Lunedì 03 Maggio 2010 11:07

Terremoto in Abruzzo. di Maurizio Navarra

Scritto da Administrator

Malgrado il progresso scientifico, malgrado ogni più moderna e raffinata tecnologia, la natura ha in sé forze capaci di annichilire in pochi istanti ogni orgoglio di onnipotenza insieme ad ogni forma di vita...

Occorre un momento, soltanto un momento di riflessione. La mia casa, come tante case di gente che risiede in Italia centrale, ha oscillato sotto la spinta del terremoto nella notte tra il cinque ed il sei aprile 2009. Da quella notte, ogni notte sembra che abbiamo tutti un appuntamento quotidiano con il terremoto; la prima reazione è quella della paura, una paura irrazionale, ancestrale che deriva forse dal fatto di perdere per il tempo della scossa il controllo di se stessi e l’esatto senso dell’equilibrio. Un vero “mal essere”. Poi la reazione. La reazione di ciascuno che varia in una vastissima gamma di comportamenti.

La dimensione del fatto è apparsa immediatamente in tutta la sua gravità. Ciascuno ha percepito subito il dolore. Un dolore forte per chi ha perso, in pochi attimi, tutto: affetti, beni, sogni e speranze. Il dolore è un punto fermo. Una linea di displuvio che separa nettamente il “prima” dal “dopo”. Vale la pena soffermarsi, esaminando questo punto, sulla gestione che taluno fa di questo gigantesco sentimento parcellizzandolo, suddividendolo per mille rivoli e particolarismi, perfino rasentando in certi casi, in verità non molto rari, la sua mercificazione.
I media si impadroniscono prontamente del dolore. E’ cosa antica come il mondo. La sofferenza per chi non ne è direttamente colpito diviene spettacolo e, su questo canovaccio, nella nostra epoca della comunicazione le varie fonti gareggiano tutte in quelle che possono essere definite come “trasmissioni del dolore” – televisive, radiofoniche, informatiche o della carta stampata, poco importa – che hanno la valenza di tramutare a volte accadimenti tragici in una realtà grottesca nella quale il vero sangue versato dalle vittime ed il sacrificio dei soccorritori rischiano di divenire salsa di pomodoro o trucco scenico di un pessimo film dell’orrore. L’informazione è necessaria, si potrebbe obiettare. La gente deve sapere quanto succede e deve capire cosa è successo.

E’ bene per lo spettacolo rubare con l’obiettivo immagini che non dovrebbero essere viste, è bene far ascoltare il pianto. Se fosse vero che da questi elementi scattasse la molla della solidarietà, ci sarebbe veramente da piangere. Poco spazio, di converso, viene dato alle notizie di reale interesse e così si crea la confusione che permette a veri e propri “sciacalli” di entrare, ad esempio, nella catena della solidarietà.
Altro elemento che occupa tutto lo spettacolo mediatico è il girotondo degli esperti. Più o meno competenti, più o meno attendibili. E’, in sostanza, la fiera del senno del poi. Sarebbe forse legittimo chiedersi il motivo per il quale tanta scienza e tanta competenza si esercitino soltanto “dopo” e non quando c’era la possibilità di prevenire. La nostra cultura, anche quella scientifica sembra, preferisce esercitarsi sulle emergenze anziché sulla prevenzione. Forse perché la prevenzione è poco spettacolare, forse perché è spesso classificata un costo inutile sul quale agevolmente risparmiare, forse perché la gente – o meglio sarebbe dire tutti noi, ciascuno con la sua parte di responsabilità – percepisce la prevenzione come un fastidio, un ostacolo inutile, un gravame che impedisce, per l’applicazione di regole precise, di soddisfare in maniera incontrollata le proprie esigenze immediate.

Siamo, nessuno lo può negare, tutti un po’ colpevoli. Si possono fare esempi infiniti. C’è il limite di velocità: chi lo rispetta sino in fondo e non lo percepisce come un inutile rallentamento? Non si può assumere liberamente alcool prima di guidare: chi accetta questa autolimitazione? Quale condominio accetta di buon grado di far stimare la stabilità del fabbricato di proprietà e, conseguentemente, accetta di spendere per lavori di consolidamento? Con quale spirito si affronterebbero (o si affrontano) esercitazioni per la gestione dei disastri? Ed in questa ottica si “risparmia”, o “non ci si risparmia” riducendo la spesa sulla sicurezza e non osservando norme, spesso dettate dal solo buon senso, in quanto percepite come limitazione della propria libertà.
Piangiamo i nostri morti, allora. Piangiamoli con una maggiore consapevolezza e con la compostezza dimostrata dai nostri abruzzesi. Prima di farci vincere dalla commozione chiediamoci però quanto abbiamo “speso” – speso in ogni accezione della parola – per aumentare la nostra ed altrui sicurezza.

Rendiamoci conto, da ultimo, che malgrado il progresso scientifico, malgrado ogni più moderna e raffinata tecnologia, la natura ha in se forze capaci di annichilire in pochi istanti ogni orgoglio di onnipotenza insieme ad ogni forma di vita.

Maurizio Navarra

Roma, 14 Aprile 2009

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