di Korinne Cammarano
Shirin Neshat è una fotografa e video artista iraniana che nelle sue opere affronta le complesse forze sociali e religiose che forgiano l’identità delle donne musulmane.
Donne senza uomini è il lungometraggio con il quale debutta nella regia cinematografica. Ha conquistato nel 2009 il Leone d’argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur, il film ci proietta nella vita di quattro donne che si trovano immerse nella realtà sociale, politica e religiosa dell’Iran del 1953. La narrazione si sviluppa enfatizzando la crisi storica e politica di questo periodo durante il quale gli agenti segreti britannici e americani, allarmati dalla nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi iraniani, organizzarono un colpo di stato per spodestare il Primo Ministro Mohammad Mossadegh e restaurare lo Shah.
Nel giorno della festa della donna, Shirin Neshat ha tenuto, presso la sala conferenze del Museo d’Arte Contemporanea di Roma (MACRO), un incontro coordinato da Alessandra Mammì.
Con un sorriso gentile sulle labbra e la fermezza di chi porta sempre avanti le sue idee, l’artista non si sottrae alle domande e le curiosità dei presenti, mostrandosi disponibile e aperta al dialogo anche nei confronti di coloro che criticano i suoi punti di vista.
Parla della sua esperienza registica definendosi un’attivista che abbandona la natura intimista dell’arte per poter accedere ad un pubblico più ampio. Racconta le difficoltà che ha riscontrato nell’approcciarsi al cinema e la faticosa ricerca dell’equilibrio tra arte e politica, tra cinema e immagini.
Alla domanda sul perché abbia deciso di ricordare proprio quel momento storico e raccontarlo in questo momento all’occidente, Shirin Neshat afferma che “è importante ricordare agli iraniani, così come agli occidentali, che prima che il colpo di stato rovesciasse il nostro amato primo ministro, in Iran c’era la democrazia”.
Le complesse problematiche delle diverse realtà sociali, religiose e politiche dell’Iran emergono nel film ma lasciano spazio anche alle storie individuali di donne forti in cerca del proprio destino.
La figura della donna è il fulcro dell’opera. Afferma a questo proposito l’artista: “le donne iraniane sono le più forti, le più potenti, in occidente si pensa che siano delle vittime ma non è così. Ho sempre tratto ispirazione dalle donne forti, come l’autrice stessa del libro, come mia madre e mia nonna”.
Munis, Zarin, Fakhiri e Faezeh sono le protagoniste del film. Shirin le definisce “un’estensione di se stessa”, e in ciascuna di loro c’è un aspetto dell’artista. In fondo “cos’è il lavoro dell’artista se non la proiezione della sua interiorità?”
Shirin dice di sentirsi al contempo “orientale e occidentale, fragile e forte allo stesso tempo” e l’idea di ammettere questo dualismo le piace così come le piace mostrare il suo lato emotivo.
Munis è un’attivista politica, crede nella libertà e nella possibilità di cambiare il corso della storia; in questo somiglia a Shirin.
Zarin è una prostituta, ha problemi con il suo corpo, è anoressica; anche Shirin lo è stata.
Fakhiri è una donna di 50 anni che vuole continuare a sentirsi bella e affascinante, così come Shirin che vuole continuare a sentirsi ammirata.
Infine Faezeh, una ragazza che come la regista non è riuscita ad ottenere quella vita normale che inseguiva, non è riuscita a sposare l’uomo che amava e costruire con lui una famiglia.
In una frase l’autrice racchiude il senso della sua identificazione in queste donne: “Il mio lavoro è un modo per me di mostrarmi nuda al mio spettatore, per dire che abbiamo in comune problemi e difficoltà”.
Le donne di Shirin Neshat sono in viaggio verso un giardino, un’oasi dove sentirsi protette e al sicuro, dove allontanare i tormenti della propria anima e della propria amata terra.
Il film non si propone come un documentario ma come un’opera artistica fortemente visuale in cui le scene si susseguono come dei tableaux.
Lo schema cromatico passa dai toni vivaci del giardino alle scene delle manifestazioni nelle strade in cui il colore è volutamente scaricato per dare una sorta di qualità di repertorio alle immagini.
Alla domanda se questo esito verso il film che molti artisti stanno sperimentando non risulti una rinuncia alle conquiste dell’arte degli anni ’50, Shirin risponde sorridendo: “Perché noi artisti dobbiamo confinarci in un solo campo? I confini sono superati, tutto quello che serve è l’immaginazione. Il mezzo è solo lo strumento attraverso il quale esprimere la propria immaginazione!”
Korinne Cammarano
Roma 29 Marzo 2010







