Giovedì 30 Settembre 2010 20:31

Si alle botticelle romane!

Scritto da salvatorei

Diritti degli animali e falsi sillogismi, sì alle botticelle romane

di Roberto De Santis

Il finto buonismo di certe malsane pratiche si è poi indubbiamente riflesso in altri ambiti. Si è fatta strada una erronea concezione che attribuisce al mondo animale  diritti che rientrano nella sfera potestativa degli uomini. La falsità di tale argomentazione si comprende perfettamente da sé  poiché gli animali, privi di “ratio”, non potranno ad esempio  mai e poi mai costituirsi in giudizio per far valere le loro azioni. Pertanto, proprio per questo motivo non possiamo parlare di diritti degli animali , ma di un profondo dovere morale di assunzione di nostre responsabilità verso il Creato. Anche questa visione è figlia di una cultura animalista e biocentrica che non riesce a collocare armonicamente l’insieme e l’interazione esistente tra mondo antropico e biotico. Per assurdo, i diritti degli animali saranno inversamente e proporzionalmente garantiti  tanto quanto maggiore sarà il livello di responsabilità dell’uomo verso il Creato. Queste azioni non si promuovono attraverso assunti privi di logica ed evocanti   diritti senza fondamento  che rientrano più in un approccio demagogico ma si rende  educare i nostri bambini, sin dalla tenera età, al  rispetto profondo verso tutte le creature attraverso corretti programmi formativi.
Per questo motivo  riteniamo vitale promuovere una corretta informazione ambientale  al di fuori di usi strumentali. Pensiamo  all’uso sviato del  Cantico delle creature di San Francesco. Cantico, che  non è come si suole e si vuole far credere, un inno ad uso di retoriche culture protezioniste. In realtà esso è una preghiera che  mette in evidenza come le specie viventi di questo pianeta, altro non sono che  la prova e  lo specchio riflesso dell’esistenza di un Dio creatore.  Il Cantico è dunque  una esaltazione alla vita ed un implicito invito alla ricerca della prova dell’esistenza di Dio, che si manifesta attraverso la natura, sua anima riflessa e prova della sua esistenza. Il Cantico non è dunque un rituale pagano che inneggia e sacralizza gli animali ma piuttosto un inno alla vita ed al rispetto della natura che noi uomini abbiamo il dovere di difendere e preservare per le generazioni future, superando quell’insistente menefreghismo che ci caratterizza e che ci spinge a considerare le risorse senza attribuire loro nessuna considerazione.
Riteniamo che una seria politica  ambientale, i cui valori comuni siano riconosciuti e condivisi dal mondo cattolico e laico, non possano prescindere dal porre in essere una serie di azioni e programmi che abbiano come obiettivo  la centralità dell’uomo  con un ruolo  teso e mirato   a ripristinare   un rapporto armonico con il Creato. Così una corretta politica ambientale, se da un lato non può prescindere dal recuperare una giusta armonia  tra uomo e Creato, dall’altro dovrà occuparsi anche di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani e della qualità della loro esistenza. Uomo e natura non sono entità contrapposte  ma, diversamente, sono entità che devono riprodursi ed interagire in un corretto rapporto osmotico. Proteggere un corso d’acqua o l’aria che respiriamo  non significa solo proteggere l’ambiente  ma  permettere  soprattutto  la sopravvivenza della specie umana.
Il problema reale  è che una certa comunicazione , tende a confondere e non percepire minimamente la distinzione  tra ambientalismo e protezionismo , come se questi due concetti  fossero in realtà una sola cosa , senza diversamente capire che sono profondamente in antitesi l’uno con l’altro. L’ambientalismo è difatti una scienza che studia le relazioni che esistono nel nostro mondo cercando di comprenderne i meccanismi. Il protezionismo è una pseudo filosofia che si è radicata ed ha trovato terreno fertile , in un mutato contesto storico che ha visto in pochi decenni il nostro paese , prima con una vocazione prettamente agricola, assumere in breve tempo  una diversa vocazione industriale. Questo passaggio non è stato privo di conseguenze: insieme all’allontanamento delle campagne, questo fenomeno ha prodotto una fortissima ed elevata specializzazione del lavoro cosicché  i nostri prodotti alimentari  arrivano oggi sulle nostre tavole  già impacchettati e confezionati. Ovviamente anche per una certa  ipocrisia, non ci rendiamo assolutamente più conto,  che altre persone al posto nostro  hanno allevato, macellato e  confezionato quegli stessi alimenti, che nei decenni precedenti ci arrivavano sulle tavole direttamente, senza troppi passaggi.
