L’indipendenza del Kossovo solleva numerosi problemi, politici, diplomatici, strategici.
Nessuno si preoccupa di analizzarli, anche se le nostre truppe si trovano lì e rischiano ogni giorno se, come è possibile, scoppierà un altro contrasto sanguinoso.
Sul Kossovo tutti hanno torto: i Serbi, che hanno sempre trattato la maggioranza albanese di quella regione come dei sotto uomini, i Kossovari, che non hanno saputo resistere alla tentazione di un’indipendenza prematura, gli Stati Uniti che si sono affrettati a riconoscerla, la Russia, che trae motivo da un malinteso senso di fraternità russo-serba per agitare lo spettro delle sue minacce, l’Italia, che pedissequamente segue le direttive nordamericane.
Parte dell’esercito italiano è là, ma le bandiere della popolazione che festeggiava l’indipendenza erano americane o albanesi.
Non c’era neanche una bandiera italiana. E questo è un segno che non può non dispiacere.
Kossovo e dintorni. Dove sono dislocate le truppe italiane? Praticamente, in tutto il mondo. A fare che?
Una politica della difesa dovrebbe, potrebbe essere intesa come tutela dei nostri interessi nazionali, magari un po’ “allungati”, visto il ruolo di media potenza che, nonostante tutto, ha ancora l’Italia.
Il fatto è che, ragionando serenamente, si ha la sensazione che l’esercito sia il tappabuchi di politiche inesistenti od ondivaghe.
Siamo presenti in Afghanistan, dove a gran voce gli Americani chiedono agli alleati di aumentare il loro sostegno militare. Ma che ci stiano a fare in Afghanistan? Quali sono i nostri interessi in quella regione? Solo per compiacere gli Stati Uniti?
Ce ne siamo andati dall’Iraq, dove, invece, avevamo molte ragioni per restare, a parte il petrolio, se non altro per la posizione di saggia neutralità nei confronti del mondo arabo.
Siamo in Libano, pressoché impotenti, fra gli assassini politici interni e gli scontri ed i missili israeliani. Qual è il nostro interesse a fare da carne di cannone se dovesse scoppiare un altro conflitto?
Missioni militari sono o sono state a Timor Est, in Ciad, dovunque ci sia un appello ecco che l’Italia presta i suoi uomini. Certo, in periodo di pace, le mostrine delle campagne peace keeping fanno bella figura sulle uniformi. Certo, gli uomini mandati in missione guadagnano esponendo la loro vita agli attentati quanto dovrebbero guadagnare stando a casa loro od in missioni più significative. Ma è a questo che serve l’esercito?
Francamente, quando si vede che i nostri soldati sono impegnati a caricare la spazzatura di Napoli od a presidiare, inutilmente, certe aree mafiose siciliane, c’è da chiedersi se la dignità del soldato è realmente soddisfatta da questi incarichi.
La smania di protagonismo è tipica del parvenu e quanto a protagonismo non c’è da lamentarsi.
Siamo dovunque ci chiamano. Non importa se si usurano materiali che non saranno rinnovati perché non ci sono soldi, non importa se i nostri uomini possono morire. Una bella medaglia, una commemorazione e tutto è finito. In fondo, il soldato ha nel suo orizzonte professionale la morte.
Ma per difendere la propria bandiera, gli interessi della nazione, non per fare il mercenario, buono a tutti gli usi, dalla spazzatura alla distribuzione del latte, dallo pseudo poliziotto alla ruota di scorta della non politica italiana.








