di Maddalena Marinelli
Entrare nell’ottica che un disegno può racchiudere il tutto, essere “il finito”, allo stesso livello espressivo e concettuale di un quadro, una scultura, un video. Uscire dallo schema gerarchico dove la grafica sembra un suddito inchinato al cospetto di pittura, scultura, architettura, installazione, fotografia. Abolire questo superficiale bollino di arte minore, limitante e di supporto ad altri medium artistici.
Si pensa al disegno come la fase iniziale, l’abbozzo, il progetto, uno stato di passaggio e di prova che poi condurrà all’opera definitiva, realizzata però sempre attraverso un’altra tecnica che si ritiene più completa, efficace o più nobile. Eppure all’inizio era espressione viscerale, essenziale per l’uomo primitivo che lasciava con esso la traccia della sua esistenza e del legame con la spiritualità; poi questo rapporto si perde , avviene l’addomesticazione e diventa solo una rappresentazione della realtà, mimesi, al massimo un virtuosismo tecnico che resta nei confini accademici. In seguito le sue sorti muteranno dopo l’invenzione della stampa, la diffusione dei giornali, le avanguardie storiche, la rivalsa sia sul piano creativo che commerciale delle arti applicate.
Pensando ad alcuni artisti del passato che pur lavorando esclusivamente con la grafica sono riusciti ad esprimere una complessità concettuale e uno straordinario potenziale comunicativo, potremmo citare il padre della satira illustrata Honoré Daumier o alcuni grandi del simbolismo come Rops o Beardsley.
Come non pensare anche ad Edvard Munch che principalmente si è dedicato al disegno e all’incisione concentrandovi tutte le sue tormentate ossessioni.
Il gioco surrealista del cadavre exquis è stato fautore scatenante per una vasta produzione grafica a più mani, di grande ironia e libera sperimentazione.
Nella mostra New York Minute tenutasi al Macro Future (oggi Macro Testaccio) lo scorso settembre 2009, si presentava una giovanissima spregiudicata generazione di artisti newyorkesi che confondono musica, arte e moda; tra i pochi interessanti c’era Aurel Schmidt, scellerata ma almeno sicuramente talentuosa e originale disegnatrice dalla bellissima tecnica a pastelli colorati che riproduce assemblaggi di rifiuti, oggetti, insetti incastrati come in un puzzle a comporre mostruose figure in un gioco di continue combinazioni. Le sue opere grafiche erano molto più potenti e risolte della maggior parte di altri lavori di pittura, installazione o fotografia.
E allora può il disegno essere considerato a tutti gli effetti portatore di ricerca e sperimentazione artistica?
La risposta si può trovare sfogliando “FUKT Magazine” fondata in Norvegia nel 1999 da Nina Hemmingsson e Björn Hegardt, adesso con sede a Berlino.
Björn Hegardt oltre a essererne il fondatore è anche l’editore e in primis lui stesso un’artista che pubblica le sue illustrazioni di sogni ad occhi aperti e fantasie private, dove gli oggetti e i personaggi non sono mai come sembrano, nascondono una minaccia fantasma, un’inquietudine interiore pronta ad esplodere e a prendere fuoco. Luoghi metafisici dove l’interno si sovrappone con l’esterno, regnano fenomeni opposti e una certa aura nostalgica.
“FUKT” è una rivista internazionale dedicata esclusivamente ad artisti che si esprimono con la grafica intesa come ricerca concettuale ed espressiva, libera da qualsialsi subordinazione e applicazione. Nasce dal desiderio di organizzare una distribuzione indipendente per il disegno d’arte.
Definita“Una galleria sotto forma di rivista”, esce con un solo, prezioso, numero all’anno, dove viene dato quel poco indispensabile spazio alla parte scritta e tanta libera espansione alle immagini.
Oltre ad artisti sono invitati a pubblicare anche scrittori.
Un luogo cartaceo su cui la mente artistica può infierire lasciando tracce e riflessioni sul contemporaneo.
L’idea che trasmette in effetti è più quella di un quaderno da sfogliare, in cui si possono trovare riunite differenti techiche grafiche ma soprattutto messaggi, osservazioni, invenzioni, provocazioni.
Ad un primo sguardo non sembra di facile lettura, molto diverso da impaginazioni standard a cui siamo abituati. Parole e disegni sembrano fluttuare liberi sul foglio bianco ma in realtà è un caos molto ben organizzato.
Non troverete solo belle immagini ma la ricerca di un’espressività produttiva che sia un punto, una linea, una curva o una figura.
Tutto ciò sembra essere in netta opposizione col mondo grafico del Pop Surrealismo e al suo barocchismo strabordante di colore, leziose forme e accentuata decoratività spesso fine a se stessa, ripiegato nei suoi mondi paralleli fantastici di donnine svenevoli e cose strane che prolificano senza controllo in una teatralità e costruzione esasperata.
C’è voglia di svuotare, tornare al nudo segno, spogliato di ogni artificiosità ma carico di significati.
Presso la Nomas Foundation di Roma, durante l’evento inaugurale, oltre alla presentazione del nuovo doppio numero della rivista, “FUKT #8/9″, saranno esposti i lavori – illustrazioni e videoanimazioni – di sette artisti: Laura Bruce, Abdelkader Benchamma, Bjørn Hegardt, Guillaume Pinard, Luigi Presicce, Marco Raparelli, Martin Skauen.
Propongono la propria ricerca attraverso stili grafici molto differenti.
Raparelli dalla linea essenziale e vignettistica; Benchamma dal segno orientale e raffinatamente astratto o l’estremo realismo nella tecnica ma surrealtà nel contenuto come le sadomasochistiche illustrazioni del norvegese Martin Skauen.
Skauen lavora su formati molto grandi dove costruisce i suoi wonderland infernali.
Al centro compare sempre l’uomo, in una catena infinita alla Sodoma e Gomorra tra torture, pratiche sessuali e riferimenti ad antiche ritualità primitive.
Molto particolareggiato e visionario come Bosch, cronistico come Goya nei Disastri della guerra, sarcastico e blasfemo come Rops e dal gusto scenograficamente perverso come il fotografo Witkin.
L’artista anche nelle sue video animazioni induce l’occhio ad inseguire e studiare i dettagli macabri e raccapriccianti dei suoi disegni suscitando allo stesso tempo repulsione e attrazione.
Abissi che racchiudono altri abissi. La sconfitta e l’agonia dell’uomo.
Martin Skauen presenta alla Nomas Foudation la versione video della sua opera grafica Felix Culpa, A Handmade Massacre (2007), macchinosa visione di violenza e tortura sospesa nell’aria tra Redenzione e Perdizione.
Un esempio di grande bravura ed espressività tecnica, dove non manca una forte essenza di contenuti. Certamente qui la grafica non ha proprio nulla da invidiare ad altri medium artistici.








