Lunedì 10 Maggio 2010 13:06

Elezioni in Afghanistan

Scritto da Administrator
di Stelio W. Venceslai

Chiunque vinca, ha vinto sempre "il Gattopardo".

Si è votato, a Kabul ed altrove, tra minacce di morte ed attentati, in un clima certa-mente non facile dopo decenni di guerre, esterne, interne, civili, religiose e politiche, alla presenza di migliaia di osservatori stranieri, inviati per accertare la regolarità del voto, oltre che delle truppe della coalizione occidentale, fra cui quelle italiane.

Si vota per eleggere un Presidente, praticamente, fra due candidati, quello uscente ed il suo ex Ministro degli Esteri. Chiunque vincerà non cambierà nulla e la soluzione della crisi afghana si protrarrà ancora per anni. Ma per fare che?

L’Afghanistan è sempre stato un osso duro per tutti: per gli Inglesi, a fine 800, per i Russi e, ora, per gli Americani, tutti convinti che il possesso del Paese fosse fondamentale. Forse è così, ma a quale prezzo?

Il Paese è islamico, con forti tendenze integraliste, aiutato dal vicino Pakistan, il cui regime si regge in piedi solo perché è protetto dagli Stati Uniti e possiede l’arma nucleare per minacciare l’India, un’altra potenza nucleare, con la quale è in dissidio sanguinoso dall’epoca della spartizione post coloniale. Un bel quadretto.

Andare a far la guerra in un Paese altrui non è un bell’affare ma questo Paese di montagne invalicabili, immerso nel feroce medioevo islamico, è anche uno dei maggiori produttori di marijuana i cui profitti vanno ad alimentare i Talebani, la guerriglia ed Al Qaeda, oltre che il traffico internazionale di stupefacenti.

Introdurre la democrazia? Immaginate l’introduzione di questo sistema in una regione dell’Occidente al tempo dei Comuni od anche nel Rinascimento. Un disastro, politico, sociale e culturale. Lo è altrettanto in Afghanistan, dove il sistema tribale, caratterizzato dai signori della guerra e dagli odi etnici, in preda ad una corruzione endemica, si camuffa con pseudo partiti politici. Principi come il rispetto dei diritti umani, la libertà d’espressione o di culto, la parità uomo – donna, il diritto per tutti ad un’istruzione almeno di base sono solo optionals.

Si può abbandonare a se stesso un tale Paese? In fondo, se si pensa all’Uganda od al Sudan, a Myanmar od anche alla Bielorussia, non è che sia molto diverso. Ma il fatto è che l’Afghanistan è un Paese cerniera fra l’Iran e il continente sub indiano. Se finisce sotto il controllo di Al Qaeda finisce per cadere anche il Pakistan sotto il controllo dell’integralismo islamico, con il suo arsenale nucleare. E, poi, c’è l’antica via della seta, ora del gas e del petrolio.

Nel gioco di birilli l’Afghanistan è una pedina importante, non importa se insanguinata da centinaia di migliaia di morti, di feriti, di storpiati. La presenza americana (e dell’Occidente) è una presenza interessata, una occupazione militare sorretta da una parte del sistema afghano, che alcuni potrebbero definire collaborazionista, e contestata dai nazionalisti e dagli estremisti islamici.

Lasciamo perdere la storia della missione di pace voluta dalle Nazioni Unite. Sono sciocchezze.

Tutti sanno che l’ONU è tenuto alla briglia dagli Stati Uniti, che ne pagano, in ritardo, gran parte delle spese, un grande condominio dove solo due inquilini, Cina e Russia, sono all’opposizione. Dire mandato dell’Onu significa dire mandato degli Stati Uniti.

Che sia una missione di pace è dimostrato dalle migliaia di morti afghane ed occidentali. Altro che pace! È una guerra vera e propria, e delle peggiori, trattandosi di un Paese di montagna nel quale operazioni militari di largo respiro si mescolano alla guerriglia.

Questa è la realtà. Ma perché non dirla? Quale può essere l’interesse italiano a questo gioco al massacro? Solo un interesse partecipativo. Ma siamo in guerra. Per questo muoiono o rischiano di morire i nostri uomini. Non per la libertà afghana o per la democrazia, ma per questioni d’interesse strategico.

Il relativo successo delle elezioni afghane non risolve nulla, è solo una manciata di coriandoli intrisi di sangue. Si parlerà di brogli, si scateneranno nuove fazioni, lacerando ulteriormente il tessuto sociale del Paese. Si continuerà a morire, come è accaduto a Kabul (27 morti), come è accaduto a Baghdad (oltre 100 morti). A cosa servono tutti questi morti che si aggiungono alla catastrofe afghana? Quale gloria ci potrà essere per chi a distanza fa saltare in un mercato affollato un camion pieno di esplosivo?

Una presenza militare italiana in Iraq sarebbe stata ben più comprensibile che in Afghanistan, se non altro per ragioni energetiche. Ma di lì ce ne siamo andati, lasciando spazio solo ad USA e Regno Unito. In Afghanistan, nonostante le nobili ragioni suggerite dai media, quali sono realmente i nostri interessi? Solo quelli d’essere gloriosamente mercenari?

La questione afghana non è di quelle che possono risolversi in una manciata di mesi. Il nostro profitto, visto che parliamo d’interessi, sarà solo quello di sederci al tavolo dei negoziati di pace, se mai ci saranno. Ma ne vale la pena?

Stelio W. Venceslai

Roma: sabato 22 agosto 2009

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