Una testimonianza diretta da Tel Aviv di una studiosa del Medioriente in viaggio di studio in Israele che conferma lo scenario più volte in queste pagine descritto da Deborah Fait.
Il 27 agosto, per il quarto anno consecutivo, si è tenuta in Israele una pubblica manifestazione per il compleanno del soldato Gilad Shalit rapito nel giugno del 2006 dai terroristi di Hamas. Quel giorno Gilad ha compiuto 23 anni ne aveva, infatti, 19 quando è stato rapito. Il giorno prima, il 26 agosto, la sua giovane sorella, Hadas Shalit, aveva iniziato il servizio militare come soldato di leva.
In serata, a Tel Aviv, nel porto Nuovo, in una grande terrazza sul mare, centinaia di persone si sono riunite per ricordarlo e per richiedere tutto l’impegno del governo per la sua liberazione. Ai partecipanti è stato distribuito un nastro giallo da legare al polso e una piccola torcia elettrica bianca da accendere e da tenere alta, subito dopo il tramonto, per creare una marea di piccole luci simili a innumerevoli candele, a innumerevoli pensieri rivolti allo sventurato ragazzo al quale da anni vengono negati tutti i diritti umani garantiti dalla Convenzione di Ginevra. Appena scesa la notte su un grande schermo è stato proiettato un filmato nel quale i più famosi cantautori israeliani eseguivano canzoni a lui dedicate, si sono esibiti Lea e Shlomo Shabbat, Rita, Arik Sinai e anche la cantante araba di origine egiziana Haia Samir giacché l’esigenza di umanità e giustizia non conoscono confini.
La zia di Gilad, Daria Shalit Cohen che, durante la manifestazione, rappresentava la famiglia rivolgendosi ai lettori italiani ha dichiarato «I familiari aspettano da troppo tempo il rilascio. Tutti siamo impegnati per lui. Tutta Israele lo pensa e pensa a cosa fare, organizziamo manifestazioni di continuo, quasi ogni giorno e in tutto il paese. Aspettiamo le decisioni del governo e ci sentiamo molto delusi perché Gilad non è ancora tornato a casa” Poi, riguardo le recenti ottimistiche dichiarazioni del presidente egiziano Muhammad Mubarak incaricato delle trattative ha aggiunto «Murabak dichiara da anni che l’accordo e quasi raggiunto e che il rilascio e imminente. Sono solo parole e noi temiamo una ennesima delusione». Le ho chiesto se pensava che Gilad nella sua prigionia fosse informato del grande impegno di tutti per la sua liberazione, sappiamo infatti che nulla può spezzare il morale di un prigioniero quanto la convinzione di essere stato dimenticato e abbandonato. «Credo che non sappia nulla!» mi ha risposto desolata. Purtroppo sono convinta che abbia ragione e ricordo i disgustosi spettacoli pubblici organizzati negli scorsi anni a Gaza da Hamas, spettacoli nei quali ci si faceva beffa del giovane soldato e della sua famiglia di fronte ad un pubblico senza cuore e pronto a ridere del dolore altrui.
Nelle carceri israeliane ai detenuti palestinesi, condannati dopo un regolare processo, viene riconosciuto il diritto alle visite, alla corrispondenza, alla sanità, allo studio, al telefonino e alla televisione. Gilad Shalit non ha mai commesso alcun reato e oggi grazie alla volontà del sindaco di Roma Gianni Alemanno è anche cittadino onorario italiano, è possibile che in violazione di tutte le leggi internazionali i rappresentanti della Croce Rossa non abbiano potuto visitarlo una sola volta?
Anna Rolli
Roma: domenica 30 agosto 2009








