Il prossimo presidente avrà il compito di adattare ai tempi il capitalismo Usa. Pubblichiamo per maggiore diffusione un articolo di Ennio Caretto apparso su Il Mondo dello scorso 26 settembre.
Il libero mercato, la deregolamentazione, la privatizzazione sono sempre stati le fondamenta del modello economico degli Stati Uniti, così come la libera iniziativa, la responsabilità individuale, la competizione sono sempre state le fondamenta della loro cultura. Ma, ha osservato di recente Steven Pearlstein sul Washington post, dopo il crollo delle Casse degli anni Ottanta, la bolla delle dot com negli anni Novanta e l'attuale stretta creditizia dovuta alla crisi dei mututi, <<è inevitabile che le nuove generazioni di americani sopsettino del liberismo sregolato>>. E dopo il crack Lehman e i massicci interventi del governo per salvare la banca d'affari Bear Stearns e le finanziarie semipubbliche Fannie Mae e Freddie Mac, <<è anche inevitabile che le nuove generazioni chiedano allo Stato di garantire loro la stabilità economica>>.
Indubbiamente, il columnist del Washington post esagera a parlare di un salto generazionale degli Stati Uniti dall'economia di mercato all'economia mista, simile a quello che si verificò durante la Grande depressione degli anni Trenta; George W. Bush non è Franklin Delano Roosevelt, e la bushnomics, che privilegia il capitale, è l'opposto del new deal, che premiò il lavoro. Ma Pearlstein ha ragione quando rileva che il dogma liberista viene adesso messo in discussione: i dati dimostrano che in oltre un quarto di secolo, dalla presidenza reagan, ha danneggiato non aiutato
l'80% della popolazione.
Per la prima volta dal crack di Wall Street nel 1929, gli Usa si interrogano sul modello economico da adottare. Respingono quello statalista (<<socialismo>> rimane una parola sporca), ma avvertono il bisogno urgente di forti correttivi. Nei fatti, lo ha ammesso lo stesso presidente Bush, che non solo ha dato ai contribuenti rimborsi fiscali di 160 miliardi di dollari per il rilancio dei consumi, ma ha anche approvato gli enormi sussidi del Congresso ai mutuati in difficoltà e i prestiti senza precedenti della Riserva federale alle banche. E che ha concesso crediti di 25 miliardi di dollari alla pericolante industria dell' auto (potrebbe raddoppiarli) e investio 8 miliardi nella ricostruzione della rete stradale americana. Il governo Bush si è rivelato il più interventista dei governi dell'immediato dopoguerra, quando con il pubblico denaro Truman finanziò i reduci dal fronte e varò il piano Marshall per la ripresa dell'Europa. Per non passare alla storia come un secondo Herbert Hoover, il presidente liberista del crack del '29, Bush è venuto meno ai propri principi.
In realtà, il mercato in America non è quasi mai stato totalmente libero. Lo hanno condizionato il Pentagono, il più grande carrozzone pubblico del mondo, con i suoi appalti e le sue commesse; le frequenti guerre, droga finanziaria dello Stato all'economia; il protezionismo sempre denunciato ma mai abbandonato; l'interesse nazionale, nel cui nome, per esempio, furono salvate negli anni Sessanta la Lockheed e la Chrysler, due pilastri dell'establishment industriale militare; e via di seguito. Il mito del libero mercato è servito ai repubblicani per deregolamentare le borse, tagliare le tasse a favore del ceto alto e delle imprese, ridurre i servizi sociali se non anche privatizzarli, e abolire i tassi di cambio, misura quest'ultima che ha consentito a Bush di svlutare malamente il dollaro. Ed è servito a promuovere una globalizzazione inutilmente selvaggia.
