di Maurizio Navarra
Le prime considerazioni, a caldo, sul convegno di sabato 23 gennaio, nell'attesa di approfondire e meglio delineare l'ergomento con la pubblicazione dei contributi dei singoli relatori.
Si è da poco chiuso il Convegno del 23 sulla sicurezza di prossimità. Come al solito si scambiano quattro chiacchiere con gli amici e con quanti hanno avuto la pazienza di ascoltare fino in fondo i contenuti proposti dai Relatori. Nelle orecchie ancora c’è traccia del fuoco di fila di domande, tutte pertinenti e pungenti, che come al solito caratterizzano i nostri dibattiti. Non nascondo che, come organizzatore responsabile dell’iniziativa per “Il Movimento”, avrei voglia di capire fino in fondo quanto e come questa trattazione abbia interessato e se sia riuscita a lasciare qualche traccia nelle coscienze e nei saperi di ciascuno. Non basta. Sarà cura de “il Movimento” dare una testimonianza scritta dei lavori destinata ad avere una diffusione ancora più larga.
Ritengo che sollecitare l’attenzione di tutti sul tema della sicurezza sia stata una scelta giusta. Oggetto dei lavori era infatti la sicurezza di prossimità, un concetto complesso e non facilmente definibile, nella definizione proposta si tratta della sensazione che il cittadino ha per la vigile e vicina presenza delle Autorità e dello Stato, una presenza impersonata da dipendenti pubblici e privati occupati nella sicurezza, una presenza ovviamente finalizzata a mettere ciascuno di noi in grado di poter vivere in modo tranquillo e di poter gestire in un’atmosfera di fiducia le nostre attività lavorative e ricreative.
E poi i risultati del convegno, le relazioni illustrate con tanto impegno da professionisti della sicurezza, si raffrontano con la violenta realtà di tutti i giorni; all’attenzione è posta una serie di fatti e circostanze che mette a dura prova la certezza di vivere in un ambiente sicuro e protetto. Non è il gesto isolato di un folle, non è il prodotto di una catastrofe naturale imprevedibile. Al contrario: fatti eclatanti che potevano essere previsti e prevenuti proprio attraverso attività di sicurezza di prossimità.
Rosarno. Una cittadina della Calabria che non è una metropoli, una realtà della nostra provincia che immaginiamo tutti come un mondo nel quale tutti si conoscono, dove tutti sanno cosa accade e ciò che non accade … anche a livello di puro pettegolezzo. Una realtà, invece, dove esistono i presupposti per l’esplosione di una tensione sociale incredibile provocata dalla presenza di centinaia di lavoratori stagionali, per lo più extracomunitari, che lavorano senza avere nessuna delle garanzie che dovrebbero avere i lavoratori e per di più in condizioni abitative al limite dell’umano. È incredibile: dalla cronaca dei fatti emerge che nessuno si è accorto di nulla. Nessuno è stato in grado di segnalare, analizzare i risultati dell’azione informativa e prevenire. Quello che impressiona è che ciò che potremmo chiamare “omertà per omissione” non è tanto imputabile alla gente, quanto soprattutto alle Istituzioni che non sono state in grado di vedere, di comprendere ciò che stava accadendo. Ciò che, con buona probabilità, avviene tutti gli anni in corrispondenza del raccolto di arance e mandarini. Chi è responsabile di tutto questo? Nessuno? Vogliamo pretendere di asserire, certo in modo tranquillizzante, che la responsabilità di tutto è sui lavoratori stagionali che si sono ribellati? Ma a Rosarno lavorano o no tutti i giorni le nostre Istituzioni? Sarebbe a questo punto molto interessante conoscere cosa abbiano fatto queste Istituzioni nella loro attività di prevenzione.
Come al solito non basta. C’è di più. Durante i lavori del Convegno che si occupava di sicurezza, un altro fatto grave. A Favara, un piccolo paese in provincia di Agrigento, in pieno centro cittadino crolla una palazzina. Una famiglia, una famiglia delle nostre, è coinvolta nel crollo e due giovanissime vite vengono travolte e spente dalle macerie. Non conosco il posto. Ho visto soltanto le immagini girate dalla televisione. Non credo di sbagliare ritenendo che non occorre essere tecnici per comprendere che in quella strada, descritta con l’occhio fedele della telecamera, ci si può soltanto meravigliare per il fatto che sia crollato soltanto un immobile. Verremo poi a sapere – e questo è veramente troppo – che in quel piccolo comune sono state costruite solide case popolari che non sono mai state consegnate a chi ne aveva diritto e che rischiano di essere perse per l’incuria con la quale vengono lasciate.
Quali altre zone del nostro Paese, c’è da chiedersi, nascondono simili realtà? La sola possibilità remota che accadimenti analoghi possano accadere deve tenere alta la nostra soglia di attenzione. Ecco. Sono alle conclusioni. La convinzione di avere svolto il Convegno per diffondere una corretta cultura della sicurezza è quanto ci sprona ad andare avanti con la nostra attività in quanto proprio la cultura della sicurezza potrebbe essere la base sulla quale costruire le premesse per impedire e prevenire uno solo di questi accadimenti. Se ciò fosse, il nostro lavoro non sarebbe stato inutile.
Maurizio Navarra
Roma: martedì 26 gennaio 2010