di Stelio W. Venceslai
Quando le migliori buone intenzioni si scontrano con una realtà che le vanifica.
La chiusura del Vertice a L’Aquila dei principali Paesi industrializzati, il cosiddetto G 8, è stato un indubbio successo della Presidenza di turno italiana, ad onta delle molteplici e spesso sciocche critiche delle opposizioni. Un successo personale ed un successo politico, segnato, soprattutto, dalla stretta di mano tra Gheddafi ed Obama, che prelude al termine di un contrasto quasi secolare fra Libia ed Usa e che è stato, di fatto, mediato dalla diplomazia italiana.Fra le altre cose, si è deciso di stanziare 4 miliardi di $ per aiutare l’Africa. E qui sorgono alcuni problemi.Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno e quella dell’Occidente. Si stanziano fondi, ci si trova d’accordo sulle premesse ma poi, all’atto pratico, i soldi non arrivano.Il fatto è che non si vuol prendere effettivamente coscienza dell’ampiezza del problema. L’Africa è un continente ricchissimo di risorse e di miserie. La colonizzazione, soprattutto franco –britannica, ha creato modeste infrastrutture che, là dove non siano state smantellate, sussistono ancora e sono le uniche esistenti.Ma non ha espresso alcuna classe dirigente.A distanza di oltre mezzo secolo dalla decolonizzazione l’Africa sta peggio di prima e la sua classe dirigente ha completamente fallito. È facile addossare ai Paesi occidentali questa responsabilità perché, si dice, in realtà hanno continuato ad influire negativamente sullo sviluppo di questi Paesi. Può essere anche vero, ma ciò che forse è accaduto non è poi così diverso da quello che i grandi Paesi fanno nei confronti dei Paesi minori, in tutto il mondo. Il fatto è che l’Africa, libera dai suoi vincoli coloniali, non è stata e non è in grado di mettere in piedi strutture decenti, di originare una classe dirigente sufficientemente onesta, di assicurare un tenore di vita appena passabile alle sue popolazioni.Non è colpa del sole africano né in tutti i Paesi del continente si verificano gli stessi problemi, data la estrema diversità delle situazioni. Basti pensare all’Africa araba ed a quella francofona sulla costa atlantica, ai residui della povera occupazione coloniale portoghese rispetto al Kenia od alla Tanzania, per percepire differenze vistose. Ma il fatto è che, globalmente, il sistema post coloniale non tira.D’altro canto non ci si può disinteressare di questa parte del mondo, se non altro per tre ciniche ragioni: l’Africa è vicina, ha una popolazione poverissima che preme sul Mediterraneo verso i ricchi Paesi dell’Occidente, è piena di risorse necessarie. Lasciamo perdere il pietismo e la comprensione umana: in politica valgono poco, se non come orpelli. C’è un vuoto politico ed economico che attira gli interessi delle grandi potenze. Francia e Regno Unito hanno fatto il loro tempo nei loro ex imperi coloniali. Oggi, contano poco. Sono Arabi e Cinesi quelli che oggi vanno alla conquista dell’Africa, soprattutto la Cina.E questo non piace agli Stati Uniti, che hanno quasi sempre agito all’ombra degli interessi franco – britannici ma che percepiscono che l’accaparramento delle risorse da parte della Cina può determinare un rovesciamento dei fragili equilibri attualmente esistenti.Anche l’espansione libica verso il Ciad ed il Niger disturba, per i ricchi giacimenti di uranio esistenti. Ma è un problema minore. Anche l’Europa assediata dagli sbarchi degli emigranti africani è preoccupata, ma non riesce a definire una politica seria. Allora, 4 miliardi di $ è tutto ciò che le maggiori potenze del pianeta possono fare?Le frontiere sono state tracciate a casaccio, ignorando etnìe e rivalità tribali secolari, le uniche forme di democrazia sono quelle del succedersi di dittature più o meno militari, travestite di vari colori da cui traspare sempre il