Martedì 21 Settembre 2010 23:04

PENSIERI

Scritto da Maurizio Navarra

Sono diversi anni che ogni mattina, nel mese di maggio, dei merli che hanno fatto il loro nido sulla grata del balcone della mia casa, dove rigogliosa è cresciuta una pianta di ringosperna, mi svegliano con il loro cinguettio alle 6 in punto. E’ la conseguenza di un sonno leggero che all’alba di ogni primavera mi porto da quando, in seguito ad una crisi depressiva, mi distaccai dalla vita reale.

Vorrei ancora dormire, ma come si fa a non alzarsi, giacché siamo in primavera inoltrata e non correre lungo il parco che si trova sotto la mia abitazione. La fortuna ha voluto premiarmi perché, affacciandomi sul davanzale, vedo le punte di tigli, pini, abeti, cipressi, cresciuti su questa parte del quartiere, lasciato a verde. E’ un rettangolo esteso, quasi a rassomigliare ad un lago, se solo si immagina che il verde si è sostituito all’acqua.  Dicevo punte di alberi perché la palazzina dove abito al quarto piano, è stata costruita su di una collina ed a partire dal piano terra incomincia un pendio scosceso.

Allora sveglia, se penso solo che per l’igiene del mattino e la prima colazione impiego quasi un’ora.

Nella fretta, però, prima di aprire la porta, mi ricordo che debbo controllare se quel solito tordo, che trovo ogni mattina sul bordo della ringhiera, ha mangiato le foglie della mia rosa rossa.

Eccolo! Mi guarda con gli occhi furbi ed indifferenti.  Si sente, forse, a casa sua?

– Buongiorno. Buona colazione. Vai via! Guarda un pò, le foglie delle rose tutte bucate.

E pensare che devono essere pure amare perché, se queste rose sono così belle, sono cresciute dopo che sono spuntate tante spine….  Mi rallegro, comunque, a guardare come ogni giorno il panorama che si presenta ai miei occhi.  Uno sguardo a sinistra da dove nasce un nuovo giorno e luminoso vedo il Comune di Rocca di Papa adagiato sui colli Albani, con monte Antenne che lo sovrasta; a destra, da lontano, intravedo il circolo di tennis che frequento, circondato da eucalipti, magnolie e, dopo disuguali palazzine, immagino di vedere il mio amico: il mare.

 Cammino, come sempre lungo il viale, mentre il sole è già alto e mi riscalda piano la pelle. Quanti fiori primaverili vi sono ancora, bagnati di rugiada.

Vado sempre a sedermi su di un sedile di legno, dove vi è un tavolo costruito con il tronco di una pianta, per fumarmi la mia prima sigaretta; mentre sto per arrivare, vedo un cagnolino con un pelo bianco come la neve e con il guinzaglio legato al tavolo. Le zampine allungate e, su di esse, la testa con il suo musino triste. Lo chiamo, ma non risponde, né scodinzola la coda come è loro natura, quando vedono una persona o, come in questo caso, felice di trovare un soccorso amico. Ha solo gli occhi tristi e quasi spenti, per farti capire che ha voglia di morire. Come è simile a tante persone il suo comportamento che muoiono anche loro, a poco a poco, perché l’amore che donono, non è corrisposto.

Lo invito ripetutamente a salire sulle mie gambe, ma niente. Mi resta solo di pensare chi potrebbe essere il padrone di questa bestiola. Sicuramente una persona ingrata.

Ho letto e sentito dire che tanti animali si muovono e agiscono per istinto. Ma chi l’ha detto?         Se guardo il viso di questa bestiola, lo vedo solcato di lacrime.  Io penso che se sentono affetto per l’uomo e gli sono fedeli è perché anch’essi hanno un’anima, perlomeno a livello sensitivo. In cambio del cibo e di una cuccia al riparo dal freddo ci danno il loro affetto, per sempre.

Crogiolandomi nel tepore di questa frizzante aria mattutina, mi accendo un’altra sigaretta.

I pensieri vanno e vengono nella mia mente. Guardando ancora questo cagnolino abbandonato ed indifeso, penso agli abitanti delle foreste dove vige la legge del più forte.

Immagino gli stambecchi, i cervi, o quella gazzella con gli occhi azzurri come il mare che ogni mattina si sveglia e corre nella foresta con il cuore pieno di gioia, nel vedere tanta bellezza; ma è a conoscenza che vive in una giungla ed essendo molto fragile, deve correre più degli altri. E di animali feroci ve ne sono tanti, e lei non vuole diventare tenera preda. Deve salvare la pelle, prima che giunga la notte. Sarà capitato, a volte, che un leone l’ha azzannata, ma con astuzia ha sviato il pericolo; un giorno, però, le ha spappolato una coscia, ma lei, dolorante, non si è rassegnata: sa come curarsi. Ha camminato a stento verso una sorgente che con le sue acque rigenera.

Il leone ha dormito profondamente felice del lauto pasto. La gazzella ha leccato la ferita, lavandosi con quelle acque pure e riposandosi ha aspettato l’alba radiosa del nuovo giorno. Ha rivisto la natura vestirsi di mille colori e felice si è rimessa a correre per prati verdeggianti. Spesso arrivano anche quei temporali estivi ma non ha più paura; per istinto, riconosce il rumore dei tuoni e sa che, ben presto ritornerà il sereno. Correrà ancora confondendosi, infine, nei colori dell’arcobaleno.

 La gazzella ha vinto la sua battaglia, ma nella nostra società civile dove si è evoluto l’homo

sapiens, sapiens quante persone sono costrette a subire la prepotenza, l’arroganza di tanti che, cinicamente, distruggono la dignità degli uomini, profanano il nostro Io, quello che io chiamo: il Santuario del nostro essere. Vi sono tanti che si sentono frustati, flagellati, che si nascondono dietro un angolo oscuro, solamente per piangere e pregare. Quante persone rimangono in silenzio, solamente per quella educazione religiosa e quelle parole che hanno stampato nella loro coscienza: “Per un male che l’uomo riceve, vi sarà sempre una gioia futura”.

La sopraffazione è uno dei mali peggiori che l’uomo ha dentro, perché togliendo all’altro quel poco di buono che ha, strappandogli l’anima, gli toglie il sorriso.

Scaccio questi pensieri. Torno a casa. Per questo cagnolino non posso far altro che liberarlo e portargli dell’acqua, lasciandolo al suo destino. Troverà la via per una nuova casa?

Come sempre, io continuerò a dare un senso a questa giornata ed a quelle che verranno perché è nel mio essere. Camminerò sempre con il mio vento, che non so mai dove mi porta; come un gabbiano che non sa mai dove andrà a dormire.

 Roma, 10 aprile 2007

Gaetano PICCOLELLA

 

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