di Cecco d’Ascoli
La crisi mondiale e la necessità di recuperare sino all'ultimo centesimo per fare fronte alle difficoltà ha avuto l'effetto di fare emergere cristallizzate situazioni.
Quello che accade con la legge Tremonti sul rimpatrio dei capitali italiani dall’estero sembra un segno del destino. Finalmente un Ministro dell’economia avveduto ha fatto quello che a nessun altro dei suoi predecessori è mai venuto in mente di fare. O i capitali rientrano, pagando al Fisco solo il 5% o. in un modo od in un altro, saranno confiscati.
Occorre dire che la congiuntura internazionale è favorevole. USA e Regno Unito sono sulla stessa lunghezza d’onda italiana, i Paesi di comodo rischiano grosso e financo la Svizzera ha allentato le briglie di quell’inesorabile segreto bancario che è stata la sua fortuna ma che, ora, in pendenza d’una gravissima crisi internazionale, minaccia di renderla isolata e non più credibile.
Il caso Agnelli scoppia con virulenza anche per la grandezza delle cifre in ballo: poco meno di 1.5 Mld di Euro, pari, all’incirca, a 3.000 Mld di vecchie lire, mai denunciati al Fisco ed inguattati all’estero in conti di comodo.
Dati i tempi della giustizia italiana, la causa per l’eredità Agnelli durerà forse un secolo, l’azione di recupero del Fisco, forse, qualche decennio in meno, ma lo scandalo è tale che non si può non parlarne.
La questione non è quella di una guerra tra madre e figlia Agnelli, che spacca il clan più famoso d’Italia. Nei casi di eredità vistose si tratta di una conseguenza quasi obbligata.
Si tratta di ben altro. Molte, infatti, sono le domande che si affollano:
Come sono stati guadagnati questi 3.000 Mld di lire? Con i risparmi del defunto Avvocato?
Perché sono stati sottratti al Fisco e non denunciati? Il clan degli Agnelli aveva forse bisogno di evadere rispetto ad un Fisco rapace, come un qualunque artigiano o bottegaio di periferia?
L’incertezza del futuro era così grande per l’Avvocato da assicurarsi, comunque, una sopravvivenza all’estero?
La Fiat è stata l’orgoglio e. allo stesso tempo, una disgrazia per il Paese. La più grande impresa privata italiana ha dettato legge per decenni, favorita da un suo gruppo parlamentare trasversale fra tutti i partiti della Prima Repubblica. Addirittura un membro di questa famiglia, Susanna Agnelli, ne è stato il Ministro degli Esteri. Allora, non sfiorava a nessuno l’idea del falso in bilancio o della incompatibilità fra potere economico e potere politico di cui tanto si è parlato con l’avvento di Berlusconi. Eppure, controllavano mezza economia italiana. Gli Agnelli erano intoccabili.
Anzi, gli Agnelli erano un simbolo, la faccia pulita dell’imprenditorìa nazionale, Privatizzavano i profitti e pubblicizzavano le perdite, con il consenso dei governanti, con l’aria di sufficienza di coloro che sono al di sopra di tutti, anche se prendevano in regalo l’Alfa Romeo da Prodi, nonostante offerte più vantaggiose americane, senza risollevarla, anche se distruggevano la Lancia, anche se, espandendosi dovunque, fruendo di fatto di un regime di monopolio, accumulavano perdite. Ne sa qualcosa il Marchionne, che ha dovuto tagliare i rami secchi per dare delle chances ad un’impresa che non si era resa conto che il mondo era cambiato.
L’Avvocato stesso era il simbolo d’un’Italia diversa, superiore all’Italietta democristiana e, poi, del centrosinistra. Cavaliere del lavoro, blasé con l’erre moscia, elegante con l’orologio sul polsino della camicia (quanti l’hanno imitato?), dettava legge agli incolti uomini del potere. Lui sì, che ce l’aveva il potere! Un vero signore, anche nell’evasione fiscale.
Che tristezza tutto ciò.
Questi danari accumulati all’estero sono stati sottratti in gran parte al contribuente italiano che per anni ha pagato gli operai della Fiat messi in cassa integrazione. Non saranno suddivisi tra gli eredi ma rischiano d’essere tutti confiscati dall’Erario che poi li spenderà, forse anche male (sempre che una leggina improvvida non fermi il tutto).
E’ il destino delle fortune improvvisate, del frutto delle rapine o delle vincite al gioco del lotto. Uno scherzo del destino “cinico e baro”.
Cecco d’Ascoli
Roma: venerdì 14 agosto 2009








