Lunedì 10 Maggio 2010 13:15

Siamo in guerra, anche se vengono chiamate missioni di pace.

Scritto da Administrator
di Giorgio Prinzi

L'ipocrisia del politicamente corretto non regge più di fronte alla dura evidenza della realtà delle missioni in cui sono impegnati i nostri soldati.

Siamo in guerra e lo siamo ben da prima dell’11 settembre 2001, anche se con l’ipocrisia del politicamente corretto si parla di missioni di pace, di missioni di mantenimento della pace, di missioni di imposizione della pace.

Mi sembra importante riaffermare questi punti fermi, nel momento in cui mi appresto a scrivere sull’attentato di ieri mattina in Afghanistan dove un (sembra che in realtà fossero due) miliziano suicida (non uso la parola terrorista, che non rientra neppure nel linguaggio dei nostri Contingenti in missione all’Estero) si è fatto saltare in aria con un pesante bilancio per i nostri militari (6 morti e 4 feriti gravi) e la popolazione civile afghana che conta allo stato attuale delle notizie 15 morti e 60 feriti.

A leggere il bollettino delle perdite viene da chiedersi se si è trattato di un attentato verso le forze dell’Isaf o contro la popolazione afghana, tanto duramente colpita. Ed è proprio questo il punto di partenza su cui richiamo l’attenzione dell’opinione pubblica, in particolare di quella che rifiuta la violenza sino a farne una scelta di coscienza apodittica e in assoluto.

L’islam nasce come ideologia (religione) di guerra; è la spada lo strumento di “evangelizzazione”, l’infedele non ha alcun diritto neppure quello del rispetto alla sua personale esistenza. L’espansione islamica inizia nel 632, pochi anni dopo la conquista della Mecca, e si estende alla Spagna già a partire dal 711, per venire poi fermata al di la dei Pireni con la Battaglia di Poitiers del 732. La fine dell’occupazione in Spagna si avrà dopo molti secoli, ben oltre il periodo delle crociate, con la caduta di Granada nel 1492.

Nel 1519 gli islamici sono alle porte di Vienna e solo nel 1571, con la vittoria di Lepanto, il pericolo verrà definitivamente allontanato dall’Europa anche per la loro incapacità ad adeguarsi alla modernità, nello specifico in campo militare.

Dopo due secoli di quiescenza in seguito alla vittoria di Lepanto, il risveglio dell’Islam tradizionale e bellicoso riprende ad opera di Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najdī che si caratterizza per l’impostazione fondamentalista, a tal punto da vietare il culto dei santi e dei martiri, perché contraddittorio con il principio di un solo dio, e la raffigurazione di immagini, in questo simile agli iconoclasti della tradizione cristiana. Più di recente la confessione si scagliata contro ogni forma di modernità, sia esterna (radio, televisione, musica) che interna (rilettura aggiornata del corano) allo stesso islam.

Il ritorno alle eroiche e pure origine dell’islam costituisce una sorta di ripiegamento interiore che nasce dal forte complesso di inferiorità, dovuto in parte alla sconfitta di Lepanto, ma, soprattutto, alla consapevolezza di una profonda arretratezza in tutti i campi nei confronti dell’Occidente progredito e moderno, per contrappasso dipinto come satanico e corruttore, pertanto non da imitare, ma da combattere e distruggere.

Osama bin Laden, come altri leader, ad esempio negli spezzoni dell’ex Unione Sovietica, protagonisti dell’attuale e più recente “risveglio armato” sono (erano se defunti) wahabiti. Si ricorderà ad esempio l’accanimento iconoclasta dei talebani, che sono un misto di convinzioni confessionali tra cui quella wahabita, contro le due statue giganti del Buddha di Bamiyan, dichiarate patrimonio dell’umanità e distrutte a cannonate.

Altra componente confessionale del mondo islamico che si caratterizza per una forte aggressività contro l’Occidente è quella sciita, che la maggioranza considera eretica e persino peggiore degli stessi infedeli. L’Iran, di confessione sciita, è assurto a stato guida di questa componente islamica, estendendo la sua influenza su hezbollah e alcune componenti della guerriglia palestinese. Questo senso di accerchiamento minoritario all’interno dello stesso islam lo rende ancora più aggressivo e pericoloso. Si trova infatti a battersi su due fronti.

La differenza fondamentale sotto il profilo della conflittualità e, quindi, del contrasto militare a queste due componenti è che quella sunnita/wahabita non ha un vero e proprio stato di riferimento, mentre al contrario quella sciita lo ha nell’Iran di Ahmadinejad. Inoltre per la maggioranza sunnita, di cui i wahabiti sono la confessione estremista ed oltranzista, chiunque si imponga come tale più diventare califfo (capo politico e spirituale) della comunità islamica; al contrario, gli sciiti ritengono che solo un discendente diretto di Maometto potrebbe aspirare a tale titolo, per cui nel mondo sciita prevale l’attesa di un redentore, il mahdi, figura di capo politico, religioso e militare, non dissimile nel carisma a quella del califfo, nella quale cercano di farsi identificare quanti di confessione sciita, come appunto l’attuale Presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, aspirano a conquistare la supremazia nell’intero mondo islamico. Ecco i suoi atteggiamenti da “giustiziere” (il mahdi che dovrebbe riportare la Giustizia in Terra), in primis contro lo stato di Israele considerato usurpatore, o peggio ad usare il colorito linguaggio del leader sciita. Ha suscitato ironia persino all’interno dello stesso Iran la pretesa di Ahmadinejad di accreditarsi come avvolto da un’aurea divina mentre soggiogava con la sua parola i delegati in una assise internazionale. Risultato: il quotidiano che aveva pubblicato una allusiva vignetta satirica è stato chiuso.