verde oliva delle tute mimetiche. Diritto e giustizia africani sono un optional, la corruzione è talmente diffusa che i salari ne tengono conto, nel senso che sono bassi perché, tanto si sa che sono integrati od integrabili dalle bustarelle, il rispetto dei diritti umani pressoché nullo, una miseria endemica attanaglia uomini, donne e bambini. Ma davvero si pensa di affrontare così il problema?Se non lo si affronta l’Africa, almeno quella subsahariana, rischia di diventare una grande Somalia, dove nessuno osa più mettere piede. Se lo si affronta, occorre gestire in modo completamente diverso le risorse da destinare. Ma, a parte le strutture politico – sociali che sono tutte da ricreare, occorre uno sforzo finanziario immenso, che non è possibile neppure immaginare. Se anche le condizioni politiche africane lo permettessero, se anche tutti i grandi Paesi fossero d’accordo, dove trovare le risorse? Chi è disposto ad abbassare il tenore di vita dei Paesi più ricchi con la tassazione aggiuntiva che sarebbe necessaria per aiutare veramente i Paesi africani ad uscire da un tunnel plurisecolare di sopraffazioni, di miserie, di violenze? Nessuno.Ecco che, allora, i risultati del G 8, al tempo stesso, sono positivi per la presa di coscienza del problema ma insufficienti. Sono solo parole che precedono, se va bene, un fiume di danaro che arriverà solo in minima parte a destinazione, perché sarà dirottato per l’acquisto di armi, di droga, per le ville svizzere dei vari dittatori, per la costruzione di cattedrali nel deserto, per tutto, fuorché per l’interesse delle popolazioni locali.Nessuno dubita della buona fede degli 8 o 14 principali reggitori del mondo. Essi sono coscienti del fatto che l’Africa è uno spaventoso problema, morale ed economico, politico e finanziario, praticamente irrisolvibile, se non in tempi lunghissimi. Ma le loro decisioni rischiano d’essere una farsa, come le decisioni delle Nazioni Unite, come quelle dell’Unione africana, come tutte quelle azioni di buona volontà ed in buona fede che fanno qua e là un pozzo artesiano (che dopo un anno s’interrerà), una scuola (per i cui insegnanti non ci saranno i soldi del salario), un ospedale (nel quale gireranno medicinali scaduti da anni e volontari destinati spesso ad essere massacrati, magari solo perché bianchi o genericamente cristiani).In realtà, occorre tornare a ragionare in termini crudi. La maggioranza dei Paesi africani praticamente rappresenta solo una finzione. Occorrono piani di sviluppo seri da applicare con rigore, con fondi diretti a chi li spende per le finalità cui sono destinati, senza tener conto delle signorie locali. Occorre una forza armata che tuteli ciò che si fa ed un impegno, globale, assoluto, per formare insegnanti e fare scuole e dar da mangiare agli scolari, sgravando in tal modo le famiglie da questo onere. Perché l’islamismo guadagna terreno? Perché gli insegnanti sono pagati dai fondi che arrivano dall’Arabia Saudita e perché i piccoli sono nutriti nelle scuole islamiche. Apprendono l’arabo ed il Corano. Saranno forse dei cattivi mussulmani ma vivranno ed avranno un minimo d’istruzione.Intervenire è necessario, non tanto per un presunto complesso di colpa o per emotività evangelica o per dovere morale. È una questione cruciale per la sopravvivenza pacifica del pianeta. L’Africa non deve essere un terreno di competizione economica, politica o, peggio ancora, militare. Dovrebbe diventare un vero e proprio laboratorio politico di coesistenza pacifica, un immenso punto franco, gestito dalle Nazioni Unite, sorvegliato da contingenti adeguati di caschi blu, forniti dai principali Paesi del mondo. È più utopico sognare questo assetto diverso o sperare che 4 miliardi di $, che non basterebbero neppure per risanare Niamey, possano risolvere il problema? Roma: domenica 26 luglio 2009







