Lunedì 10 Maggio 2010 09:53

Il processo mediatico come elemento di crisi della giustizia. Di Giuseppe Rippa

Scritto da Administrator
Per comprendere l’intreccio fondamentale tra giustizia e informazione vorrei utilizzare, quasi come elemento descrittivo all’inverso, quanto...(di Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale)
...scritto da Marco Travaglio sull’Unità del 14 febbraio 2009: “…L’ultimo delirio uscito dal Manicomio delle Libertà è il divieto “di pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine”. Pena la galera. Non è l’ennesima vendetta di chi pensa che il problema non siano i criminali, ma il “protagonismo” di certi pm. È molto peggio…il magistrato capace e perbene ha un solo scudo contro gli attacchi esterni e interni: la sua credibilità, la sua faccia, il suo nome. Nessuno saprebbe nulla della cacciata di De Magistris, della Forleo, dei tre pm di Salerno se qualcuno non avesse raccontato chi erano e cosa stavano facendo prima della fucilazione. Senza contare che i grossi criminali preferiscono collaborare con magistrati di cui si fidano (Buscetta con Falcone, Mutolo con Borsellino, tanti loro epigoni con Caselli, i tangentari con Di Pietro). A questo, in barba al diritto di cronaca sancito dalla Costituzione, serve il codicillo: a coprire le toghe colluse ed eliminare quelle scomode all’insaputa dei cittadini. …”.

Perché dico un meccanismo all’inverso. Perché appare chiaro che il caso Travaglio esemplifichi in modo chiaro cosa deve intendersi per un rapporto degenerativo tra giustizia e processo mediatico….
Accantonando i clamorosi esempi – sia televisivi che su carta stampata – di processi mediatici che hanno finito sempre più per incidere in modo degenerativo sul processo giudiziario reale, contribuendo in modo decisivo all’allontanamento di qualsiasi prospettiva di “giustizia giusta” (*) difficilmente si potrà comprendere il comatoso stato della nostra giustizia senza un riesame della vicenda giustizia in Italia negli ultimi decenni.