Queste diversità di credenza religiosa e politica (nell’islam vi è integrazione tra i due campi) spiegano il diverso approccio verso l’annientamento dell’Occidente da parte del wahabita Osama bin Laden, che con l’attacco alle Torri Gemelle intendeva mettere in atto un evento eclatante che gli desse un ruolo da protagonista, primo passo verso la conquista del titolo di califfo, da quello della sciita Mahmoud Ahmadinejad, che non può aspirare a proporsi come califfo, ma deve con azioni concrete, quali ad esempio la cancellazione di “Israele dalle carte geografiche”, presentarsi come “il restauratore” della Giustizia in Terra, il mahdi a cui si riconosce nella prospettiva sciita la stessa sottomissione che si ha verso il califfo.

Perché questa lunga disquisizione di “catechismo” islamico? Perché se non si capisce da quali pulsioni siano spinti i maggiori leader antioccidentali islamici e i loro seguaci, non si riesce neppure a concepire quale reale minaccia essi rappresentino e perché l’Occidente si sia mobilitato militarmente, sia pure con l’ipocrisia del politicamente corretto dell’esportazione della democrazia, per combattere una guerra che non è né di tipo classico, né di conflitto tra civilizzazioni, ma più semplicemente è una guerra non convenzionale tra gruppi insorgenti fortemente radicati su una vasta area tribale in particolare tra Afghanistan e Pakistan per quanto riguarda la componente di ispirazione wahabita, e un’azione perora solo di contenimento senza l’uso diretto della forza militare contro l’Iran, stato attualmente sotto una dittatura teocratica sciita, il cui monolitismo e consenso interno fortunatamente (o disgraziatamente?) comincia a venire compromesso. Presumibilmente, comunque, non vi sarà alcuna azione militare fintanto che l’Iran non sarà prossimo al confezionamento del primo ordigno nucleare e/o allo sviluppo di credibili vettori, con cui oggi è però già in grado di colpire Israele sia pure con testate convenzionali. Perora non usa direttamente la forza contro Israele, ma lo fa indirettamente, coadiuvato dalla Siria, come stato sostenitore di miliziani quali Hamas e Hezbollah, in quanto agisce nella logica di uno stato costituito, la cui scomparsa, se non altro come classe dirigente, sarebbe decretata da una sconfitta militare classica sul campo a cui sa di esporsi sferrando un primo colpo diretto. Per questo il nostro Contingente militare schierato in Libano si trova attualmente in una situazione di relativa tranquillità sconosciuta nello scenario afghano. Si tratta di una condizione precaria garantita dalla “elasticità” delle regole di ingaggio. Siamo però seduti su una polveriera, che qualora deflagrasse, ci esporrebbe al rischio di un intervento militare classico di ampio spettro.

Torniamo ora alla realtà afghano/pachistana. L’attacco sferrato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 presenta notevoli analogie, ma anche sostanziali differenze, con l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor. In entrambi i casi l’attaccante ha cercato di infliggere al nemico un colpo da lui ritenuto mortale, destinato a mettere in ginocchio l’Occidente (identificato principalmente con gli Stati Uniti d’America) ritenuto corrotto, flaccido e incapace di una adeguata reazione. In entrambi i casi si è ottenuto l’effetto psicologico opposto, su entrambi i casi è poi fiorita una fantasiosa dietrologia a prendere la quale per buona sembrerebbe che i giapponesi nel 1941 e al Queda nel 2001 fossero delle marionette ai voleri del governo statunitense. C’è chi crede a queste assurdità.

Le differenze, sostanzialmente una sola, sono però abissali. L’attacco di Pearl Harbor ha provocato l’ingresso di una nuova potenza militare in un conflitto tra coalizioni di stati in guerra secondo i canoni classici, che avrebbe avuto termine con l’annientamento del potenziale militare del nemico e/o della sua volontà di combattere, per Germania e Giappone spinta sino al limite del suicidio collettivo.

La parte convenzionale della guerra ad al Queda si invece è esaurita in pochissimo tempo con l’annientamento a Tora Tora, ritenuta inviolabile, dell’esercito di bin Laden, il quale ha corso personalmente il rischio di rimanere ucciso o di venire catturato. Da questo momento però il conflitto ha cambiato connotazione, divenendo una guerra non convenzionale a bassa intensità, in cui una coalizione di stati, tra cui l’Italia, combatte una eterogenea compagine di miliziani su un vasto territorio con ampie sacche da questi controllato, ma con aeree non sotto il loro controllo diretto in cui agiscono mimetizzati tra la popolazione, con senz’altro una rete di complicità, ma anche in dispregio a quanti tra loro non sono disposti al martirio nello “sforzo” contro gli infedeli che, per aggravante, calpestano il “sacro suolo” dell’islam, portando modelli inconcepibili per quella cultura estremista. Basti pensare alla presenza di donne in armi in un paese in cui la donna viene considerata alla stregue di un essere inferiore.