Finiamo per sentirci con la coscienza a posto solo per non essere noi gli autori materiali  di tale trasformazione e  così sollevati da ogni responsabilità.  Tale processo  ha avuto  un altro ulteriore risvolto, di una certa rilevanza. Abbiamo  finito per attribuire  ai nostri “pets”, che prima erano i nostri compagni di lavoro,  una diversa considerazione nella nostra vita e li abbiamo  trasformati oggi in animali da compagnia. Il protezionismo è dunque permeato di una visione etica senza alcun approccio scientifico, che trae origine da nostre esperienze personali, che non ci permettono di vedere la naturalità di certe azioni  in quanto tale naturalità è stata da noi stessi, confinati e relegati in ambienti  “urbani”, completamente alterata e mistificata.  In poche parole in questa società fortemente industrializzata, abbiamo in realtà perso il contatto  con la natura e le leggi che la regolano. Questo processo è stato metabolizzato e sconvenientemente elaborato   da certi movimenti protezionisti.
Movimenti che si scandalizzano e  sono pronti a sollevarsi indignati per carretti trainati da cavalli   come  le recenti polemiche a Roma  sulle botticelle hanno rilevato.  Non considerano però un altro aspetto  non meno importante, ovvero  che tale attività costituisca per molte  persone una fonte di  reddito  per le proprie famiglie,  assicurando  loro una certa dignità.  I cavalli, come tutti gli animali, devono essere rispettati e non ci sembra che il loro impiego in ambiti lavorativi sia condizione sufficiente per far venir meno questa prerogativa. Si finisce per confondere dunque la naturale fatica, tipica delle attività lavorative, con la sofferenza che ricade nella sfera dei maltrattamenti e già ampiamente  affrontata sotto il profilo punitivo nel nostro codice penale.  Quelle stesse persone che scandalizzate si scagliano contro tali fenomeni, al contempo,  non si rendono minimamente conto  che  loro stessi sono per primi causa di sofferenze verso i loro amici animali e  che, per loro insani egoismi, hanno trasformato i propri cani in animali da baraccone snaturandone i comportamenti. Un cane rinchiuso tutto il giorno all’interno delle nostre  abitazioni  in solitudine nell’attesa del padrone, sarà prima o poi vittima di depressioni  poiché la sua indole di cacciatore, di pastore, di cane da guardia finisce per essere immolata sull’altare del profondo senso di  egoismo di chi se  ne prende cura. Un’altra forma di violenza, che tutti evitano accuratamente di sottoporre ai media, è il maltrattamento genetico a cui sono esposte diverse razze. Ad esempio moltissimi cani  sono stati  trasformati in  veri e propri status symbol, come lo sharpei, con le sue caratteristiche pieghe della pelle, il carlino  con il muso schiacciato, i king cavalier dal cranio piatto e le lunghe orecchie, i buldog inglesi dalle caratteristiche zampe storte od i cani da borsetta tanto in auge  tra le dive di Hollywood. Ebbene, tutte queste caratteristiche fisiche sono in realtà frutto di manipolazioni genetiche per rendere i nostri amici più buffi e simpatici  ad uso e consumo di una società frivola e consumistica.
Animali  selezionati appositamente sulla base di considerazioni estetiche  , ma senza tenere minimamente  conto degli effetti collaterali di tali manipolazioni sulla loro salute. Questi sono in realtà i veri crimini da condannare: malformazioni estetiche create ad hoc che  sono  causa di deformazioni, sofferenze   e morti precoci dei nostri piccoli amici.  Questa è la dimostrazione e la riprova  che favorendo  un approccio soltanto etico, emergeranno sempre contraddizioni e distingui, se non cercheremo diversamente di ispirarci  a comuni  e condivisibili principi.
Dobbiamo pertanto   garantire la libertà a tutti di  possedere un animale sia per lavoro sia per compagnia senza  assurde distinzioni, riconoscendo un unico comune denominatore da rispettare:  garantire ai nostri amici animali quel minimo di cure e di amore ed evitare loro ogni sofferenza.

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