Può un politico agire in modo autonomo ed efficace per il suo Paese se è condizionato dalle azioni giudiziarie? No evidentemente; e a dimostrarlo non è tanto Berlusconi, quanto Veltroni costretto – in modo totalmente contrastante con la linea politica scelta – a un’alleanza col partito di un ex pm, disposto a “sfasciare” tutto e tutti, ma ben accorto a fermarsi davanti a una semplice porta chiusa del palazzo di Botteghe Oscure.
All’interno del Pd, uno dei pochi a essersi reso conto della reale situazione è forse Luciano Violante, che negli anni ’90 giocò un ruolo di primo piano nell’utilizzo politico delle inchieste e nel porsi come un punto di riferimento delle varie componenti della corporazione giudiziaria. In queste settimane di tensione su questo fronte, col rinnovarsi dei contrasti fra governo e magistrati e con il riproporsi di un’a-critica difesa corporativa verso taluni di loro da parte del Csm, proprio da Violante proviene oggi l’indicazione di affrontare finalmente il problema della discrezionalità e dell’arbitrio con i quali si è esercitato quello che, in tanti ormai, identificano come un potere condizionante, facendo scivolare il Paese lungo una pericolosa deriva autoritaria, dove il pre-potere corporativo rischia di determinare impropriamente le scelte politiche prescindendo da ogni dialettica democratica.
…….
In questo contesto è opportuno tentare di riepilogare – in una rappresentazione di parte ovviamente - i passaggi essenziali degli ultimi eventi della nostra storia politica, da oltre quindici anni indissolubilmente legati alla vicenda della giustizia.
Nel 1992-93, la mancata apertura di quella porta ha fatto sì che il capitalismo nostrano, votato al gattopardismo, riusciva a non dover fare i conti con una sinistra di stampo riformista (eliminata per via giudiziaria l’unica sua forma che prese corpo nell’esile Psi craxiano) e a poter scegliersi quale partner per la realizzazione dei suoi disegni l’ex Pci, un soggetto politico compromesso per la sua intima natura anti-democratica e proprio per questo debole sul piano della contrattazione.
È allora che si delinea l’insano connubio fra i protagonisti economico-finanziari e gli eredi del Pci, sostenuto e rafforzato dalle stragi di mafia che regalano alle élite di potere l’ennesima emergenza, attraverso la quale giustificare lo scambio in atto: al Pds la gestione politica e il controllo delle dinamiche giudiziarie; ai grandi gruppi la spartizione di imprese e banche.
Non a caso gli anni di Mani pulite coincidono con le privatizzazioni “all’italiana” e la costituzione di monopoli privati, che contano sul controllo della grande stampa per direzionare l’opinione pubblica. Quanto poi questa “opinione pubblica” direzionata dai giornali (Rizzoli Cds/Fiat + L’Espresso/De Benedetti) corrispondesse alle reali volontà del Paese, si scoprirà alle elezioni del 1994 che danno invece la vittoria al Polo della libertà guidato da Silvio Berlusconi.
Essa rappresenta un vero e proprio incidente di percorso per il progetto in corso, che viene presto superato dal rinnovato intervento della “giunta” operante nel tribunale milanese: l’avviso di garanzia, a mezzo «Corriere della Sera», al presidente del Consiglio in carica, per un reato dal quale soltanto anni dopo uscirà completamente prosciolto (n.b.: non per prescrizione, ma perché il fatto non è mai avvenuto), determinò la nascita di un governo voluto dal Capo dello Stato (allora Scalfaro, sotto tiro per lo scandalo Sisde nonostante i suoi “non ci sto”) presieduto da Lamberto Dini.
Il 1995 è l’anno dell’offensiva contro le Tv private, coi referendum anti-Fininvest che falliscono miseramente e, subito dopo, della formazione dell’Ulivo, che fa rinascere in sedicesimo lo schieramento del compromesso storico.
Stavolta non è il rischio di un golpe cileno a materializzarlo, ma l’imperativo assoluto dell’adesione italiana all’Euro: come negli anni ’70 l’alleanza Dc-Pci contribuì a produrre una serie di finte riforme e a dissipare l’intero decennio, senza riuscire a cogliere i cambiamenti allora in at-to nella società italiana (a cominciare dalla crescita del nord est); così i governi di centro-sinistra della legislatura 1996-2001, nati dopo una campagna elettorale caratterizzata dai processi contro Previti amplificati ancora una volta da una martellante campagna di stampa, perderanno l’occasione di imprimere una svolta riformatrice al Paese, rimanendo succubi da un lato del sindacalismo uso alla concertazione immobilista e dall’altro del ricatto corporativo della magistratura militante.
Il che non impedisce, tuttavia, di portare a termine alcune importanti operazioni per le lobbies di riferimento: basti pensare all’intricata vicenda Telecom, ai suoi passaggi di proprietà da Colaninno a Pirelli ed ai miliardi svaniti, destinati a coprire chissà quali spese e che – stranamente – incuriosiranno ben poco le procure italiane.
Dopo sette anni, il ritorno al governo di Berlusconi è contrassegnato dalla progressiva chiusura della dozzina di processi che lo vedono imputato, risoltisi per lo più in un nulla di fatto per l’accusa. Nonostante la spada di Damocle giudiziaria, il governo della Casa della Libertà interviene in molteplici campi: dalla giustizia alla scuola, dalle pensioni alla riforma costituzionale. I risultati finali saranno, tuttavia, inferiori alle aspettative e soprattutto mancheranno l’obiettivo di “cambiare l’Italia”, che era stato lo slogan con il quale si erano vinte le elezioni del 2001. Alla chiusura della legislatura, anticipata di un paio di mesi per volontà del presidente della Repubblica Ciampi, distintosi in tutto il periodo per un atteggiamento di puntigliosa dialettica con la maggioranza parlamentare quanto mai inedito nella storia della suprema carica dello Stato, la coalizione di governo giunge col fiatone, a causa delle defatiganti mediazioni e polemiche fra i suoi partner.
Sul fronte opposto, intanto, va costituendosi l’Unione, che all’ex Ulivo accorpa le componenti della sinistra estrema. Ma anche stavolta questo processo politico, che riguarda il centro-sinistra, è condizionato dall’intervento della magistratura. L’inchiesta sull’acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro da parte dell’Unipol di Giovanni Consorte d’accordo con Fiorani, costringe sulla difensiva i leader diessini Fassino e D’Alema. Gli attacchi, volti a ridimensionare il ruolo dei Ds, provengono dalla grande stampa (in testa «Corriere» e «Repub-blica», con gli interventi di Parisi, Rutelli e De Benedetti) e durano l’estate e l’autunno del 2005, per poi attenuarsi alla vigilia del voto, quando lo stesso «Corriere» si pronuncia in favore di Prodi premier.
Giungiamo quindi alla cronaca odierna, alle quanto mai discusse votazioni del 2006 con la vittoria per un soffio dell’Unione e la nascita del secondo governo Prodi, che approva nello stesso anno una finanziaria di elevati prelievi partendo dal “ritocco” del bilancio statale che inserisce uscite del 2007 nell’anno in corso, salvo poi scoprire imprevisti “tesoretti” che gli consentono l’anno successivo di emanare una seconda finanziaria con regalie a pioggia…
La filosofia del “tassa e spendi” oltre alle consuete svendite di aziende italiane e a provvedimenti sulla televisione, certo ben lontani dall’intercettare le novità ma pensati più che altro per favorire l’ingresso agevolato nel settore di determinati soggetti, sono i tratti distintivi di una maggioranza governativa irrimediabilmente debole per i ridotti consensi iniziali e per una dialettica interna che risente troppo dei massimalismi senza costrutto promossi dalla sua ala sinistra. Tuttavia, è ancora una volta l’intervento di alcuni magistrati a essere risolutivo, aprendo l’inchiesta “Why not” nella quale risulterebbero coinvolti tanto il premier Romano Prodi che il ministro di Giustizia Clemente Mastella, sottoposto a uno sconvolgente attacco mediatico.
Oggi, dopo le elezioni del 2008 e la formazione da un lato del Popolo della Libertà, svincolato dagli ex democristiani di Casini, e del Partito democratico che ha scelto di correre senza allearsi con la Sinistra-L’arcobaleno, la questione della giustizia in Italia rischia di rimanere irrisolta. Anche perché è impensabile che la si possa affrontare secondo un’ottica puramente giurisprudenziale, a base di opposizioni ed eccezioni procedurali, buone forse nelle aule dei tribunali, ma non per le leggi emanate da un Parlamento espressione della sovranità popolare.
Chi può farsi carico di un intervento che prenda atto della natura tutta politica della questione giustizia? Nelle condizioni attuali, le opportunità e le capacità politiche per farlo albergano piuttosto nel Pd che non nello schieramento avverso. D’altra parte, solo così il Partito democratico potrà tornare al governo per una via limpidamente democratica, non più intorbidata come in passato dai provvidenziali “pronunciamenti” delle toghe che fecero dire a un procuratore come Giancarlo Caselli che “senza Mani pulite, l’Ulivo non avrebbe mai governato”.
Occorre, però, avere il coraggio di smantellare l’alleanza elettorale con la quale si è andati incontro alla sconfitta nel 2008 e farsi promotori con determinazione di una generale riforma dell’ordinamento giudiziario, che ridia il prestigio perduto alla giustizia. Non comprendere che questa è la sola emergenza reale del Paese sarebbe un grave errore di valutazione.

