Lunedì 10 Maggio 2010 13:25

Kabul, diciassette settembre 2009

Scritto da Administrator
di Maurizio Navarra

Una riflessione sul tragico agguato di Kabul, a due settimane dall'evento.

Proprio non si riesce a comprendere fino in fondo i nostri militari e lo spirito che li anima. Non ci si riesce neppure quando il pericoloso e complesso lavoro che svolgono li fa incontrare con la morte. Scrivere, in queste tristi circostanze, è estremamente rischioso. Si può cadere nella vuota retorica delle grandi parole dette fuori della convinzione sincera, si può cadere in un poco dignitoso piagnisteo dei “poveri figli”, magari del sud, che si sono arruolati soltanto per guadagnare la pagnotta. La sensazione che ho avuto oggi 17 settembre 2009, ascoltando i notiziari che annunciavano l’attentato che ha provocato la morte di sei nostri paracadutisti della Folgore ed il ferimento di altri quattro, è stata la stessa sconcertante sensazione che accompagnava ed accompagna sin dal tempo del terrorismo i bollettini d'informazione che commentano la morte di servitori in armi dello Stato. Non voglio parlare del dettaglio di quanto è accaduto e non desidero fare cronaca. Mi limito a qualche mia riflessione.

Ho portato le stellette per una vita intera. Chi mi conosce bene dice che ancora le porto ed ha perfettamente ragione perché quando le stellette sono una professione finiscono per essere tutt’uno con la pelle ed a rimanere impresse indelebilmente. Un tatuaggio scolpito nel cuore.

Cerchiamo di capire cosa è successo oggi a Kabul, cerchiamo di capire perché è successo e renderemo un grandissimo, sincero, omaggio a questi nostri militari che vengono mandati, sempre e da sempre, a mettere in gioco la loro vita, tutti i giorni, in una normale routine che è intrisa di pericolo, di costante rischio e che talvolta si colora di sangue. La prima considerazione da fare è che i nostri militari sanno, sin dai primi momenti del loro addestramento, che il loro è un mestiere rischioso, che richiede coraggio non soltanto individuale in quanto un combattente si sente sicuro soltanto se il compagno che gli sta vicino non si lascia vincere dalla paura, dalla disattenzione o dallo sconforto. I nostri militari sanno che in zona di operazione rischiano la pelle e sanno che in terra afgana devono affrontare un nemico subdolo, difficilmente individuabile, che non ti affronta armi in pugno vestendo una uniforme diversa dalla tua. I nostri militari sono ottimi professionisti, apprezzati in tutto il mondo, equipaggiati al meglio per fronteggiare una guerra moderna.

C’è di più. Le famiglie dei nostri militari sono consapevoli che il mestiere svolto dal marito, dal figlio, dal fratello, dal fidanzato è un mestiere rischioso ed hanno la fierezza di testimoniarlo.

Stabilito questo punto fermo, il resto. Il nostro contingente è in Afganistan non per una gita parrocchiale a distribuire caramelle e pacchi dono e neppure per la volontà del Governo italiano. I nostri soldati sono lì in armi , a combattere una vera e propria guerra contro un nemico non facile da affrontare. Ciò per una Risoluzione dell’ONU provocata dalla provata considerazione che il regime “talebano”, allora al governo, aveva di fatto ridotto in schiavitù la nazione privando i cittadini delle libertà fondamentali e ponendosi come sponda e rifugio del terrorismo internazionale di matrice islamica. La guerra che si combatte è dunque una difficile guerra che deve garantire la libertà di un popolo e la sua capacità ad autodeterminarsi sottraendosi ad un regime di radice tribale e teocratica. Questo nemico ostenta, come spesso accade per le guerre, uno scudo religioso. Si combatte “il grande Satana” occidentale che corrompe il popolo dei fedeli all’Islam; si combattono gli “infedeli” che calpestano il suolo sacro di un territorio islamico. Peccato che se si solleva questo scudo, se si distoglie per un attimo l’attenzione da questo comodo paravento, lo scenario cambia nel profondo. In Afganistan si produce oppio ed hashish e la produzione di queste droghe è nelle avide e capaci mani di realtà tribali. Ovviamente chi coltiva trae da questa attività appena il sostentamento. Il contadino deve mantenere una situazione di latente schiavitù o di rigido servaggio. Nessuno deve migliorare la propria posizione sociale. Nessuno deve arricchire oltre la ristretta cerchia di persone che controlla, ricavandone ricchezza vera, i traffici. Su questo nodo si inserisce il terrorismo internazionale di matrice islamica che riesce a trovare in ciò anche un contenuto religioso in quanto esistono imam che sostengono che coltivare droga destinata ad essere spacciata in occidente è attività meritoria.

Questa è la guerra che combattiamo. Questo è il nostro nemico. Non ha senso alcuno sostenere, all’indomani di un attentato, che questa guerra è inutile e non serve a nulla. Chi combattiamo conta proprio su questo effetto quando ci rende bersaglio di un attentato. Chi combattiamo teme che la situazione possa normalizzarsi mettendo in grado un governo afgano liberamente eletto di governare e controllare il Paese. Questa guerra la dobbiamo continuare per difendere gente che ha avuto il coraggio di andare a votare vincendo paure e minacce. E’ per questo motivo che i nostri giovani militari non sono morti invano, che non hanno sacrificato la vita per nulla ed inconsapevolmente. Chi combatte per la libertà lo fa perché crede in questo valore e non sarà mai dimenticato, finché nel mondo ci saranno uomini liberi. Le famiglie che hanno subito il dolore di perdere queste vite belle e preziose non potranno mai essere consolate. Nulla e nessuno potrà mai colmare questo vuoto. Possiamo soltanto dire oggi, in umiltà di fronte ad un fatto così grave, che “il Movimento” è solidale a questo dolore e che non dimenticherà.

Maurizio Navarra

Roma: domenica 4 ottobre 2009

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