Ciò che accade in Birmania è una vergogna di cui tutto il mondo porta il peso, non diversamente da quanto accadde in Cambogia, in Argentina od in Ruanda o nel Darfur.
L’infamia del potere spazza nel silenzio complice del mondo ogni anelito di libertà o di differenza ed il cinismo della politica internazionale dopo le dichiarazioni di rito, torna a gestire gli interessi dei pochi.
Brilla, in questo contesto, l’azione del governo italiano per una moratoria internazionale della pena di morte. Prodi non ha detto una parola sull’Iraq o sull’Afghanistan, dove si prendono ostaggi cui si squarcia la gola sotto gli occhi di telecamere compiacenti, non una parola sulla Birmania, dove l’esercito spara su masse di monaci buddisti. No, quella non è morte.
L’Italia ufficiale lotta per impedire che vengano messi a morte condannati per reati comuni, spesso efferati. In questa battaglia siamo praticamente soli, perché i principali Stati del pianeta non hanno interesse e non vogliono accettare questa proposta.
Ma noi imperniamo la nostra politica estera su questa unica e non sempre condivisibile pretesa. Altro non abbiamo, né voce né idee, non possiamo schierarci da nessuna parte, dobbiamo stare attenti a non disturbare nessuno, anche se, in fondo, non importa a nessuno che cosa l’Italia pensi dei principali problemi del mondo. Se pensa.
Il fatto è che il mondo cambia, la società civile muta, le istituzioni si rinnovano o sono, comunque, costrette a farlo. In Italia tutto è fermo, allo stesso punto di ieri, dell’altro ieri, di trent’anni fa: le stesse facce, gli stessi giochetti, le stesse trame.
Il Paese invecchia; ma chi se ne preoccupa? Il Paese è pieno d’immigrati, spesso islamici e spesso no; ma a chi importa? I pensionati sono milioni e molti di essi non arrivano alla fine del mese; ma che importa? Al massimo si darà loro un’elemosina di 100 Euro (ma, attenzione, lorde, ed a decorrere dal prossimo gennaio). Il Paese si sta emarginando dall’Europa ma noi siamo europeisti comunque, anche se forse in cerca d’una patria che non c’è più qui da noi.
Milioni d’Italiani pagano le tasse per diecimila persone al potere che, non solo si permettono di non pagare le tasse, ma si permettono di decidere come spendere i nostri soldi e quindi quanto dobbiamo pagare. Queste sono le storture di una democrazia che sta soffocando in un’oligarchia che ci impedisce perfino di scegliere i nostri rappresentanti. Un regalo, questo, l’ultimo boccone avvelenato di quella cosiddetta destra, intelligente, che ha governato il Paese.
La prima Repubblica è crollata sotto i colpi della Magistratura, la seconda sta crollando sotto i colpi dell’ignavia. Ma è possibile che non ci sia una via d’uscita?
Il nostro è un Paese dove milioni di persone lavorano e sono perbene, con i loro ideali, le loro convinzioni, la loro serietà professionale. Non fanno politica, purtroppo, la delegano ad altri e, quando protestano, vengono accusati di fare anti politica!
Il fatto è che esiste una responsabilità collettiva dell’intera classe politica nazionale per gli errori commessi, per le dissipazioni compiute, per gli infiniti ritardi con i quali si muove la macchina dello Stato.
Se si dovesse fare un processo politico dovrebbero essere chiamati alla sbarra tutti quelli che hanno scritto inutili ed illeggibili quanto ponderose relazioni sull’intervento nel Meridione (milioni di miliardi buttati al vento) sulle privatizzazioni, fatte in fretta, male e con pochissimi frutti, sulle nazionalizzazioni prima e sulle liberalizzazioni dopo, sulla scuola più facile e, poi, sulla scuola più difficile, sull’innovazione sempre ricordata come l’Ave Maria ma sempre non finanziata, come una casa di tolleranza sulle regole per la moralità dello Stato (niente casinò e niente case chiuse e niente droga, ma sì al lotto ed alle lotterie, ai bingo, al tabacco ed all’alcool), severissimi con l’ICI per tutti ma non per la Chiesa, un occhio al potere ed uno al portafoglio.
Facciamoli, questi processi, almeno virtuali, rammentiamo alla memoria degli Italiani quanto sono stati e continuano ad essere ingannati.
Il popolo birmano che scende in piazza pacificamente, guidato dai suoi monaci, contro una dittatura militare e sanguinosa che grava sul Paese da trentacinque anni, è un esempio da non dimenticare, non molto lontano dai nostri problemi. Avremmo bisogno anche noi di liberarci da questa dittatura strisciante e che ci fossero i nostri monaci ed i nostri preti, come a Rangoon, a guidare la nostra protesta.
Ma in questo regime da farsa danubiana, giustamente, abbiamo solo dei comici a guidare la protesta.
Stelio Venceslai