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(*) Rispetto agli altri Paesi europei, l'Italia ''è in coda quanto a capacità di smaltimento'' dei procedimenti, e perciò per accelerare il funzionamento della macchina giudiziaria serve ''un corridoio di alta velocità'' perché altrimenti ''lo sviluppo viaggerà altrove''. È stato questo il richiamo lanciato di recente dal presidente della Corte d'Appello di Milano, Giuseppe Grechi, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
Il magistrato ha definito ''impressionante'' l'entita' dei dati relativi al contenzioso civile, osservando che ''per limitarci al primo grado di giudizio, abbiamo un 'debito pubblico' di cause civili pendenti che e' quasi il doppio della Germania, piu' del triplo della Francia, piu' del quadruplo della Spagna e registriano un ritmo di sopravvenienze annue superiore del 40% a quello dei paesi a noi comparabili''. Dati che dimostrano, ha puntualizzato Grechio, che ''come numero di nuovi affari civili contenziosi per abitante siamo al terzo posto assoluto in Europa, dopo i Paesi Bassi e la Russia, che pero' li esauriscono pressocche' tutti nel giro di un anno.
Siamo invece in coda - ha denunciato il magistrato - quanto a capacita' di smaltimento''.
Allarmante anche il dato sulla durata dei processi: ''Siamo sestultimi, precedendo solo Bosnia Erzegovina, Cipro, Andora, Croazia e Slovenia''.
Giuseppe Rippa
Roma, 18 febbraio 2009

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