...altrettanto grandi sono state le preoccupazioni per un riconoscimento diplomatico foriero di altri disastri.
Ed è ciò che puntualmente è avvenuto.
Purtroppo, spesso, si dimenticano le lezioni e le ragioni della storia. Il buon Stalin, poco prima di morire, riformò la situazione amministrativa delle Repubbliche dell’URSS. Trasferì la Crimea alla competenza dell’Ucraina, divise l’Ossezia in due parti e ne assegnò una alla Georgia, separò l’Abchazia di cui assegnò in parte alla Georgia ed una parte altrove. L’intento era quello di russificare queste regioni non russe, come la Lettonia e la Moldavia. In fondo, nel sistema sovietico, era come se la provincia di Rieti fosse stata assegnata all’Umbria spostandola dal Lazio e tutto questo avvenne senza che alcuno battesse ciglio.
Stalin non era nuovo ad iniziative benefiche del genere. Qualcuno ricorda la deportazione dei Cosacchi in Siberia o il trasferimento altrettanto forzoso dei Tedeschi del Volga, durante la 2 guerra mondiale o la persecuzione degli Ebrei?
Dissolta l’URSS, sono cominciati i problemi. Ad esempio, in Crimea c’era la flotta russa che ora diventava ucraina, in Moldavia s’è formata, di fatto, una repubblichetta non riconosciuta da nessuno, a Tiraspol, la repubblica del Dniester, che non intende essere moldava perché pressoché totalmente russificata, in Estonia c’è un problema drammatico perché una forte minoranza russa ritiene, forse giustamente, d’essere discriminata dalle nuove autorità lettoni e così via.
La Georgia, divenuta indipendente, strizzando l’occhio alla NATO, con una discreta presenza militare americana, legittimamente difende i suoi confini, che comprendono, appunto, l’Ossezia meridionale e parte dell’Abchazia, dove però ci sono fermenti anti-georgiani ed una forte presenza russa.
Quando il Presidente georgiano Giugashivili, contando forse sull’appoggio americano, ha deciso di usare la mano forte in queste aree, sono intervenuti i carri armati di Putin, gli Americani sono rimasti con il piede a terra e Putin ha avuto facile gioco nel proclamare l’indipendenza di queste regioni, indipendenza che è stata subito riconosciuta da Mosca. C’è una ferita aperta. Ma tutti hanno perso la faccia: Giugashivili, che è risultato impotente, gli Americani, che hanno dovuto constatare che non si può giocare a fare la grande potenza quando si hanno due guerre in corso, in Iraq ed in Afghanistan, e quando si dimostra di non conoscere appieno lo scacchiere in cui si dovrebbe operare. Ha vinto Putin che, in tal modo, ha risposto alla decisione occidentale di riconoscere il Kossovo rispetto alla Serbia protetta dalla Russia. Lo schiaffo è stato restituito.
Ma a che serve, tutto ciò? Se fosse coerente, Putin dovrebbe dare lo stesso spazio di libertà e d’indipendenza alla Cecenia, grossa spina sul fianco russo. Ma non ci pensa nemmeno.
Se questo è il modo di fare politica estera c’è da tremare, da una parte e dall’altra. Che l’Italia, al solito, si offra come luogo di negoziato fa solo sorridere. La pretesa amicizia di Berlusconi con Putin e con Bush svanisce come neve al sole quando si rischia di combattere sull’antica via delle spezie e delle sete, oggi via del petrolio e del metano.
D’altro canto, la Russia è perennemente in bilico se essere Europa od essere Asia. Ma qual è il nostro interesse? Se la Cina continuerà il suo sviluppo impetuoso, fra cinquant’anni la Siberia sarà perduta e la Russia ridotta ad una potenza europea.
Possibile che nessuno veda queste prospettive?
Stelio Venceslai








