di Vincenzo Ribet
Quale è la causa profonda dell’attuale degrado istituzionale?
Sicuramente ce ne saranno tante, ma vorremmo individuarne una che –a nostro avviso- più di altre ha contribuito. Eccola.
Dal 1994 Silvio Berlusconi è stato un presidente del Consiglio con una pistola perennemente puntata alla tempia. Prima di scendere in campo il Cavaliere non aveva avuto nemmeno un avviso di garanzia, poi -dal 1994 a oggi- contro il suo gruppo sono stati aperti 66 (!) procedimenti penali di rilevo. Probabilmente neanche Messalina, Jack lo Squartatore e Al Capone messi assieme hanno riscontrato tanto interesse presso gli inquirenti.
Si consideri poi che di questi 66, ben 22 sono personalmente contro il Cavaliere. Da 19 processi è stato assolto, archiviato o prescritto, invece tre processi sono ancora pendenti. Tra questi il processo Mills è quello che più leva il sonno al capo del Governo, infatti sarebbe per lui impossibile partecipare a qualsiasi consesso internazionale ove fosse condannato come corrotto e corruttore. In sostanza: le sue dimissioni sarebbero quasi un atto istituzionalmente dovuto.
Visto che il tribunale di Milano pare stia marciando a tappe forzate verso una condanna già scritta -fondata o meno non ha importanza-, a nulla rileva che tra qualche anno, in Appello o in Cassazione, la sentenza possa verosimilmente essere ribaltata, e Berlusconi prosciolto.
Se quindi è vero che il Cavaliere è sottoposto a un inconsueto «accanimento giudiziario», la difesa è stata quella di contrapporre a «processi ad personam» delle «leggi ad personam», alcune di queste erano sagge (naturalmente ci riferiamo a quelle penali, non gli interessamenti aziendali), altre mostravano qualche forzatura, Anche se a ben guardare avrebbero ripristinato l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Che non si tratti fi questioni di poco conto, e soprattutto questioni solo di parte, è dimostrato dal fatto che tra le proposte sagge vanno annoverate anche quelle che non provengono dal governo Berlusconi o dalla sua area, ma propongono comunque soluzioni inerenti la governabilità.
E tale era il “lodo Maccanico” la cui ratio risiedeva nel fatto che senza uno scudo permanente il governo non avrebbe potuto operare serenamente, e quindi era prevista una legge (ordinaria) che garantiva l'immunità durante il loro mandato alle cinque più alte cariche dello Stato. Successivamente veniva questa ipotesi veniva ripresa dal senatore Renato Schifani, ed il cd Lodo Schifani fu approvato (previa ampia consultazione di esperti costituzionalisti).
Ma la corte Costituzionale lo bocciava per violazione dell’art 3 della Costituzione, cioè per la asserita violazione della parità dei diritti di tutti i cittadini davanti alla legge.
Occorre a questo punto fare una breve digressione. E’ noto che l’autorizzazione procedere -il modificato art. 68 della Costituzione- prevedeva l’impossibilità dei membri del parlamento di essere sottoposti a procedimento penale. Questa norma fu voluta in sede costituente dal PCI, posto che assai legittimamente, paventavano procedimenti ingiusti ad opere dai una magistratura proveniente dal fascismo ed allora permeata dalla ideologia del passato regime. Oggi, dopo l’abrogazione dell’autorizzazione a procedere la magistratura può sottoporre a procedimento penale i deputati e senatori senza vincoli di natura politica.
Successivamente, a seguito della bocciatura del lodo Schifani, rigettato per violazione del solo art. 3, il ministro della Giustizia, ancora dopo infinte consultazioni con i massimi esperti di diritto costituzionale, correggeva le violazioni all’art. 3, con il cd lodo Alfano.
In altri termini, veniva rispettato il dettato della Consulta, e modificato il Lodo sulla base della Sentenza emessa, e sulla base delle indicazioni da essa stessa addotte. Ma la Corte bocciava anche questo secondo “Lodo”, ma questa volta per violazione dell’art 138, quello che prevede la modifica della Costituzione da eseguirsi solo con legge ad hoc. Sembra quasi una presa in giro, ma è così.
L’aspetto tragico è che questo tira e molla di norme a protezione delle cariche dello Stato (nel caso specifico a tutela di Berlusconi) rende l’esecutivo alla mercè di qualsiasi PM che non lo gradisca. Ed allo stesso modo anche in parlamento il Governo è alla mercè di chiunque lo voglia ricattare facendo mancare i voti per ulteriori leggi, o per la modifica costituzionale.
Non a caso alla comparsa delle famigerate rivelazione di Santa Lucia, la prima cosa ce ha detto Fini è stata no alla prosecuzione della trattativa sulla riproposizione del lodo Alfano corretto.
Insomma. L’esecutivo è sotto botta di chiunque, nella maggioranza o nella opposizione, abbia qualcosa da reclamare.
In definitiva una parte piccola, ma agguerritissima, della magistratura tiene sotto scacco il Capo del Governo, e chiunque in questo stato di cose può pretendere tutto dal governo in difficoltà. Tutti si riempiono la bocca della parola “Democrazia”, ma non il senso dello Stato ed il rispetto delle Istituzioni, da noi paiono essere una chimera.
Vincenzo Ribet 5 ottobre 2010








