Dal diario di una recente visita di studio in Israele.
Passeggiando per Sderot inverosimilmente calma e rilassata, mentre ci dirigiamo nel centro commerciale dove un localino serve le migliori falafel e il migliore humus della zona, osserviamo i numerosissimi rifugi sparsi per la città, gli shelter di cemento armato dipinti di giallino, raggiungibili di corsa dagli abitanti nei 15 secondi disponibili tra l’allarme e l’esplosione. Ce ne sono davanti alle case e nel bel mezzo di tutti i giardinetti pubblici tra le altalene e gli scivoli dai quali i bambini sono stati addestrati a scendere immediatamente per correre al riparo. Da mesi a Sderot non cadono più le bombe e la gente finalmente ha ripreso a vivere normalmente.
Anche nel kibbutz di Nahal Oz tutti sembrano molto sereni, qui sono proprio sul confine e di secondi a disposizione ne avevano soltanto 10, così ogni famiglia ha costruito il suo piccolo shelter : un cubo di cemento di tre metri per tre sulla facciata di ogni casetta con un minuscola finestrella fornita del vetro antiproiettile più resistente del mondo, quello brevettato e fabbricato dagli ingegneri del kibbutz di Sasa, in Alta Galilea, un kibbutz che (opinione universale) sta diventando ricco vendendolo ovunque. Nello shelter della famiglia Rahamim stanotte dormo io, giacchè, da quando c’è la calma, grazie all’imbattibile senso pratico degli israeliani, sono stati trasformati in graziose camere per gli ospiti.
La guerra iniziata alla fine di dicembre è durata tre settimane, da allora, sulle case, non è caduta una sola bomba. “ Ne sono cadute due o tre nei campi e questo è tutto!” mi dice Deganit Tuvian, la bellissima e fiera segretaria del kibbutz che conosco da tanti anni e aggiunge che, di recente, alcune famiglie hanno addirittura deciso di trasferirsi qui perché il kibbutz è verde e coperto di fiori e come tutti i kibbutz rimane il luogo ideale per crescere i bambini.
Per sette anni tutta la zona ha vissuto sotto i bombardamenti dei terroristi di Hamas, in sette anni sono caduti 11.000 kassam che hanno portato la gente all’esasperazione. Dopo innumerevoli e inutili tentativi di trovare un accordo è stata necessaria una guerra crudele con più di mille morti e migliaia di case distrutte a Gaza per fermarli.
“La guerra è stata terribile, adesso continuano con le minacce ma hanno capito che la nostra pazienza è finita.” mi dice Dany Rahamim dal quale vengo ospitata, un agronomo che vive qui da più di trenta anni, uno di quelli che si spremono le meningi sempre alla ricerca di una soluzione pacifica. “ Per la popolazione araba è stata molto dura. Noi avevamo evacuato le mamme con tutti i bambini ad Asòrear , un kibbutz del Nord, e tentavamo di continuare a lavorare nonostante il rumore assordante che scuoteva le case dalle fondamenta, nonostante i soldati che avevano una base qui e attraversavano continuamente le nostre terre e ci faceva ammattire ma loro cosa potevano fare?”. Dany aveva amici arabi residenti a Gaza e il giorno del suo matrimonio aveva invitato anche loro, amici irraggiungibili oramai da molti anni e perduti forse per sempre. “ Provo molta pena per i palestinesi che hanno avuto la casa distrutta e ancora di più per quelli che hanno perso familiari e amici ma non avevamo scelta. Continuavano a bombardarci e nell’ultimo periodo sulle nostre case cadevano anche 4 o 5 bombe in una giornata. Non potevamo più vivere, non potevamo più lavorare, non sapevamo più cosa fare. Probabilmente con elezioni libere oggi Hamas non vincerebbe. Anche Hezbollah ha perso le elezioni per colpa della guerra. Ovunque la gente vorrebbe vivere in pace.”
Ma perché non è stato possibile un accordo prima della guerra? Perché con Hamas non è possibile trattare mi dicono tutti, come trovare un accordo con chi non ha altro obiettivo che quello di ucciderti?
Parlo con l’ufficiale di guardia all’uscita del kibbutz, sul confine, a poche centinaia di metri dal valico di Karni, il più importante per il trasporto delle merci a Gaza. Ha gli occhi nerissimi e annoiati ed è di poche parole come di solito gli ufficiali “Non credo che ci sarà la pace con gli arabi. Non nel breve periodo. La maggioranza di loro sono poveri ma i dirigenti sono molto molto ricchi grazie agli “ aiuti umanitari” che arrivano dall’Europa. Che interesse hanno a porre fine alla guerra? Fin quando possono continuare a non cambiare e a dipingersi come vittime…”
Intanto Gilad Shalit è ancora nelle loro mani e la Croce Rossa Internazionale non ha mai potuto verificarne le condizioni di detenzione perché Hamas non rispetta la Convenzione di Ginevra, vale a dire le leggi internazionali che garantiscono i diritti dei prigionieri di guerra. Gilad è stato rapito, nel giugno 2006,a pochi km da qui in una località che, ironia della sorte, si chiama Kerem Shalom: il giardino della pace. Era allora un giovane soldato di 19 anni. Dopo interminabili trattative tutto sembra di nuovo fermo mentre noi ne parliamo riflettendo su come organizzare manifestazioni di solidarietà, in questa sera di shabbat, il giorno che gli ebrei di tutto il mondo dedicano ai valori della pace e della fraternità umana.
Anna Rolli
Roma: venerdì 18 settembre 2009








