questo conteggio tutti gli appartenenti ai vari Istituti di Vigilanza privati e Istituti di Security. Molti cittadini e molte aziende cercano infatti una “sicurezza” privata: un fenomeno in continuo e costante aumento, che assicura un fatturato notevole. Siamo oramai abituati a vedere uomini armati e vestiti con divise eterogenee impegnati a vigilare banche, ospedali, obiettivi sensibili. Questo personale non è un costo diretto per lo Stato, è certo. La spesa che le aziende sostengono per mantenere questo tipo di servizi è tuttavia pur sempre una componente di costo che contribuisce, ovviamente, alla formazione del prezzo finale di prestazioni e merci. Un costo supplementare, pagato altrettanto ovviamente da tutti i consumatori.
Sembra impossibile che, con tutto questo anche se eterogeneo e spesso scoordinato spiegamento di forze, il Governo abbia ultimamente sentito la necessità, proponendo misure legislative sulla sicurezza, di fare ricorso a semplici cittadini (volontari senza compenso o volontari in qualche modo compensati, per un eventuale costo aggiuntivo per la comunità?) per vigilare e rendere più sicure le nostre realtà urbane. Coinvolgere, pure a titolo eventuale e per casi mirati, in attività connesse al mantenimento della sicurezza medici ed insegnanti è pure un fatto al quale ci si sta abituando, pur con molte remore ed “obiezioni di coscienza”. Anche quest’ultimo impiego, pur saltuario ed eventuale, è una componente di costo. Si potrebbe dire pertanto che il Governo in carica, coerentemente con quanto promesso in campagna elettorale, investe moltissimo in sicurezza, e soltanto per mantenere funzionante tutto questo colossale apparato. Certamente il Ministro dell’Interno può esibire per l’effetto di questo impegno, dati rassicuranti che mostrano una complessiva contrazione dei reati.
Poco si dice, al contrario, sul fatto che questa spesa non è ben razionalizzata e che gli sprechi sono di fatto per così dire “istituzionalizzati”. Tante bocche da sfamare da parte dello Stato, una per ogni Ente o Istituzione. Ciascuna di queste bocche pretende di essere sfamata, e chiaramente al meglio in quanto lavora nell’interesse di tutti. Ciascuna di queste bocche cerca di far prevalere le proprie esigenze perché convinta che il proprio lavoro è importante.
È il momento di porre qualche domanda. Un comando unitario di tutto questo vero e proprio esercito non provvederebbe meglio alla sicurezza del nostro Paese? È realmente efficace il sistema di coordinamento che i Prefetti cercano di svolgere al meglio nei comitati per la sicurezza loro affidati a livello provinciale? Qualcuno comincia a chiedersi, in buona sostanza, il motivo per il quale il nostro Paese mantiene ancora tre comandi distinti per le tre principali Forze di Polizia? Qualcuno comincia a chiedersi cosa voglia dire questo stato di fatto in termini di peso sul coordinamento reale della vigilanza del territorio e di sovrapposizione nell’azione di prevenzione? Ci si chiede cosa voglia significare questo stato di fatto in termini di maggiori spese per la differenziazione nell’acquisto di attrezzature e materiali? Qualcuno comincia a chiedersi per quale motivo, malgrado tutto questo spiegamento di forze non si riesca ad avere un pieno controllo del territorio posto che interi quartieri di alcune nostre città ed intere aree extraurbane sono, è un fatto che difficilmente può essere smentito, sotto il controllo di organizzazioni criminali per l’assoluta carenza di controllo?
Razionalizzare le componenti di costo vuol dire spendere meno e spendere meglio. Il comando unico avrebbe, è intuitivo, una sua grande utilità in quanto garantirebbe un impiego ottimale delle risorse e diminuirebbe la spesa globale. La sola riduzione dei Comandi centrali sarebbe da sola sufficiente ad eliminare una enorme componente di costo. Il Governo dovrebbe quindi cominciare a chiedersi se il nostro Paese è nelle condizioni di potersi permettere un così alto numero di dirigenti dello Stato nello specifico settore di intervento e se ci si debba rassegnare ad avere un numero impressionante di addetti ad una funzione e che, soprattutto, a ciò non corrisponda l’effetto positivo dovuto e sperato. Anche porre mano in questo settore avrebbe un costo per tanti versi notevole. Mettere in liquidazione strutture che vantano tradizioni secolari non è facile, lo si comprende. Ebbene, se non è facile rendere più sottile l’organizzazione della sicurezza, per lo meno si faccia in modo di imporre a tutti la collaborazione, arrivando se del caso fino a punire episodi di disservizio o sovrapposizione, arrivando a creare organi di controllo interno capaci di evidenziare e proporre l’eliminazione di uffici e funzioni inutili, capaci soltanto di assorbire inutilmente risorse e personale. Il nostro Sistema Paese deve imparare a spendere meno e spendere meglio, comunque in proporzione alle risorse effettive delle quali dispone.
Maurizio Navarra
Roma: sabato 29 agosto 2009