Le azioni dei miliziani, come peraltro previsto e affermato con dichiarazioni pubbliche da parte anche di responsabili ed esperti italiani, si sono intensificate proprio a cavallo di elezioni, forse non regolari come quelle in paesi di consolidata democrazia, ma comunque tali, con il prevalere di un principio fondamentale, da minare alla base la struttura di quel tipo di cultura e di società. Un aspetto sottovalutato nell’analisi dell’attentato di ieri sulla strada dall’aeroporto a Kabul è stato quello che a bordo dei blindati bersaglio dell’attacco avrebbero potuto esserci dei giornalisti, categoria nell’ottica di quella cultura estremista più pericolosa degli stessi militari. Non dimentichiamo la campagna a sostegno della dignità delle donne in Afghanistan, che vede in prima linea la stampa. In questo sito abbiamo, ad esempio, dato risonanza e sostegno alla campagna della collega giornalista Daniela Binello, che con i suoi reportage ha documentato la condizione di vita delle donne afghane, sforzandosi di mobilitare a loro favore l’opinione pubblica italiana.

Possibile che i talebani ci abbiano letto? Direttamente certo no, però la guerriglia dei miliziani è resa possibile per il sostegno ad essi fornito da gruppi presenti in apparati istituzionali di stati islamici, persino di taluni i cui governi sono sinceramente vicini all’Occidente, persino nella volontà ufficiale di combattere l’estremismo in armi. Sono queste reti che forniscono il supporto finanziario, di rifornimenti, in particolare di armamenti, e di competenze in campo militare senza il quale i miliziani non sarebbero in grado di mettere in atto certe loro azioni, compresa quella che ieri ha inflitto gravi perdite al nostro contingente, ma ancora più gravi alla stessa popolazione civile afghana. Un aspetto questo – lo ribadisco –  che non viene messo nel dovuto risalto.

Ecco perché di fronte ad un normale evento luttuoso di guerra, non bisogna cedere alle lusinghe del disimpegno che cominciano inesorabili a levarsi. Non è una questione di prestigio o di interesse economico, vero o presunto che sia. È una questione di logica dei conflitti, dai quali non si può e non si deve uscire che vincitori.

Ritirarsi vorrebbe dire riconoscere una vittoria strategica all’estremismo islamico, che, tornato ad avere il pieno controllo delle sue aree di radicamento, si attrezzerebbe per esportare nel cuore dell’Occidente, Europa ed Italia compresa, la strategia di rivincita su Lepanto. Certo, i servizi di sicurezza occidentali sono efficienti ed in continuo allarme, ma a proteggere le nostre città da attentati tipo Londra e Madrid o da azioni a cui è di frequente fatto bersaglio Israele è stato il dato oggettivo che mentre è pagante colpire con stillicidio di vittime i contingenti in missione all’Estero, in quanto nelle opinioni pubbliche dei singoli paesi impegnati fa in questo modo presa l’idea del disimpegno, non è in questo scenario pagante colpire direttamente le società occidentali perché si innescherebbe un devastante effetto controproducente, compresa una forte ripulsa anti islamica, che comprometterebbe i disegni futuri di queste menti violente, ma finemente strategiche.

Purtroppo l’unica alternativa è sconfiggerli a casa loro. Si tratta di un’impresa non facile e dai tempi lunghi, nella quale bisogna mettere in conto dei pesanti colpi di coda, tra cui attentati sul nostro territorio di Occidente, quando la partita dovesse cominciare inesorabilmente a volgere verso la sconfitta dell’estremismo islamico aggressivo e bellicoso.

Per questo dobbiamo rimare ed essere solidali con i nostri militari impegnati in guerra, sia pure in un conflitto non convenzionale e di più o meno bassa intensità. Per fare questo è urgente, come peraltro di recente richiamato dal ministro per la Difesa Ignazio La Russa, ridefinire il quadro giuridico in cui queste missioni si svolgono, dal momento che è assurdo e controproducente definire queste missioni solo e semplicemente di pace, anche se non sono di guerra in senso tradizionale e convenzionale.

Infine, siccome l’uso della forza non è mai da solo in grado di risolvere le questioni alla radice, bisogna incrementare gli sforzi in campo politico e sociale. Si tratta di una strategia difficile e delicata, perché proprio questo è quello che provoca le più violente reazioni dell’estremismo islamico, che cerca con ogni mezzo di tenere la propria gente lontana da “contagio” della cultura occidentale, anche a costo di mutilare chi, con estremo coraggio, si reca a compiere quello che da noi viene considerato l’esercizio di un elementare diritto civile, quello di scegliere con il proprio voto.

Giorgio Prinzi

Roma: venerdì 18 settembre 2009

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