Ma la caduta del mito non è una sconfessione del capitalismo. il libero mercato non è un'aberrazione, l'aberrazione è il modo con cui lo hanno interpretato prima Reagan e poi Bush, e negli anni Venti lo interpretarono Coolidge e Hoover. Come Roosevelt ebbe il coraggio di riformarlo, spingendosi fin troppo oltre per la cultura americana, così dovrà avere il coraggio di riformarlo il prossimo presidente. Gli eventi degli ultimi giorni, il dramma della Lehman brothers in testa, hanno confermato che il capitalismo americano deve farsi un esame di coscienza. Sinora ha avuto la fortuna di essere sorretto da crescenti ondate di investimenti stranieri. Ma come rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini, così rischia di perdere quella degli altri Paesi. Forse il peggio deve ancora venire, e per prevenirlo il mercato americano deve sapere rinnovarsi.
Indubbiamente, il columnist del Washington post esagera a parlare di un salto generazionale degli Stati Uniti dall'economia di mercato all'economia mista, simile a quello che si verificò durante la Grande depressione degli anni Trenta; George W. Bush non è Franklin Delano Roosevelt, e la bushnomics, che privilegia il capitale, è l'opposto del new deal, che premiò il lavoro. Ma Pearlstein ha ragione quando rileva che il dogma liberista viene adesso messo in discussione: i dati dimostrano che in oltre un quarto di secolo, dalla presidenza reagan, ha danneggiato non aiutato
l'80% della popolazione.
Per la prima volta dal crack di Wall Street nel 1929, gli Usa si interrogano sul modello economico da adottare. Respingono quello statalista (<<socialismo>> rimane una parola sporca), ma avvertono il bisogno urgente di forti correttivi. Nei fatti, lo ha ammesso lo stesso presidente Bush, che non solo ha dato ai contribuenti rimborsi fiscali di 160 miliardi di dollari per il rilancio dei consumi, ma ha anche approvato gli enormi sussidi del Congresso ai mutuati in difficoltà e i prestiti senza precedenti della Riserva federale alle banche. E che ha concesso crediti di 25 miliardi di dollari alla pericolante industria dell' auto (potrebbe raddoppiarli) e investio 8 miliardi nella ricostruzione della rete stradale americana. Il governo Bush si è rivelato il più interventista dei governi dell'immediato dopoguerra, quando con il pubblico denaro Truman finanziò i reduci dal fronte e varò il piano Marshall per la ripresa dell'Europa. Per non passare alla storia come un secondo Herbert Hoover, il presidente liberista del crack del '29, Bush è venuto meno ai propri principi.
In realtà, il mercato in America non è quasi mai stato totalmente libero. Lo hanno condizionato il Pentagono, il più grande carrozzone pubblico del mondo, con i suoi appalti e le sue commesse; le frequenti guerre, droga finanziaria dello Stato all'economia; il protezionismo sempre denunciato ma mai abbandonato; l'interesse nazionale, nel cui nome, per esempio, furono salvate negli anni Sessanta la Lockheed e la Chrysler, due pilastri dell'establishment industriale militare; e via di seguito. Il mito del libero mercato è servito ai repubblicani per deregolamentare le borse, tagliare le tasse a favore del ceto alto e delle imprese, ridurre i servizi sociali se non anche privatizzarli, e abolire i tassi di cambio, misura quest'ultima che ha consentito a Bush di svlutare malamente il dollaro. Ed è servito a promuovere una globalizzazione inutilmente selvaggia.
Ma la caduta del mito non è una sconfessione del capitalismo. il libero mercato non è un'aberrazione, l'aberrazione è il modo con cui lo hanno interpretato prima Reagan e poi Bush, e negli anni Venti lo interpretarono Coolidge e Hoover. Come Roosevelt ebbe il coraggio di riformarlo, spingendosi fin troppo oltre per la cultura americana, così dovrà avere il coraggio di riformarlo il prossimo presidente. Gli eventi degli ultimi giorni, il dramma della Lehman brothers in testa, hanno confermato che il capitalismo americano deve farsi un esame di coscienza. Sinora ha avuto la fortuna di essere sorretto da crescenti ondate di investimenti stranieri. Ma come rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini, così rischia di perdere quella degli altri Paesi. Forse il peggio deve ancora venire, e per prevenirlo il mercato americano deve sapere rinnovarsi.








