Martedì 05 Ottobre 2010 12:23

Homo corpore et anima unus

Scritto da Maurizio Navarra

Fiorella Ialongo - 4 ottobre 2010

A pochi giorni dal suo viaggio nel Regno Unito il Papa Benedetto XVI invita a vigilare sulle molte possibilità della biotecnologia e della medicina ma a tener presente che la priorità spetta all’essere umano. La forza di questo invito risulta particolarmente appropriato se teniamo  conto che è di grande attualità la notizia della creazione della prima cellula con un Dna artificiale. La scoperta di Craig Venter ed Hamilton Smith ci condurrà inevitabilmente a rivedere le differenze tra biologico ed artificiale ed a chiederci se essi hanno costruito una vita. I due scienziati hanno ottenuto una nuova identità cellulare introducendo un cromosoma artificiale in una cellula a cui era stato sottratto il proprio Dna e la cellula immessa in una situazione ottimale si è riprodotta. Espresso in questi termini il mistero della vita perde molto del suo fascino e diventa veramente difficile intravedervi qualcosa di spirituale. Ma è veramente possibile ridurre la vita a quello che è empiricamente osservabile? Nell’ipotesi che si riuscisse a sintetizzare la cellula e quindi si potesse ottenere un organismo interamente artificiale su quali basi filosofiche, etiche sarebbe possibile distinguere la vita biologica da quella artificiale? Una riflessione interessante potrebbe essere offerta da una visione usata dall’antropologia cristiana per descrivere i comportamenti nell’ambito biomedico. Si tratta dell’homo potens. Esso è un archetipo per il quale la conoscenza tecnico – scientifica è lo strumento per dominare e vincere i fenomeni. Sembra realizzato l’ideale illuministico della ragione che riesce a scrutare il segreto dell’uomo e decifrare ogni mistero della vita umana. Il rischio è quello di non riuscire a reintegrare il limite ossia di non  vedere il limite come parte di sé, il limite viene marginalizzato dall’ uomo. La stessa morte, limite estremo, viene considerato come un burrone che deve essere in qualche modo superato.

L’antropologia cristiana, pur con l’homo potens propone una visione differente. Essa sostiene due dati fondamentali: il primo è che l’uomo non si dà l’essere, lo riceve; il secondo è l’unità di corpo e di anima contro ogni tipo di dualismo o monismo materialista o spiritualista. La persona è un corpo spirituale o uno spirito incarnato. Questa affermazione del valore personale del corpo fa si che esso sia soggetto e non oggetto in mano al soggetto anima. Una prima conseguenza su un piano pratico dell’ipotesi che il corpo sia un oggetto è la possibilità di disporne. Questa tendenza ad oggettivare il corpo per renderlo solo oggetto di studio e di sperimentazione porta ad analizzare la parte malata di un individuo quasi non considerando che essa appartiene al corpo di una persona. Ma il paziente non è semplicemente colui che ha qualcosa di malato ma è una persona che soffre di un male.

L’estremo opposto è quello di negare l’esistenza dell’anima ed affermare che solo il corpo è persona. E’ la tesi del materialismo secondo cui non vi è nulla oltre il corpo materiale. In questa ipotesi è vera l’affermazione che l’uomo è il suo corpo. Quest’espressione può essere fonte di equivoci, poiché sostenere che l’uomo è il suo corpo, significa rifiutare l’esistenza dell’anima quindi stabilire una sorta di sovrapposizione tra la persona e la dimensione corporea: è come se persona e corpo fossero equivalenti. Il mistero della persona si esaurirebbe nella sua dimensione corporea.

La persona è qualcosa di più ampio del proprio essere corporeo o del proprio essere spirituale. Vi è una priorità di principio della persona sui due elementi che le danno origine: l’anima e il corpo. Essi non sono due sostanze, ma sono due elementi, ossia non sussistono l’uno senza l’altro, ma insieme danno origine ad una sostanza (in metafisica ciò che ha l’essere in sé) cioè la persona: da ciò deriva la sua unicità come singolo e, quindi, la sua irripetibilità.

L’Io personale perciò non si può rintracciare né solo nel corpo, né solo nell’anima. Esso è la chiave di lettura dell’antropologia cristiana che rivaluta il corpo superando una concezione eccessivamente spiritualista. Il corpo è segno ma anche espressione della realizzazione / perfezione di quello che intende e fa l’anima. Essa si esprime nella dimensione corporea: senza il corpo non vi sarebbe la manifestazione della persona, sebbene il mistero di quest’ultima non è completamente assorbito dalla dimensione corporale.

Questa riflessione sul valore personale del corpo acquista rilevanza alla luce di una serie di problemi relativi soprattutto all’inizio della vita umana. L’accelerazione del progresso tecnico – scientifico degli ultimi anni ha posto interrogativi nuovi relativi alla trasmissione e conservazione della vita ponendo spontaneamente delle domande: queste pratiche violano il principio etico fondamentale della tutela della vita umana? E’ moralmente giustificabile l’ipotesi di sintetizzare la vita umana in laboratorio? A chi spetterebbe la decisione del come dovrebbe essere? La vita umana può essere considerata semplicemente un insieme di cellule? In questa azione i valori di riferimento sono la difesa e la protezione della vita e soprattutto della nostra essenza, principi su cui tutti, credenti e non , sono chiamati a dialogare per elaborare e dare risposte alle stesse domande che oggi ci sono lecite, domani forse potrebbe essere tardi.

Fiorella Ialongo

 

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