Se si continua a partecipare alle cosiddetta missioni di pace, bisogna prendere atto che si tratta di una etichetta mistificatoria sulla pelle dei militari. Sono missioni conflittuali e a tale contesto devono venire ripuntualizzate le cosiddette regole di ingaggio.
La strage di 6 soldati italiani in Afganistan ci pone drammatici interrogativi: continuare a combattere o lasciare il campo di battaglia possibilmente con dignità?
Non è infatti possibile mantenere il nostro contingente in un paese di terroristi spinti all'estremo attraverso i kamikaze, senza avere la possibilità di combattere ad armi pari,esposti al rischio quotidiano di essere uccisi.
Ad oggi, il numero dei soldati italiani sacrificati per la causa afgana è di 20 morti mentre il bilancio dei soldati stranieri caduti è di 1403 vittime.
Volontari si, ben pagati si, ma è assurdo che le condizioni d’ingaggio non autorizzino a rispondere al fuoco o organizzare qualsivoglia rappresaglia.
È una situazione assurda: siamo in piena guerra pericolosa perché subdola ed imprevedibile e dobbiamo comportarci come delle crocerossine!
Vogliamo ricordarci l’atmosfera del dopo l’11 settembre 2001 quando gridavamo “siamo tutti Americani” e quando tanti 'soloni' ci spiegavano perché “dovevamo” andare a Kabul senza sapere a cosa andavamo incontro?
Assurdità della politica: inventarsi prima la “missione di pace” per nascondere i rischi reali, salvo poi svegliarsi e pentirsi ed accorgersi, ipocritamente, che siamo in guerra.
È quindi più doloroso il sacrificio di questi soldati in 'beffarda' missione all’estero per preservare e difendere l’immagine dell'Italia, immagine di che? di un popolo che manda a morire i suoi ragazzi senza manco dargli l'opportunità di difendersi?
Non possiamo abbandonare l’impresa perché vanificheremmo i sacrifici fatti finora, non possiamo chiedere il ritiro perché non decidiamo da soli ed abbiamo responsabilità ed accordi internazionali.
Dobbiamo infatti tener conto che da ieri l’Italia pullula di superesperti che parlano di “exit strategy”, cioè 'tutti a casa' ma l’uscita, se uscita dovrà esserci, dovrà essere meditata perché non diventi una vergognosa sconfitta.
Temistocle Sidoti
Roma: martedì 29 settembre 2009








